martedì 22 ottobre 2013

Sul caso Priebke, parce sepulto: ma bisogna vincere l'odio per salvare la Libertà




Sul caso Priebke, parce sepulto: ma bisogna vincere l'odio per salvare la Libertà
 

Conclusa con una sepoltura 'segreta', la vicenda che nei giorni scorsi ha tenuto banco sui giornali e in tv relativa alle esequie, mancate, del signor Erich Priebke, felicemente giunto al traguardo -non proprio comunissimo- dei cent'anni, e spirato pochi mesi dopo, evidenzia il livello infimo di etica, di assenza di socialità a cui è giunta la compagine dei popoli italici. E non casualmente così la definiamo, poiché se ebbe ragione il Metternich a indicare l'Italia, da acutissimo uomo politico qual era, come "espressione geografica", oggi quell'analisi sintetizzata, all'uso austriaco del secolo XIX, in due taglienti parole, se bissiamo la prima guerra mondiale e il Fascismo, è quanto mai attuale. Soprattutto nel marciume sociale che emerge, ogni qual volta ci si scontra, come nel caso Priebke, con situazioni passate che si vogliono ingigantire, istigando all'odio.

Erich Priebke fu durante l'ultimo conflitto mondiale, un ufficiale di un corpo speciale tedesco: le SchulzStaffeln, meglio conosciute come SS, e dimorò in Roma durante l'occupazione. Si trovò come tantissimi commilitoni dell'una e dell'altra parte, coinvolto in vicende più grandi di lui, che in ogni caso ne fagocitarono la volontà. Quando tornò in Italia negli anni Novanta e subì, tra i pochissimi superstiti, il processo al Tribunale Militare di Roma per i fatti orrendi delle fosse Ardeatine, ce ne occupammo ampiamente, scrivendo alcuni articoli per il giornale al quale allora collaboravamo. Ciò che scrivemmo in quegli anni, 1995-96 e sintetizziamo oggi, era ed è storiografia comune tra gli studiosi e tutte le persone che vissero quel periodo. Ovvero che l'allora capitano Priebke ebbe con i suoi commilitoni l'ordine di essere tra coloro che eseguirono la rappresaglia derivata dall'uccisione proditoria e volontaria, da parte del comando dei comunisti del GAP, di cui i capi furono Rosario Bentivegna e consorte (poi medaglie d'oro della resistenza), dei componenti il battaglione "Bozen", originari dell'Alto Adige quindi italiani, della Polizia SS che transitarono in via Rasella a Roma, tramite il noto carrettino dell'immondizia pieno di esplosivo: anno 1944, primavera. In quella strage ordita dai "partigiani" comunisti, morirono anche dei civili e bambini: ma nessuno se ne ricorda.

L'ordine del Comando Tedesco di reagire per rappresaglia era stato settimane prima, dall'occupazione della capitale e per volontà del Feldmaresciallo Kesserling, affisso nelle strade, era noto che se i responsabili dell'eccidio si fossero presentati, si sarebbe risparmiata la strage: ma non si presentarono (non ci sono mai molti uomini come il carabiniere Salvo D'Acquisto, che evitò altra strage immolandosi al posto dei colpevoli, proprio in quei giorni...). Così accadde il fatto spietato delle Ardeatine, aggravato dalla rabbia di Hitler che personalmente sbraitò al telefono ordinando l'eccidio. Questa è storia. E poche settimane fa, filmato dal suo avvocato che lo ha ospitato in casa, l'ex capitano Priebke ha riferito esattamente tale drammatico evento. Non poteva inventarselo perché così fu e nessuno storico può smentirlo. Per avere ubbidito a degli ordini ancorché cruenti, ha pagato sino alla fine dei suoi giorni, con dignità e lealtà alla sua idea. Che si può criticare e anche maledire: ma fu la sua idea. Se qualcuno non lo sapesse ricordiamo che nel giuramento delle SS -inciso anche sul pugnale d'ordinanza- c'era scritto: "il mio onore si chiama fedeltà". Con questa fedeltà è spirato serenamente uno tra gli ultimi ufficiali del Fuhrer ancora in vita nel XXI secolo.

Egli ha vissuto a Roma negli ultimi anni, anche in semilibertà. Usciva da casa, faceva il giro del quartiere, andava alla Messa, si confessava e comunicava perché era e fu fino alla fine, un cattolico. Nessuno lo ha mai molestato in vita, nè strattonato nè minacciato: e come si poteva, verso un vecchio ancorché veduto in cagnesco, che stava scontando il fio delle colpe di un passato lontano, di cui anch'egli fu vittima inevitabile? Però da morto abbiamo visto al suo funerale, o a quello che doveva essere il suo funerale, insulti, calci al carro funebre, grida, spintoni, reazioni di vilipendio di cadavere. Chi ha fatto ciò è indegno del consorzio civile, e di più perché contro un morto, mentre da vivo nessuno aveva tanto osato. Aggravato il tutto dalla mancanza di riguardo verso una istituzione cattolica e tradizionalista come la Fraternità San Pio X di Albano, che ha scelto di rendere le estreme esequie cattoliche a un fratello, la cui coscienza il ministrante deve accompagnare.

La Chiesa del nuovo Vescovo di Roma ha fatto una figura vergognosa, lo Stato laico ha gestito male la vicenda, anche se in vita ha almeno tutelato Priebke nella maniera in cui uno stato di diritto deve fare. Quel che si può dire di questa vicenda, lo disse con molta chiarezza un grande giornalista laico, Indro Montanelli (che fu nelle prigioni tedesche di via Tasso in quei giorni), nell'aprile 1996 rispondendo a Priebke: "Da vecchio soldato, e sia pure di un Esercito molto diverso dal Suo, so benissimo che Lei non poteva fare nulla di diverso da ciò che ha fatto. [...] Il processo si dovrebbe fare alle aberrazioni dei totalitarismi e a certe leggi di guerra che imponevano la rappresaglia. Certo: lei, Priebke, poteva non eseguire l’ordine, e in pratica suicidarsi. Questo avrebbe fatto di lei un martire. Invece, quell’ordine lo eseguì. Ma questo non fa di lei un criminale".

Chi ha letto le memorie di Menachem Begin, il primo ministro di Israele che fu l'artefice degli accordi di Camp David, "La rivolta...e fu Israele" (pubblicato da Ciarrapico), dovrà convenire con Montanelli: altrimenti come si considerano i componenti del gruppo Stern e dell'Irgun, che lottarono per la creazione dello Stato socialisteggiante e nazionalista ebraico? Utile rileggere anche il libretto di Teodoro Herzl, edito nei primi del '900 da Lanciano.

E a proposito della comunità ebraica romana, e della scaturigine di certi comportamenti, mentre non crediamo che nessuno possa sindacare la nostra visione tollerante della vita (rammentando incidentalmente che anche la storiografia oggi ha accertato l'origine in parte ebraica, da ceppo slavo, dello stesso Hitler per parte degli avi paterni...ciò che si sapeva fin dal dopoguerra), invitiamo alla rilettura del volume "L'industria dell'Olocausto" del professor Norman Finkelstein. Egli non contesta l'eliminazione degli ebrei, ma la sovrastruttura creatasi nei decenni successivi alla fine della guerra; il volume è in Italia dal 2002. " Il mio libro si propone di essere un' anatomia dell' industria dell' Olocausto e un atto d' accusa nei suoi confronti. Dimostrerò che «L' Olocausto» è una rappresentazione ideologica dell' Olocausto nazista. (Con l' espressione «Olocausto nazista» si fa riferimento all' evento storico, con il termine «Olocausto» alla sua rappresentazione ideologica). Come la maggior parte delle ideologie, mantiene un legame, per quanto labile, con la realtà. L' Olocausto non è un concetto arbitrario, si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente coerente, i cui dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politici e di classe. Per meglio dire, l' Olocausto ha dimostrato di essere un' arma ideologica indispensabile grazie alla quale una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di «vittima», e lo stesso ha fatto il gruppo etnico di maggior successo negli Stati Uniti. Da questo specioso status di vittima derivano dividendi considerevoli, in particolare l' immunità alle critiche, per quanto fondate esse siano...Alla fine del mio libro sostengo che nello studio dell' Olocausto nazista possiamo imparare molto non solamente riguardo ai «tedeschi» o ai «gentili», ma a noi tutti. Eppure penso che per fare questo, cioè per imparare sinceramente dall' Olocausto nazista, occorra ridurre la sua dimensione fisica ed enfatizzarne quella morale. Troppe risorse pubbliche e private sono state investite nella commemorazione del genocidio e gran parte di questa produzione è indegna, un tributo non alla sofferenza degli ebrei, ma all' accrescimento del loro prestigio. E' da tempo che dobbiamo aprire il nostro cuore alle altre sofferenze dell' umanità: questa è la lezione più importante impartitami da mia madre". Così scrive Finkelstein.

Bisogna operare per cacciare l'odio, oggi montante tra i popoli e vieppiù in Italia, nelle oscure caverne del vizio, affinché la Luce trionfi. Ma i tempi sono difficili. E però, la battaglia necesse est combatterla. Sull'unica trincea per cui vale la pena di essere presenti: quella della Libertà, contro ogni totalitarismo e nel massimo rispetto delle opinioni altrui, anche le più aberranti. "Non approvo ciò che tu dici, ma mi batterò fino alla fine perché tu possa esprimerlo liberamente", fu il pensiero di Voltaire, ed è il nostro. Sempre e comunque, illuministicamente. Così si salva la Libertà, oggi a rischio.
F.Gio

 

 

 

 

 

lunedì 7 ottobre 2013

E' morto centenario Giap, rivoluzionario vietnamita... la Storia in un libretto





E' morto centenario Giap, rivoluzionario vietnamita... la Storia in un libretto

Tra i primi libri che, da bambini, ci colpirono nella biblioteca paterna, ce n'era uno piccolo, dalla copertina rossa, con stampato un guerrigliero vietnamita in assetto di guerra. Ricordiamo il titolo, indimenticabile: "Guerra del popolo, esercito del popolo", con prefazione di Che Guevara, edizioni Feltrinelli. Lo leggevamo con curiosità, perchè raccontava della battaglia di Dien Ben Phu, dove le truppe vietnamite sconfissero nel 1953\54 la potenza coloniale francese mettendo fine al dominio della nazione europea nella penisola indocinese. E poi cartine, tecniche di guerriglia. Era scritto quel libro, edito in Francia nel 1961 e in Italia nel 1968, da un tizio per noi ragazzini dal nome strano: Vo Nguyen Giap. Papà diceva che il generale Giap, così era appellato nelle cronache, era un eroe dell'indipendenza del suo paese. Erano resoconti di guerra, scritti in linguaggio sobrio, ma stranamente non proprio militare, bensì con una conoscenza non superficiale della storia d'Europa, che evidentemente questo vietnamita capo dell'Esercito del suo paese, aveva studiato bene.

Pensammo pochi giorni fa a tale libro, apprendendo dalle notizie la morte del Generale Giap, il 4 ottobre: alla veneranda e ammirevole età di 102 anni! Era un sopravvissuto, evidentemente, di stagioni politicamente lontane nel tempo. E da giornalisti (a questo punto cominciamo a sospettare che la lettura anche di quel libro, come di altri di storia e narrativa, ci abbia inevitabilmente avviato a codesta professione, bella impossibile ma inevitabile... e non consigliabile ai figli.... come scriveva Matilde Serao -comunque il suo figliolo non la ascoltò- ne "I capelli di Sansone") siamo rimasti colpiti dallo spazio che l'International Herald Tribune ha dedicato, nel suo ampio articolo commemorativo, a Giap. Egli è stato l'uomo che ha vinto la cosiddetta "sporca guerra" del Vietnam contro gli Stati Uniti, finita con la celebre fuga dall'ambasciata americana di Saigon nell'aprile 1975, immagini che ricordiamo dalla tv in bianco e nero. Il commentatore ricorda correttamente che l'offensiva del Tet del gennaio 1968, voluta da Giap per scopi più propagandistici che utili, se fu un insuccesso militare e provocò 40 mila morti vietnamiti, ebbe immense ripercussioni nell'opinione pubblica statunitense, "svegliando" le coscienze popolari nell'opposizione a quel conflitto impressionante. Qui in Europa c'era la voce autorevolissima del filosofo Bertrand Russell ad opporsi, nonagenario, a quella guerra: l'intervista-documentario "The fog of War" del 2003 dell'ex Segretario di Stato Robert McNamara, ha chiarito definitivamente la posizione Usa al riguardo. E per noi cresciuti comunque col mito dei "Berretti verdi" (celebre il libro e più ancora, l'omonimo film con protagonista l'immenso John Wayne), che erano eroi di libertà contro il fanatismo comunista, se allora Giap e tutti i vietcong rossi erano nemici, oggi lo scorrere del tempo ci fa dire che in ogni caso lottarono per una idea di libertà della loro Patria, giusta o sbagliata che fosse, asservita al fanatismo ideologico o nazionalista. In particolare Vo Nguyen Giap, che era un avvocato, studiò legge nell'Università della capitale e fu comunque un comunista moderato, si oppose da Ministro della Difesa e Vice primo Ministro, al regime cambogiano di Pol Pot. E pur potendo assumere la leadership del Vietnam dopo la morte di Ho Chi Minh nel 1969 non volle, preferendo rimanere nelle seconde file seppure in scranni di comando. Come sa fare un rivoluzionario vero e non assetato di potere. "Se il nemico attacca noi ci ritiriamo, se il nemico si ritira noi attacchiamo", fu la massima di colui che è divenuto il teorico della guerriglia ben più di Guevara, il Generale Giap, nel XX secolo: e contro le cui strategie hanno avuto molto filo da torcere, seppure la guerriglia è una fase inferiore della guerra possente e tradizionale, le potenze mondiali come la Francia prima, gli Stati Uniti poi. Stati Uniti i quali, da grande democrazia, si possono permettere anche di elogiare il vecchio, centenario nemico quando muore. Dimostrando in ogni caso la superiorità filosofica del concetto di fraternità e tolleranza a fronte del fanatismo e dell'oscurantismo che nei millenni è stato ed è la rovina delle collettività umane.

Questo per inquadrare in una visione cosmica, la dipartita di Vo Nguyen Giap, che presa in sé è la morte di un vecchio secolare. Ma dove sarà ora quel suo libretto di cui prima si narrava? Sepolto fra i tanti e tanti libri che si sono accumulati nel corso degli anni, o dimenticato, oppure passato, come gli anni irrecuperabili della fanciullezza....
F.Gio

(Tra le immagini, una storica: la riconciliazione fra i "nemici: McNamara e Giap si incontrano ad Hanoi nel 1995; il libretto; John Wayne ne "I Berretti Verdi")