martedì 3 dicembre 2013

Progetto Sicilia presenta la moneta complementare Grano: Sciacca 6 dicembre 2013 ore 9,30, Noto 8 dicembre 2013 ore 10,30





Continua per tutta la Sicilia la presentazione del Progetto ideato da Giuseppe Pizzino, per l'adozione della moneta complementare Grano: i prossimi appuntamenti a Sciacca, sala Blasco del Comune agrigentino, e a Noto, sala convegni dell'ex Convento dei Gesuiti, il 6 e l'otto dicembre 2013.
Tra i relatori, come a Messina, Francesco Giordano (storico e studioso di letteratura), Santo Fortunato (medico bioeticista), Azzurra Ridolfo (ricercatrice, Università degli Studi di Palermo), Nancy Mirenda (presidente di Progetto Sicilia), relazionerà Giuseppe Pizzino (imprenditore).

mercoledì 27 novembre 2013

Progetto Sicilia, Convegno dibattito sul Grano, una moneta siciliana per la prosperità; Messina, Salone delle Bandiere sede del Comune, 1 dicembre 2013 ore 10

 


Presenta Alessandro Piparo, introduce Nancy Mirenda Presidente dell'associazione "progetto Sicilia".
Parteciperanno: Santo Fortunato (medico bioeticista), Francesco Giordano (scrittore e storico patrio), Azzurra Ridolfo (economista, Università degli Studi di Palermo), Cosimo Massaro (scrittore monetarista).
Prolusione di Giuseppe Pizzino (imprenditore), ideatore del Progetto.
Intervento di chiusura della cantante Ade La.

mercoledì 13 novembre 2013

Fenomenologia del bastone, simbolo di autorità perduta: se ne ricorderanno i Novanta dell'ARS accogliendo la volontà popolare che vuole la moneta Grano?





Fenomenologia del bastone, simbolo di autorità perduta: se ne ricorderanno i Novanta dell'ARS accogliendo la volontà popolare che vuole la moneta Grano?

Ci è stata chiesta una definizione approssimativa del simbolismo del bastone, o altrimenti detto randello, verga, bacchetta, insomma quello strumento, perlopiù di legno, che l'uomo usa sin dai suoi primordi sulla Terra, per varie manifestazioni del suo essere. Si potrebbe dire, una fenomenologia del bastone: e gli esempi sarebbero innumerevoli, nonchè forse annojanti i non molti lettori appassionati del mondo incantato dei segni, o simboli. Daremo solo brevissimi cenni: per cui, senza andare fino alle rive d'Orìente su le spiagge che videro fiorire le millenarie civiltà di Faraoni e Re egizi e Sumeri, rimaniamo nella tradizione biblica, citando il gran legislatore Mosè: tutti sanno, o dovrebbero ricordare, l'episodio in cui egli tramutò, guidato dalla volontà dell'Io Sono, il suo bastone in serpente alla presenza del Faraone, al cui gesto i maghi del re egizio contrapposero il loro eguale prodigio: e di come il serpente mosaico divorasse quelli dei sacerdoti egiziani. Allegoria della potenza dell'Essere Supremo di fronte alla violenza spirituale di quel re abbandonato dall'Ogdoade.

Quest'altro episodio biblico, in cui il Dio geloso sceglie il prediletto fra le Dodici tribù d'Israele, è significativo della valenza indiscutibile del bastone o verga: "[16]Poi il Signore disse a Mosè: [17]«Parla agli Israeliti e fatti dare da loro dei bastoni, uno per ogni loro casato paterno: cioè dodici bastoni da parte di tutti i loro capi secondo i loro casati paterni; scriverai il nome di ognuno sul suo bastone, [18]scriverai il nome di Aronne sul bastone di Levi, poiché ci sarà un bastone per ogni capo dei loro casati paterni. [19]Riporrai quei bastoni nella tenda del convegno, davanti alla testimonianza, dove io sono solito darvi convegno. [20]L'uomo che io avrò scelto sarà quello il cui bastone fiorirà e così farò cessare davanti a me le mormorazioni che gli Israeliti fanno contro di voi».
[21]Mosè parlò agli Israeliti e tutti i loro capi gli diedero un bastone ciascuno, secondo i loro casati paterni, cioè dodici bastoni; il bastone di Aronne era in mezzo ai loro bastoni. [22]Mosè ripose quei bastoni davanti al Signore nella tenda della testimonianza. [23]Il giorno dopo, Mosè entrò nella tenda della testimonianza ed ecco il bastone di Aronne per il casato di Levi era fiorito: aveva prodotto germogli, aveva fatto sbocciare fiori e maturato mandorle. [24]Allora Mosè tolse tutti i bastoni dalla presenza del Signore e li portò a tutti gli Israeliti; essi li videro e presero ciascuno il suo bastone. (Numeri 17:16-24).

Quindi sin dalle ere primeve, particolarmente nelle società agricole, il bastone fu simbolo di comando, di autorità del saggio (solitamente anziano), di saggezza, di autorevolezza. Di potenza spirituale soprattutto. Letteralmente serviva anche per difendersi: un colpo ben assestato di bastone mandava e manda a terra l'avversario. I celebri monaci dell'alto medioevo detti circumcellioni, utilizzavano proprio il bastone onde sbarazzarsi dei nemici e imporre così la propria visio religiosa: tipi poco raccomandabili, non esattamente dei fratelli di Don Bosco o di Filippo Neri....

Così sono le connotazioni negative del bastone a colpire egualmente: Orfeo, simbolo puro dell'Iniziato ai Misteri maggiori, viene ucciso dalle Baccanti a colpi di bastone, segno che ignoranza e fanatismo possono spesso trionfare sulla Rettitudine. Anche importante è che il bastone, legato al Fuoco e all'Acqua, ha valenza fallica sia tra i popoli affricani e asiatici, che tra quelli indoeuropei.

Nella religiosità appèllasi bordone, e celebre è quello dei pellegrini medievali, come il pastorale dei Vescovi della Chiesa Cristiana, Ortodossa o Cattolica o d'altro genere; anche nell'Islàm i marabutti ostentano a volte la propria autorità spirituale con il bastone. Come nella religione Indù esso é simbolo di Yama, mentre l'intrecciarsi in modo elicoidale delle energie del Bhrama-danda attorno all'axis mundi, la sushumna, è la creazione completata. Oggi sappiamo che così è fatto il DNA umano, mentre il caduceo rimane segno della casta medica, quale distintivo di Asclepio (non dimenticato interlocutore di Thot nei libri Ermetici). La letteratura del XX secolo ha tramandato il bastone salvifico di Gandalf e quello occulto di Saruman (Tolkien, il Signore degli Anelli), e così via.

Ma non ha inventato nulla il tramandarsi delle tradizioni compendiate nella Torah pure fondamentale, ovvero i testi biblici (Gesù è comunque un Rabbi che non usa bastone perchè troppo giovane, anche se all'axis mundi viene appeso...), se leggiamo nell'Elettra di Sofocle, quindi cinquecento anni prima del Messìa e mentre gli Habiru erano nella cattività babilonese, che a Clitennestra vedova appare in sogno Agamennone, il quale prende lo scettro-bastone e lo pianta in terra, e subito questo si trasforma in un albero fiorito "la cui ombra si allarga su tutta la regione dei Micenei". Cioè il ritorno del figlio vendicatore dell'assassinio del padre ma non solo, la vittoria della Giustizia sul mondo.

E' il medesimo simbolismo ripreso nell'episodio leggendario del "quo vadis" di Roma, laddove Pietro viene invitato da una figura misteriosa, mentre si allontana dalla Capitale, a tornare in città e immolarsi per la Via, la Verità, la Vita: quel bastone diviene fiore e fonte di Luce, della luce d'Oriente.

La politica degli ultimi cento cinquant'anni, inteso il termine nel senso ellenico ovvero governo delle poleis, ha svilito il significato misterico del bastone, mutandolo in cristallizzazione della violenza bruta: dal "santo manganello" di mussoliniana memoria (le camicie nere della Marcia cantavano: "se non ci conoscete guardateci all'occhiello, noi siamo i fascisti del santo manganello"), fino al pestaggio della scuola Diaz ad opera delle forze della Polizia della Repubblica italiana, qualche anno fa (il capo dei questurini si chiamava appunto, forse non a caso, Manganelli). Altri gruppi politici progressisti usarono le armi da fuoco a canna corta, col medesimo risultato (i comunisti leninisti così assassinarono l'intiera famiglia dello Czar di Russia con i figli minori, nell'agosto 1918)

Non questo è l'interesse che qui anima gli ideatori della proposta o della riesumazione in chiave simbolica, del bastone. Anzi, se così fosse, sarebbe immediatamente da cassàre quale contraria alla basilare civiltà e alla cultura dei popoli.

La Sicilia ha recentemente riscoperto, si apprende da Internet, miscelata alle arti marziali orientali, una certa "arte della paranza o del bastone siciliano" (diffusa alle pendici dell'Etna come nel messinese), ovvero l'uso di questo strumento di pastori per fare sport legalmente autorizzato e con delle scuole aventi basi di profitto. Lo registriamo come moda del XXI secolo, anche se tale abitudine è altrettanto sconsacrante e deleteria come l'utilizzo politico del bastone di cui prima si discettava.

Sia sufficiente, assodata la simbologìa fenomenica del bastone come segno di autorità (latinamente, auctoritas) e di una influenza di chi più può, nelle democrazie elettive occidentali (giusto che sia o meno tale metodo di espressione delle masse, prettamente modernista) come nelle Assemblee parlamentari, chiarire che in tale contesto, e in questo solamente, esso deriva non da una Luce superiore di stampo divino, ma dal basso, cioè dal popolo sovrano: gli stessi Re di Savoja si firmavano sovrani d'Italia "per grazia di Dio e volontà della Nazione", facendo intendere che dai cittadini avevano ricevuto tale investitura "democratica"; e gli stessi cittadini potevano toglierla loro, come è accaduto. Vieppiù i 90 parlamentari siciliani eletti (nell'ottobre 2012) a rappresentare la gente, per la prima volta nella storia delle elezioni regionali in Sicilia dal 1946, con una minoranza di elettori che si sono recati alle urne (solo il 47% ha votato), quindi politicamente delegittimati de facto anche se de jure autorizzati a rappresentare la maggioranza che (antidemocrazia montante? Forse...) non si è espressa, soffrono di codesto vulnus e soggiacciono, nell'Etica popolare come in quella aristotelica, alla volontà della massa critica dei siciliani. Di tutti i siciliani, soprattutto di chi non si è recato alle urne e però, legibus solutus, ha pieno diritto di critica e di sollecitazione dell'adempimento del dovere da parte di costoro i quali non sono che impiegati del popolo sovrano di Sicilia.

Da cui l'iniziativa di Giuseppe Pizzino e di "Progetto Sicilia", un bastone per ogni deputato. Segno, ammonimento solenne, monito arcaico ed arcano, avente i significati che abbiamo testè dipanato: una goliardata potranno dirla alcuni, un segnale intellettualmente e pacificamente molto forte secondo altri, congegnato appositamente per tracciare con la Storia, l'adozione della prima petizione popolare che mai si sia attuata in Sicilia a norma dello Statuto Speciale, ovvero l'uso della moneta complementare Grano. Dunque il Signor Commissario per la Sicilia, di cui governo nazionale ci fa onore di fregiarci, unico caso fra le regioni d'Italia, poichè evidentemente lo Stato unitario non dimentica, e fa bene, che la nascita dello Statuto fu concepita in senso pattizio, come alleanza fra "stato" di fatto di Sicilia e Governo nazionale nei colloqui, segreti e ufficiali, dell'autunno-inverno 1945 e primavera 1946, portanti alla nascita della terza carta costituzionale siciliana, dopo quelle del 1812 e del 1848, stia tranquillo: l'idea è del tutto pacifica e tale rimarrà e deve rimanere, assolutamente.

Sono i Siciliani che sovente manifestano di aver dimenticato la loro Storia, le loro origini. Magari mostrando un "bastone", forse, qualcuno se ne ricorderà...

F.Gio


(Questa nota è stata pubblicata sulla pagina facebook di Progetto Sicilia: https://www.facebook.com/notes/progetto-sicilia/fenomenologia-del-bastone-simbolo-di-autorit%C3%A0-perduta/614586398601154)

martedì 22 ottobre 2013

Sul caso Priebke, parce sepulto: ma bisogna vincere l'odio per salvare la Libertà




Sul caso Priebke, parce sepulto: ma bisogna vincere l'odio per salvare la Libertà
 

Conclusa con una sepoltura 'segreta', la vicenda che nei giorni scorsi ha tenuto banco sui giornali e in tv relativa alle esequie, mancate, del signor Erich Priebke, felicemente giunto al traguardo -non proprio comunissimo- dei cent'anni, e spirato pochi mesi dopo, evidenzia il livello infimo di etica, di assenza di socialità a cui è giunta la compagine dei popoli italici. E non casualmente così la definiamo, poiché se ebbe ragione il Metternich a indicare l'Italia, da acutissimo uomo politico qual era, come "espressione geografica", oggi quell'analisi sintetizzata, all'uso austriaco del secolo XIX, in due taglienti parole, se bissiamo la prima guerra mondiale e il Fascismo, è quanto mai attuale. Soprattutto nel marciume sociale che emerge, ogni qual volta ci si scontra, come nel caso Priebke, con situazioni passate che si vogliono ingigantire, istigando all'odio.

Erich Priebke fu durante l'ultimo conflitto mondiale, un ufficiale di un corpo speciale tedesco: le SchulzStaffeln, meglio conosciute come SS, e dimorò in Roma durante l'occupazione. Si trovò come tantissimi commilitoni dell'una e dell'altra parte, coinvolto in vicende più grandi di lui, che in ogni caso ne fagocitarono la volontà. Quando tornò in Italia negli anni Novanta e subì, tra i pochissimi superstiti, il processo al Tribunale Militare di Roma per i fatti orrendi delle fosse Ardeatine, ce ne occupammo ampiamente, scrivendo alcuni articoli per il giornale al quale allora collaboravamo. Ciò che scrivemmo in quegli anni, 1995-96 e sintetizziamo oggi, era ed è storiografia comune tra gli studiosi e tutte le persone che vissero quel periodo. Ovvero che l'allora capitano Priebke ebbe con i suoi commilitoni l'ordine di essere tra coloro che eseguirono la rappresaglia derivata dall'uccisione proditoria e volontaria, da parte del comando dei comunisti del GAP, di cui i capi furono Rosario Bentivegna e consorte (poi medaglie d'oro della resistenza), dei componenti il battaglione "Bozen", originari dell'Alto Adige quindi italiani, della Polizia SS che transitarono in via Rasella a Roma, tramite il noto carrettino dell'immondizia pieno di esplosivo: anno 1944, primavera. In quella strage ordita dai "partigiani" comunisti, morirono anche dei civili e bambini: ma nessuno se ne ricorda.

L'ordine del Comando Tedesco di reagire per rappresaglia era stato settimane prima, dall'occupazione della capitale e per volontà del Feldmaresciallo Kesserling, affisso nelle strade, era noto che se i responsabili dell'eccidio si fossero presentati, si sarebbe risparmiata la strage: ma non si presentarono (non ci sono mai molti uomini come il carabiniere Salvo D'Acquisto, che evitò altra strage immolandosi al posto dei colpevoli, proprio in quei giorni...). Così accadde il fatto spietato delle Ardeatine, aggravato dalla rabbia di Hitler che personalmente sbraitò al telefono ordinando l'eccidio. Questa è storia. E poche settimane fa, filmato dal suo avvocato che lo ha ospitato in casa, l'ex capitano Priebke ha riferito esattamente tale drammatico evento. Non poteva inventarselo perché così fu e nessuno storico può smentirlo. Per avere ubbidito a degli ordini ancorché cruenti, ha pagato sino alla fine dei suoi giorni, con dignità e lealtà alla sua idea. Che si può criticare e anche maledire: ma fu la sua idea. Se qualcuno non lo sapesse ricordiamo che nel giuramento delle SS -inciso anche sul pugnale d'ordinanza- c'era scritto: "il mio onore si chiama fedeltà". Con questa fedeltà è spirato serenamente uno tra gli ultimi ufficiali del Fuhrer ancora in vita nel XXI secolo.

Egli ha vissuto a Roma negli ultimi anni, anche in semilibertà. Usciva da casa, faceva il giro del quartiere, andava alla Messa, si confessava e comunicava perché era e fu fino alla fine, un cattolico. Nessuno lo ha mai molestato in vita, nè strattonato nè minacciato: e come si poteva, verso un vecchio ancorché veduto in cagnesco, che stava scontando il fio delle colpe di un passato lontano, di cui anch'egli fu vittima inevitabile? Però da morto abbiamo visto al suo funerale, o a quello che doveva essere il suo funerale, insulti, calci al carro funebre, grida, spintoni, reazioni di vilipendio di cadavere. Chi ha fatto ciò è indegno del consorzio civile, e di più perché contro un morto, mentre da vivo nessuno aveva tanto osato. Aggravato il tutto dalla mancanza di riguardo verso una istituzione cattolica e tradizionalista come la Fraternità San Pio X di Albano, che ha scelto di rendere le estreme esequie cattoliche a un fratello, la cui coscienza il ministrante deve accompagnare.

La Chiesa del nuovo Vescovo di Roma ha fatto una figura vergognosa, lo Stato laico ha gestito male la vicenda, anche se in vita ha almeno tutelato Priebke nella maniera in cui uno stato di diritto deve fare. Quel che si può dire di questa vicenda, lo disse con molta chiarezza un grande giornalista laico, Indro Montanelli (che fu nelle prigioni tedesche di via Tasso in quei giorni), nell'aprile 1996 rispondendo a Priebke: "Da vecchio soldato, e sia pure di un Esercito molto diverso dal Suo, so benissimo che Lei non poteva fare nulla di diverso da ciò che ha fatto. [...] Il processo si dovrebbe fare alle aberrazioni dei totalitarismi e a certe leggi di guerra che imponevano la rappresaglia. Certo: lei, Priebke, poteva non eseguire l’ordine, e in pratica suicidarsi. Questo avrebbe fatto di lei un martire. Invece, quell’ordine lo eseguì. Ma questo non fa di lei un criminale".

Chi ha letto le memorie di Menachem Begin, il primo ministro di Israele che fu l'artefice degli accordi di Camp David, "La rivolta...e fu Israele" (pubblicato da Ciarrapico), dovrà convenire con Montanelli: altrimenti come si considerano i componenti del gruppo Stern e dell'Irgun, che lottarono per la creazione dello Stato socialisteggiante e nazionalista ebraico? Utile rileggere anche il libretto di Teodoro Herzl, edito nei primi del '900 da Lanciano.

E a proposito della comunità ebraica romana, e della scaturigine di certi comportamenti, mentre non crediamo che nessuno possa sindacare la nostra visione tollerante della vita (rammentando incidentalmente che anche la storiografia oggi ha accertato l'origine in parte ebraica, da ceppo slavo, dello stesso Hitler per parte degli avi paterni...ciò che si sapeva fin dal dopoguerra), invitiamo alla rilettura del volume "L'industria dell'Olocausto" del professor Norman Finkelstein. Egli non contesta l'eliminazione degli ebrei, ma la sovrastruttura creatasi nei decenni successivi alla fine della guerra; il volume è in Italia dal 2002. " Il mio libro si propone di essere un' anatomia dell' industria dell' Olocausto e un atto d' accusa nei suoi confronti. Dimostrerò che «L' Olocausto» è una rappresentazione ideologica dell' Olocausto nazista. (Con l' espressione «Olocausto nazista» si fa riferimento all' evento storico, con il termine «Olocausto» alla sua rappresentazione ideologica). Come la maggior parte delle ideologie, mantiene un legame, per quanto labile, con la realtà. L' Olocausto non è un concetto arbitrario, si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente coerente, i cui dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politici e di classe. Per meglio dire, l' Olocausto ha dimostrato di essere un' arma ideologica indispensabile grazie alla quale una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di «vittima», e lo stesso ha fatto il gruppo etnico di maggior successo negli Stati Uniti. Da questo specioso status di vittima derivano dividendi considerevoli, in particolare l' immunità alle critiche, per quanto fondate esse siano...Alla fine del mio libro sostengo che nello studio dell' Olocausto nazista possiamo imparare molto non solamente riguardo ai «tedeschi» o ai «gentili», ma a noi tutti. Eppure penso che per fare questo, cioè per imparare sinceramente dall' Olocausto nazista, occorra ridurre la sua dimensione fisica ed enfatizzarne quella morale. Troppe risorse pubbliche e private sono state investite nella commemorazione del genocidio e gran parte di questa produzione è indegna, un tributo non alla sofferenza degli ebrei, ma all' accrescimento del loro prestigio. E' da tempo che dobbiamo aprire il nostro cuore alle altre sofferenze dell' umanità: questa è la lezione più importante impartitami da mia madre". Così scrive Finkelstein.

Bisogna operare per cacciare l'odio, oggi montante tra i popoli e vieppiù in Italia, nelle oscure caverne del vizio, affinché la Luce trionfi. Ma i tempi sono difficili. E però, la battaglia necesse est combatterla. Sull'unica trincea per cui vale la pena di essere presenti: quella della Libertà, contro ogni totalitarismo e nel massimo rispetto delle opinioni altrui, anche le più aberranti. "Non approvo ciò che tu dici, ma mi batterò fino alla fine perché tu possa esprimerlo liberamente", fu il pensiero di Voltaire, ed è il nostro. Sempre e comunque, illuministicamente. Così si salva la Libertà, oggi a rischio.
F.Gio

 

 

 

 

 

lunedì 7 ottobre 2013

E' morto centenario Giap, rivoluzionario vietnamita... la Storia in un libretto





E' morto centenario Giap, rivoluzionario vietnamita... la Storia in un libretto

Tra i primi libri che, da bambini, ci colpirono nella biblioteca paterna, ce n'era uno piccolo, dalla copertina rossa, con stampato un guerrigliero vietnamita in assetto di guerra. Ricordiamo il titolo, indimenticabile: "Guerra del popolo, esercito del popolo", con prefazione di Che Guevara, edizioni Feltrinelli. Lo leggevamo con curiosità, perchè raccontava della battaglia di Dien Ben Phu, dove le truppe vietnamite sconfissero nel 1953\54 la potenza coloniale francese mettendo fine al dominio della nazione europea nella penisola indocinese. E poi cartine, tecniche di guerriglia. Era scritto quel libro, edito in Francia nel 1961 e in Italia nel 1968, da un tizio per noi ragazzini dal nome strano: Vo Nguyen Giap. Papà diceva che il generale Giap, così era appellato nelle cronache, era un eroe dell'indipendenza del suo paese. Erano resoconti di guerra, scritti in linguaggio sobrio, ma stranamente non proprio militare, bensì con una conoscenza non superficiale della storia d'Europa, che evidentemente questo vietnamita capo dell'Esercito del suo paese, aveva studiato bene.

Pensammo pochi giorni fa a tale libro, apprendendo dalle notizie la morte del Generale Giap, il 4 ottobre: alla veneranda e ammirevole età di 102 anni! Era un sopravvissuto, evidentemente, di stagioni politicamente lontane nel tempo. E da giornalisti (a questo punto cominciamo a sospettare che la lettura anche di quel libro, come di altri di storia e narrativa, ci abbia inevitabilmente avviato a codesta professione, bella impossibile ma inevitabile... e non consigliabile ai figli.... come scriveva Matilde Serao -comunque il suo figliolo non la ascoltò- ne "I capelli di Sansone") siamo rimasti colpiti dallo spazio che l'International Herald Tribune ha dedicato, nel suo ampio articolo commemorativo, a Giap. Egli è stato l'uomo che ha vinto la cosiddetta "sporca guerra" del Vietnam contro gli Stati Uniti, finita con la celebre fuga dall'ambasciata americana di Saigon nell'aprile 1975, immagini che ricordiamo dalla tv in bianco e nero. Il commentatore ricorda correttamente che l'offensiva del Tet del gennaio 1968, voluta da Giap per scopi più propagandistici che utili, se fu un insuccesso militare e provocò 40 mila morti vietnamiti, ebbe immense ripercussioni nell'opinione pubblica statunitense, "svegliando" le coscienze popolari nell'opposizione a quel conflitto impressionante. Qui in Europa c'era la voce autorevolissima del filosofo Bertrand Russell ad opporsi, nonagenario, a quella guerra: l'intervista-documentario "The fog of War" del 2003 dell'ex Segretario di Stato Robert McNamara, ha chiarito definitivamente la posizione Usa al riguardo. E per noi cresciuti comunque col mito dei "Berretti verdi" (celebre il libro e più ancora, l'omonimo film con protagonista l'immenso John Wayne), che erano eroi di libertà contro il fanatismo comunista, se allora Giap e tutti i vietcong rossi erano nemici, oggi lo scorrere del tempo ci fa dire che in ogni caso lottarono per una idea di libertà della loro Patria, giusta o sbagliata che fosse, asservita al fanatismo ideologico o nazionalista. In particolare Vo Nguyen Giap, che era un avvocato, studiò legge nell'Università della capitale e fu comunque un comunista moderato, si oppose da Ministro della Difesa e Vice primo Ministro, al regime cambogiano di Pol Pot. E pur potendo assumere la leadership del Vietnam dopo la morte di Ho Chi Minh nel 1969 non volle, preferendo rimanere nelle seconde file seppure in scranni di comando. Come sa fare un rivoluzionario vero e non assetato di potere. "Se il nemico attacca noi ci ritiriamo, se il nemico si ritira noi attacchiamo", fu la massima di colui che è divenuto il teorico della guerriglia ben più di Guevara, il Generale Giap, nel XX secolo: e contro le cui strategie hanno avuto molto filo da torcere, seppure la guerriglia è una fase inferiore della guerra possente e tradizionale, le potenze mondiali come la Francia prima, gli Stati Uniti poi. Stati Uniti i quali, da grande democrazia, si possono permettere anche di elogiare il vecchio, centenario nemico quando muore. Dimostrando in ogni caso la superiorità filosofica del concetto di fraternità e tolleranza a fronte del fanatismo e dell'oscurantismo che nei millenni è stato ed è la rovina delle collettività umane.

Questo per inquadrare in una visione cosmica, la dipartita di Vo Nguyen Giap, che presa in sé è la morte di un vecchio secolare. Ma dove sarà ora quel suo libretto di cui prima si narrava? Sepolto fra i tanti e tanti libri che si sono accumulati nel corso degli anni, o dimenticato, oppure passato, come gli anni irrecuperabili della fanciullezza....
F.Gio

(Tra le immagini, una storica: la riconciliazione fra i "nemici: McNamara e Giap si incontrano ad Hanoi nel 1995; il libretto; John Wayne ne "I Berretti Verdi")

lunedì 16 settembre 2013

Undici settembre 2013, a Barcellona indipendentista noi c'eravamo





Undici settembre 2013, a Barcellona indipendentista noi c'eravamo
Barcellona, Catalogna, 11 settembre 2013, ore 17,14: noi c'eravamo. E non diciamo "noi" con la pomposità del plurale majestatis, perchè siamo stufi dell'autoreferenzialismo fine a se stesso. Lo scriviamo con umiltà e consapevolezza, da siciliani, ma soprattutto, da giornalisti. Ce lo siamo chiesti, ed abbiamo intravisto subito la risposta. E' quella che avrebbe dato Erodoto, uno che c'era, o Senofonte nella memorabile ritirata dei Diecimila: nei momenti cruciali della Storia si è protagonisti, testimoni, cronisti, ovvero, oggi si dice (che brutto termine... perchè non "cantori dell'Ignoto", pascolianamente...) giornalisti.

Fu un frangente dovuto alla passione indipendentista che fece incrociare le nostre strade con gli amici di "Gent de la Terra" (qui ringraziamo calorosamente Teresa e Ramòn Vilardell Jové per l'affettuosa accoglienza) che è tra le organizzazioni dell'Assemblea Nazionale Catalana, i quali vollero lo scrivente e Salvatore Musumeci del rinnovato MIS (che però non ci fu per impegni di lavoro) alla "Diada", come si dice in catalano, ovvero la imponente catena umana la quale ha ricoperto tutta la Catalogna dei colori giallo e rosso della bandiera indipendentista. E' la nostra medesima bandiera, sono i colori del drappo dell'EVIS e della ufficiale di Sicilia. Noi l'avevamo sulla pelle: una camicia gialla e rossa confezionata dalla gloriosa ditta Castello dell'altro amico indipendentista, nonchè fautore della moneta complementare (di cui abbiamo parlato a Barcellona, interessato lo stesso Presidente Mas), Pippo Pizzino. Quindi la Sicilia indipendentista partecipò. Ma c'era anche il "raccoglitore di storie".

Non si può descrivere l'entusiasmo che cogliemmo il pomeriggio dell'undici, mentre i rintocchi delle campane coinvolgevano emotivamente e passionalmente l'oltre un milione di persone in tutta la nazione catalanofona. Noi eravamo nel cuore della catena (l'idea è presa in prestito dai paesi baltici che nel 1990 ebbero l'indipendenza dall'URSS) in quella piazza de Catalunya in Barcellona, storicamente pregna di significati nostalgici, e ci guardavamo intorno, con lo sfolgorìo dei termini "llibertat" e "independencia" rimbombanti senza confini. Nel nostro piccolo, come i missionari nei secoli passati, eravamo in rappresentanza della Sicilia già separata dalla Natura, stato de facto con lo Statuto pattizio del 1946.... ma quanto distante ancora il nostro cammino dal loro! C'erano anche, organizzati in uno stand, gli indipendentisti sardi e della Corsica; quelli della Scozia e dei paesi Baschi; gli italiani del nord invece (con quel brutto accento) pensavano a fare moneta con i loro negozii in città... nessuno del tramontato "secessionismo" leghista... Sotto l'arco di Trionfo, numerosi stand dimostrativi propagandavano ciò che è stato, ci si spiegava, un lungo travaglio esplicativo, ma che finalmente è sceso sin nella psicologia collettiva: mentre sino a un decennio fa la classe media catalana e barcellonese era tiepida verso l'indipendentismo, ora tutti gli strati sociali, dal tassista ex franchista all'opulento riccastro, parteggiano per l'autodeterminazione.

Barcellona è una grande città, un milione e seicentomila abitanti, frequentatissima dai giovani che ivi convergono da tutto il mondo per le borse di studio universitarie, o semplicemente per godere della "bella vita" notturna; è la seconda città "gay friendly" d'Europa dopo Amsterdam (ma in giro anche la notte, non vedemmo nessuna ostentazione, come da noi...), è pulitissima e immensa, difficile da girare a piedi se non si è abituati, con strade grandissime in stile londinese; una città a misura di ciclista, con moltissime bici che l'Adjuntamento (il Comune) mette a disposizione di tutti, e che poi si depositano nelle rastrelliere (oh Palermo, oh Catania...), con ordinate piste ciclabili nei due sensi. E' una città religiosa, anche se non come un tempo (la Madonna di Monserrat, eguale alla nostra di Tindari, è molto venerata, così il celebre Cristo di Lepanto), di grande cultura, con moltissime librerie (un quartiere alla moda, Gracia, ne ha una trentina, oltre negozi raffinati e di gustosi manicaretti),voglia di conoscere, di sapere, cosmopolita: per dare l'idea, noveràmmo ben sette lingue (contando il siciliano, naturalmente) conversando a pranzo con gli amici, che si utilizzarono... E soprattutto, mentre tutti qui ricordano la situazione economica positiva della Catalogna, noi riscontrammo le lamentele degli indipendentisti che dicevano loro essere in crisi come nazione, perchè c'è il 25% della disoccupazione e di un quarto è calato il costo della moneta. E noi a spiegare che la Sicilia, nella realtà quotidiana, è ben peggio socialmente che la Grecia, e se non fosse per le pensioni e gli stipendi che mantengono due o tre famiglie ciascuno, e per l'immenso commercio in nero, la società siciliana sarebbe già caduta: questo avverrà presto purtroppo, come più volte ribadito da diverse analisi, se non si pone rimedio alla deriva.

Ma l'entusiasmo dei catalani, e di oltre la metà dei barcellonesi giovani (l'altra parte è tiepida o unionista con la Spagna: il ministero dell'Interno di Madrid ha parlato di 400 mila partecipanti volendo sminuire, gli indipendentisti dell'ANC di 1,600 mila partecipanti alla catena: di sicuro oltre il milione), è tutto per l'indipendenza, e lo notammo dalle piccole cose. Come ben si sa nel mondo indipendentista siciliano, o sicilianista, noi si ha difficoltà persino nello stampare una maglietta con la scritta "free Sicilia". Ma a Barcellona migliaia di euro sono stati investiti per i cosiddetti gadget: non solo bandiere e magliette, ma grembiali, spille, copricapi, ombrelli, accendini, persino carte d'identità del nuovo stato catalano sono vendute e prodotte. E' vero che nei tempi d'oro, la Lega al nord Italia si è mossa in questo senso. Ma la domanda che ponemmo è (della Lega lo sapevamo): qui chi paga? I catalani indipendentisti ci risposero quasi unanimemente che sia i partiti separatisti, che la gente, finanziano in modo spontaneo la propaganda. Dalle loro espressioni fideistiche, non avemmo dubbi a crederlo. E se è vero che fu un lungo processo anche storico, con la scelta della data, il 1714, di una sconfitta militare (abbiamo visitato il Museo celebrativo dei martiri catalani sterminati dalle truppe di Filippo V, e il loro generale la cui testa venne esposta mozzata per ben 12 anni nella pubblica piazza in segno di scherno...), è anche evidente che le differenze di posizione trovano in Catalogna la base unitaria nell'indipendentismo poichè esso è un processo relativamente giovane e nato dopo la dittatura franchista nelle forme attuali (anche se ha avuto manifestazioni pregresse nei decenni precedenti) e marcatamente laico e progressista. Non comparabile, adesso che ci siamo stati letteralmente in mezzo ne siamo del tutto consapevoli, sia per la koinè linguistica, che soprattutto per le sovrastrutture internazionali e geopolitiche, leggère in Catalogna e invece molto pesanti, anzi diremmo fondamentali per la Sicilia cuore del Mediterraneo da tremila anni per la strategia militare e politica delle Potenze nei tempi, con la situazione siciliana. In altra occasione approfondiremo il tema.

Qui è bello registrare la pàssio che un popolo fieramente caloroso come il catalano, elegante, discreto (i catalani non ti chiedono mai chi sei e cosa fai: per loro l'ospite è sacro, come i Feaci con Ulisse, nel vero senso del termine...) esprime nel "dìa de la indipendencia". Anche se vi sarà una consultazione popolare presto, e non potrà essere che una ratifica della volontà della maggioranza della gente catalana di separarsi dalla Spagna, il Presidente Mas vuole giungervi per via strettamente democratica. Questo è un bene ma anche un calcolo, perchè è perfettamente logico che il governo di Madrid il quale, come nella Costutuzione italiana è sancita l'indivisibilità dello Stato (ma da noi v'ha la contraddizione in termini dello Statuto, nato prima della medesima Costituzione.... non l'unica stortura giuridica italica purtroppo, per cui l'Alta Corte Siciliana fu soppressa ad hoc...), ha anch'esso come cardine l'unità spagnola e non concederà la separazione, almeno nella forma. C'è anche tra gli indipendentisti chi teme un casus belli, un attentato (dice nulla l'undici settembre come data? Dopo la strage in USA, entrarono in vigore leggi severissime in molti stati, che non sono abolite tuttora, anzi...) che possa dar luogo al governo centrale di intervenire militarmente e stroncare nella repressione la volontà sovrana di un popolo in cammino libero. A noi siciliani, che ben siamo abituati alle trame oscure, questi discorsi stimolano un abbòzzo di sorriso. Quando la buonanima di Finocchiaro Aprile nelle allocuzioni pubbliche parlava del "caro Winston" e del "mio amico fraterno Franklin Delano", sapeva quello che diceva. Non erano, come qualcuno adombra, trame da incappucciati, ma discorsi molto serii. Del resto, gli "incappucciati" e gli avversari di essi ci sono anche in Catalogna. E sono fieramente indipendentisti, come anche parte della Chiesa cattolica. Però, a parte gli orditi all'ombra della Sagrada Famiglia di Gaudì, resta indelebile la lotta sorridente di un popolo, diverso da noi ma con molte similitudini storiche, con i Re in comune (i sovrani catalani del XIV secolo che furono Re di Sicilia.... provate a parlare agli indipendentisti catalani dei Borboni o di Juan Carlos.... che per loro sono degni solo di essere dei caganer...del resto, anche per la storia siciliana, non ci fu dinastia più nefasta di quella borboniana, negli ultimi cinquant'anni del loro dominio) e che, anche se ha i "butiflé", i nostri "ascari" ovvero traditori e venduti al governo romano, vulgata con cui si designano coloro che, più prosaicamente, noi chiameremmo politicanti pappòni, è per la propria storia e per le convergenze parallele, più libero.

Noi, per un complesso di cose, abbiamo perduto la coscienza di codesta libertà. O più serenamente, siamo stati liberati. E "ci" liberiamo, quando vogliamo. Per amore o per forza. In Catalogna ci siamo sentiti pienamente catalani. Lo diceva anche un grande conterraneo del XVIII secolo, il Conte di Cagliostro: "tutti i popoli mi sono cari, in ogni luogo è la mia casa...". Ed è giusto così: "rimani con noi, Signore, perchè viene la sera... ", ricorda il Vangelo. Però... sull'aereo di ritorno, era inevitabile ripensare alle parole della bella canzone di Dalla, che è un moderno manifesto del nostro essere: "E fra un greco, un normanno e un bizantino, io son rimasto comunque siciliano..."

Francesco Giordano *

* Le foto allegate, sono state scattate da me...

(Questo articolo è stato pubblicato nel quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2013/09/barcellona-indipendente11-settembre-2013-noi-ceravamo/)

mercoledì 28 agosto 2013

Nasce la moneta Grano di Sicilia.... per opera di Giuseppe Pizzino: la Regione Siciliana la adotti come divisa complementare, se non vuole vergognarsi più di quanto merita...








Nasce la moneta Grano di Sicilia.... per opera di Giuseppe Pizzino: la Regione Siciliana la adotti come divisa complementare, se non vuole vergognarsi più di quanto merita...

"Diciamo dunque che l'isola di Sicilia è la perla del secolo per abbondanza e bellezze; il primo paese del mondo per bontà di natura, abitazioni e antichità d'incivilimento. Vengonvi da tutte le parti i viaggiatori e i trafficanti delle città e delle metropoli, i quali tutti a una voce la esaltano, attestano la sua grande importanza, lodano la sua splendida bellezza, parlano delle sue felici condizioni, degli svariati pregi che si accolgono in lei e dei beni d'ogni altro paese che la Sicilia attira a sè. Nobilissime fra tutte le altre furono le sue dominazioni; potentissime sovra tutt'altre le forze domate dai siciliani a chi lor facesse contrasto. E veramente i re della Sicilia vanno messi innanzi di gran lunga a tutti gli altri re, per la possanza, per la gloria e per l'altezza de' proponimenti". Con questo elogio, che oggi sappiamo essere storicamente vero, nel 1139 il geografo arabo Edrisi, iniziava il libro (kitàb) dei suoi viaggi dedicato alla Sicilia. Allora era evidente lo splendore dell'isola mediterranea: neppure il nascente stato inglese aveva un Parlamento, e la Sicilia se ne dotava con i Normanni, del cui regno l'attento scrittore marocchino lodava il governo, in particolare del dominus Ruggero II, che si incoronava pochi anni prima, nel Natale 1130 -ma con alterigia maggiore di Carlo Magno, perchè nei mosaici della Martorana è Gesù stesso che lo investe-, Re di Sicilia, dopo avere umiliato financo la potenza temporale del momento, la Chiesa cattolica, perchè nel regno isolano e dell'Italia del sud (chiamato anche regnum siciliae) era lui, e non il Pontefice, a nominare i vescovi, in virtù dell'apostolica legazia, per ottenere il cui privilegio il genitore di Ruggero, il Gran Conte, non esitò ad incarcerare il Papa, perchè fosse chiaro chi aveva le redini del comando in Sicilia. I Normanni non scherzavano.

Tutta questa premessa non tanto per dire come siamo malridotti quasi novecento anni dopo -fatto già notorio urbis et orbis- ma per sottolineare che, nello squallore della societas politicante che una minoranza di elettori, alle ultime elezioni regionali del 2012 (ha votato solo il 47 % degli aventi diritto, fatto mai accaduto dal 1946, e sempre da tenere presente...) ha inviato al governo regionale, esiste e continua a lottare una classe di uomini, imprenditori, liberi professionisti, impiegati, operaj del braccio e della mente, che non si rassegna al declino sociale ed etico dell'isola del sole.
Uno di costoro è Giuseppe Pizzino di Brolo, già inventore del marchio di camicie "Castello", conosciuto in tutte le realtà europee del tessile, che ha chiuso per strangolamento economico nel 2010. Il buon Pizzino non demorde, come tanti siciliani: ma lui si spende in prima persona, e sin dall'anno scorso (coadiuvato in questa "contagiosa follìa", per dirla con Pirandello, da alcuni amici, tra cui, immodestamente, chi scrive...) si è messo in testa di creare lavoro per i siciliani, attraverso la immissione nel mercato di una moneta complementare chiamata Grano, in ossequio all'antica tradizione sicula. Qui il link al sito dove ci sono tutti i dettagli di quello che è denominato "Progetto Sicilia", scaturito dall'omonimo libro stampato nel settembre 2012, un volume che, ne siamo convinti, fra non molti lustri sarà citato nei manuali di economia monetaria mondiale quale esempio salvifico di rilancio della struttura economica di un popolo (e speriamo di vederlo, con l'amico Pippo, dato che ci abbiamo messo anche qualche stilla del nostro sapere...): https://www.facebook.com/progettosicilia2013.2017?ref=stream

Dopo aver raggiunto moltissimi siciliani che hanno aderito al progetto e desiderano presentare al Parlamento dell'isola una petizione, con migliaia di firme, popolare per l'introduzione della moneta complementare Grano non sostitutiva ma in prima fase, di supporto all'Euro, Pizzino ha voluto dare il segnale tangibile del suo operato. E una mattina spunta improvviso dalla sua residenza a petto delle Eolie, a Catania (lui è globetrotter e gira l'isola senza problemi) e ci pòrge una moneta, chiusa nella plastichina di rito. E' il grano, fresco di conio, stampato e fiammante. C'è in una facciata (verso, per chi si intende di numismatica) la triscele, tre stelle e la scritta "proprietà Regione Siciliana", e nell'altra (recto) il disegno della Sicilia con la evidente divisione in nove province, la scritta "Valuta Siciliana 2014 - 1 Grano" e, alternate da stelle, le iniziali dei nove capoluoghi dell'isola. La guardiamo, la soppesiamo: è in ottone, del peso di circa 7 grammi, dimensioni della moneta da due Euro. Per chi è affascinato dai simbolismi, basti rammentare che l'ottone è lega di rame e zinco: e se il rame giallo-rosso è dono di Venere nonché rappresenta i colori della Sicilia espressi nella sua bandiera, lo zinco biancoazzurro echeggia la spuma e lo smalto del nostro sicelide mare... del Tirreno che vede le Eolie fumanti, dell'Jonio con la maestosa Etna torreggiante, del canale di Sicilia glauco di tramonti affricani....

"Proprietà Regione Siciliana", leggiamo. E sorge spontanea la questio: "Pippo, ma questa è la "tua" moneta, non della Regione, che ancora non ti ha neppure dato il benchè minimo segnale di riscontro.... l'hai pagata tu, di tasca tua...." Ma Pizzino sorride. "La pazzia è contagiosa", aveva ragione Pirandello. E ci sentiamo responsabili di averlo spinto un pochino anche noi su questa china.... La verità è che con questo gesto, il quale verrà ufficializzato alla presentazione, nelle prossime settimane, della Associazione Culturale Progetto Sicilia, che promuoverà in tutti gli ambiti l'adozione del sistema monetario complementare, Giuseppe Pizzino ha inteso dare uno schiaffo morale alla intiera classe politica regionale siciliana, che sebbene riscuota ogni mese -ciascun deputato all'ARS- circa 14 mila Euro, non ha respiro a medio o lungo termine e non sente la vergogna del proprio immobilismo nel non fare mentre l'economia isolana sta morendo irrimediabilmente.... un privato, un imprenditore che fu all'avanguardia nel suo settore, mette mano al portafogli e spende di suo per lanciare un progetto, fa coniare una moneta privata e sceglie di mettere nella dicitura non "Dollaro -o Sterlina- Siciliana di Pizzino" (come avrebbe fatto, glissando l'umiltà, un fondatore di micronazione come diverse ce ne sono nel mondo... e alcune perfettamente legittime, vedi il Principato di Sealand riconosciuto de facto dalla Corona Britannica, il Principato di Hutt River in Australia, o altri...), ma "Proprietà della Regione Siciliana".... mentre la proprietà e l'uso della moneta sono suoi, finora.... a questo punto, o la Regione Siciliana attraverso le modalità spiegate nel libro "Progetto Sicilia", adotta prima o poi il Grano come moneta complementare, o Pizzino fonda una banca (o un microstato...) e fa circolare la moneta! Non è uno scherzo, è già accaduto e succede in molte realtà nel mondo, basti fare ricerche specifiche su Internet.

Il Grano siciliano coniato da Pizzino, che dovrebbe essere moneta regionale (sulle origini e la scelta del termine, si rimanda al capitolo "Nota storica" a pag.89 del suddetto volume), ha il diametro di mm 26: più lo si osserva, più ci si rende conto di quanto, e ciò fortunatamente, la gens sicula non sia mutata dall'epoca normanna, allorchè si creò non solo la realtà di uno stato unitario siciliano (c'era già con i Kalbiti, ma la cristianità lo rese coeso), ma anche quanto certe scelte di alcune classi a pro del popolo, non siano mutate. Solo ed esclusivamente per il pubblico bene.

Lo spieghiamo alfine con un esempio del secolo dei Lumi: a Catania , nelle suggestiva via de' Crociferi, v'ha una fontana posta all'ingresso della ex villa Cerami, da qualche decennio sede della Facoltà di Giurisprudenza , sino alla fine degli anni Cinquanta del XX secolo di proprietà della famiglia dei Principi Rosso di Cerami, la cui ultima erede fu Dama d'onore di Sua Maestà la Regina Elena Pietrovich Niegosch Savoja. In quella fontana (ora lordata dai deliquenti graffitari.... ma la Sovrintendenza ai monumenti dov'è??) i Principi Cerami, il cui massimo rappresentante è celebre nella storia della riedificazione di Catania assieme a Ignazio Biscari, per aver a proprie spese, contribuito alla ricostruzione di pubbliche strade e palazzi, fecero incidere, con la data dell'evento (1722), una scritta latina a mo' di indovinello, ammonitrice: "Publico, non a publico, hic publicus". Pare superflua la spiegazione italica. E' un po' ciò che sta facendo, o tempora o mores, Giuseppe Pizzino col propugnare l'adozione della moneta complementare. Perciò lo sosteniamo, come all'epoca saremmo stati fraternamente sodali coi Cerami e coi Biscari, veri illuminati di un tempo che fu, ma che non del tutto svanisce, se lo si vive con l'entusiasmo della poesia.

F.Gio
 
Nelle immagini: la moneta Grano, la copertina del libro "Progetto Sicilia", e la fontana settecentesca di villa Cerami a Catania (scattata da noi...)
 
 

mercoledì 21 agosto 2013

L'intervento dei militari in Egitto salva lo stato laico




L'intervento dei militari in Egitto è la salvezza dello stato laico

L'intervento dei militari per ripristinare l'ordine e la sicurezza nell'Egitto, sta scatenando nell'informazione italiota, una ridda di commenti e analisi, dalla radio ai giornali (ormai quasi tutti consultati online) alla tv, la più gran parte inclini al chiacchiericcio in malafede. E diciamo in malafede perché la realtà, semplice e trasparente, è riassumibile nei seguenti punti:

I) nessuno può e deve ingerirsi negli affari interni di una grande nazione, per lo più di storia ultramillenaria, come l'Egitto: se il Consiglio Supremo delle Forze Armate, dopo la rivolta del 2011, ha deciso che la parentesi di un anno dell'ex presidente islamista Morsi, sostenuto dai Fratelli Musulmani, deve essere chiusa, è unicamente per difendere la laicità dello stato egizio, che nasce nel 1952 ad opera di Neguib e Nasser come un modello di governo musulmano incline alla visione occidentale, proprio ad opera dell'Esercito e delle altre Forze Armate, e però con il supporto indispensabile del cosiddetto modo della cultura, ovvero scrittori intellettuali e storici, che videro la nuova aurora del paese dei Faraoni, e non permetteranno che esso si trasformi in un attendamento dei fondamentalisti islamici; ancora viva è l'eco dell'assassinio del presidente Anwar Sadat nel 1981 da parte degli estremisti: quell'uomo di pace e illuminato, pagò con la morte il suo ideale;

II) il cosiddetto "colpo di stato" dei militari di queste settimane, altro non è che una operazione di salvezza nazionale che vede esprimersi al fianco dell'attuale "uomo forte" dell'Egitto, il generale Al Fatah al Sissi, la massima autorità religiosa, ovvero l'Imam della grande moschea cairota di Al Ahzar, nonché il cosiddetto "Papa copto", cioè Teodoro II capo della Chiesa copto caldea d'Egitto; e per i cattolici, persino il Patriarca di Alessandria si è espresso unanimemente a favore dell'intervento moralizzatore dei militari;

III) la popolazione è nella sua maggior parte, a favore dei militari e per la conservazione dello Stato egiziano nella sua integrale laicità. E' troppo pericoloso permettere alla Fratellanza Musulmana -come avvenne dopo le elezioni del dicembre 1991 in Algeria vinte dal Fronte di Salvezza Nazionale, poi sciolto il mese dopo- di governare l'Egitto e renderlo una nazione dove si diffonde la sharìa, ovvero la legge coranica. Neppure durante il periodo del califfato Ommayade si era giunti a tali estremi di fanatismo a cui la Fratelllanza si è spinta in quest'anno di governo, pertanto i militari e il gruppo laico degli uomini di cultura dell'Egitto (qui si sente la mancanza del grande scrittore Naghib Mahfuz, morto nel 2006, che venne in tarda età accoltellato proprio da fanatici islamisti) hanno fatto bene ad intervenire anche con la forza;

IV) a mali estremi, estremi rimedi: la repressione di oggi elimina i drammi del domani, e se il governo dell'Egitto fosse rimasto ancora nelle mani dei fanatici islamisti, i morti sarebbero stati ancora di più. Quindi non fa piacere notarlo, ma si devono ad ogni costo reprimere le manifestazioni terroristiche;

V) fanno un cattivo servizio alla stampa mondiale quei giornalisti (quelli italiani sono per caso comunisteggianti? Ma guarda un po'....!) che non raccontano la verità, ossia che la popolazione egiziana sostiene l'intervento dei militari e non vuole esser assoggettata all'oscurantismo di una dittatura religiosa medievale, come fu l'Afghanistan dei Taliban o peggio, soggiacere ad attentati stile al-Qaida: mentono per i più svariati motivi coloro che parteggiano per i fanatici islamisti, quindi la Giunta militare ha il dovere di "strigliarli";

VI) dulcis in fundo, i nostri italici commentatori da poltrona, sono molto più ignoranti della nostra Storia, e della grande Storia, del Generale al Sissi e dei vertici militari (che hanno studiato a Londra e Washington, dove si approfondisce davvero l'indagine storiografica...) e degli scrittori e intellettuali d'Egitto. Chi infatti ha letto, letto bene, Erodoto, le vicende dei grandi Faraoni o il De bello gallico di Cesare, sa che solo chi ha ottenuto con la forza anche spietata e brutale la vittoria sul campo, può permettersi di fare concessioni (così il generale in un discorso in tv pochi giorni fa) agli avversari, perché essi hanno già le reni spezzate. Solo chi ha la potenza può imporre la pace, ma dopo la vittoria.

Quindi, viva l'Egitto laico e la sua storia e cultura, difesa in nome dell'Unico Dio, dalle forze armate di quel glorioso popolo. Attendiamo che anche in Turchia, così come già avvenuto in Algeria, i militari, se è necessario, svolgano il medesimo compito, sostenuti dalla popolazione. L'Islàm è una grande religione tollerante e giammai estremista, ce lo dice il passato come il presente. L'Italia non può dire nulla al riguardo, perché militarmente la sua storia si spezza il fatale otto di settembre del 1943. E non risulta ci siano più state resurrezioni. Molto meglio i "berretti verdi" del celebre libro degli anni Sessanta.... Così un insegnamento di Meri-ka-ra: "Per gli uomini, Dio ha creato capi in grado di dirigere, sostegni per sorreggere la schiena dei deboli".    Infine suggerisce Amenemope: "il coccodrillo non emette alcun suono: eppure, è temuto da tempo"...
Francesco Giordano

mercoledì 3 luglio 2013

Scompare Emilio Colombo, l'ultimo dinosauro Dc.... si sapeva già tutto con il film del 1972, "All'onorevole piacciono le donne..."


Pubblichiamo il seguente articolo, apparso sul quotidiano online LinkSicilia, il 26 giugno 2013:

Colombo: l’ultimo dinosauro Dc


di Francesco Giordano (26/6/2013)

Quando la notte fra il 24 e il 25 giugno di quest’estate 2013, è morto, a Roma, il Senatore a vita ed ex Presidente del Consiglio Emilio Colombo -raggiungendo dopo un mese circa il collega Giulio Andreotti, coetaneo- , abbiamo pensato che se n’era andato a quasi 93 anni, l’ultimo “dinosauro” della defunta Democrazia Cristiana. E per noi che abbiamo superato la boa dei quarant’anni, è un segno del tempo che avanza. Personalmente Colombo un tantinello ci riguarda: era lui il capo del governo quando chi scrive venne alla luce; poi lo incontrammo qui nella nostra Catania già grande feudo DC, circa un decennio or sono, in un convegno di ex “democrìsti”. aveva il piglio di colui che era stato al potere in tempi di grande stile, e anche se non era una figura illuminata come Moro o Fanfani, si dava le arie di quella stirpe, di cui aveva condiviso successi e glorie e anche polvere.colombo
I “coccodrilli” dei giornali, mentre la tv lo ha poco ricordato, sono stati tutti o elogiativi o elusivi della sua multiforme personalità di uomo del sud ammanigliato coi potenti del tempo. Era l’ultimo “padre Costituente”, fu più volte ministro, Presidente del Consiglio, ecc. Solo “Il Fatto” ha quasi incidentalmente ricordato che nel 2003 venne coinvolto in una storia di droga (probabilmente, aggiungiamo noi, per “bruciare” la sua candidatura allora ventilata alla presidenza della Repubblica): riceveva e consumava abitualmente cocaina: ma si scusò in pubblico, scrive il quotidiano. E’ vero, si è scusato. Però come non connettere, per noi che ricordiamo la storia, la sua ascesa politica a Ministro dopo lo scandalo, a base di festini hard e droga, del 1953 che vide la morte della povera Wilma Montesi e la caduta dell’allora Ministro Piccioni? Forse un filo che continua….
Ma Colombo è suggellato nella memoria della cronaca collettiva, di questi giorni e anni senza memoria -infatti nessuno ha còlto o voluto scriverne, il nesso- da un film bellissimo nel suo essere grottesco e di denuncia, una pellicola del 1971, uscita nel 1972 e allora fortemente censurata e osteggiata (ci furono interrogazioni parlamentari, divieto ai minori di 18 anni, critici marxisti ferocemente nemici, ecc.), del regista Lucio Fulci e con protagonisti il palermitano Lando Buzzanca e Laura Antonelli: “All’onorevole piacciono le donne”.film
Se avessimo avuto una televisione, pubblica e privata, libera e non schiava del potere quale ch’esso sia, questo film si sarebbe dovuto trasmettere, alla morte di un gerònte DC come Colombo. Perchè quel film, nel personaggio protagonista impersonato da Buzzanca, l’onorevole Puppis, ridicolizza proprio l’allora capo del governo, che era Colombo, di cui erano notorie, specie nell’ambiente della Destra italiana -la DC lo sapeva ma era proprio l’ipocrisia del tempo- le tendenze omosessuali, come oggi si dice, mascherate dietro l’ossessione per le donne e gli amori per una Suora (unica vergine in un convento…).
E non solo. Il film denuncia lo spaventoso intreccio tra Vaticano, mafia e attentati (vi dice nulla tutto ciò nel 1972, a molti anni di distanza dalle stragi di Falcone e Borsellino di cui non si conoscono i mandanti occulti? Lèggasi le dichiarazioni del “pentito” Vincenzo Calcara riportate con coraggio da Salvatore Borsellino…) per far giungere al Quirinale Puppis: con l’esplosione di un aereo, muore in volo l’avversario designato, Torsello, per volontà del Cardinale (impersonato dal bravo Lionel Stander).
Non possiamo evitare di pensare a quell’aereo partito nel 1962 dall’aeroporto di Fontanarossa di Catania e precipitato per una misteriosa esplosione in volo a Bascapè, nel canavese, nel 1962: a bordo c’era e moriva il Presidente dell’ENI Enrico Mattei, un uomo libero, un vero combattente per l’Italia. Ministro dell’Industria dell’allora governo Fanfani, era Emilio Colombo. Sempre fervido atlantista.
Se la cinematografia ha insegnato qualcosa ed è stata anticipatrice lucida o visionaria di un fòsco avvenire, non sappiamo. Ma il “fil rouge” sembra quello. Ora la morte del “dinosauro” Colombo, con il suo viso da maschera di cera di un tempo in cui la Nazione italiana era certo più prospera e felice, ma anche molto, molto ipocrita e bacchettona, depone l’oblìo sul cadavere. O forse, sui cadaveri. Parce sepulto.

martedì 4 giugno 2013

La Catania che va al voto: come una nobile decaduta, non si illude più...

Pubblichiamo il seguente articolo, apparso sul prestigioso quotidiano online LinkSicilia il 1 giugno 2013:

La Catania che va al voto: come una nobile decaduta, non si illude più…


di Francesco Giordano (1/6/2013)

 

Le elezioni comunali che si terranno in Sicilia il 9 e 10 giugno, vedono Catania fra le città di primaria importanza, per risultati e per aspettative. Sia consentito a chi scrive, catanese studioso e appassionato delle tradizioni e antichità e del vissuto civico come attento al quotidiano, tracciare un breve quadro della situazione cittadina, alla vigilia dell’importante appuntamento.
Come una nobile decaduta che ha perduto la sua prisca grandezza, e similmente ad altre comunità, sopravvive per forza d’inerzia e con quel minimo di passione per non morire, senza sperare miglioramenti da alcuno nelle proposte politiche apparentemente diverse, in realtà appiattite nell’effimero e nel “particulare” del proprio personale tornaconto, imperante l’egoismo più becero: questa è la palpabile sensazione della popolazione di Catania, prima delle ennesime consultazioni. Non ci si crede più. Oppure chi ancora finge di crederci, o è necessitato o vuol fare “un favore all’amico”, andrà a votare senza convincimento. Non ci stupiremmo se come a Roma (con la quale Catania ha similitudini architettoniche non secondarie) voterà la metà degli aventi diritto.
Del resto la città è ben diversa da quella di un tempo: se negli anni Settanta, periodo di prosperità economica, contava 500 mila abitanti, oggi non ne annovera che cataniapoco meno di 300 mila: il commercio cittadino è in ginocchio, basti osservare i negozi del centro distrutti dalla crisi, più della metà chiusi o in via di fallimento -anni fa le vie Etnea, Manzoni, Vittorio Emanuele e Garibaldi, Umberto, erano l’orgoglio delle attività piccolo\imprenditoriali catanesi: ora languono nella morta gora…- a causa dei mutati gusti della popolazione, infatti anch’essa geneticamente modificata, la quale sceglie i centri commerciali del circondario più che i negozi della città. E’ la forte immigrazione dai paesi e cittadine della provincia che specie negli ultimi trent’anni, ha smontato la struttura sociale di Catania, nel suo centro storico come nelle periferie-dormitorio sulle quali è solo sufficiente accennare al loro immane degrado, riguardo cui tutti cianciano ma nessuno, tranne privati munifici (vedi le autentiche iniziative di un uomo libero come Antonio Presti per i librinesi) si attiva.
La sicurezza a Catania è un fatto aleatorio: vero è che, scrive chi principalmente cammina con la macchina di San Francesco (a piedi per gli indotti), è relativamente sicura, ma forse il nostro è un caso. Lo spaccio di sostanze stupefacenti è sotto gli occhi di catania 1tutti nelle vie adiacenti piazza Stesicoro, specie nel fine settimana (via Penninello in particolare), anche se le lodevoli operazioni recenti della Procura etnea contrastano con vigore i clan malavitosi che operano questo turpe commercio; la prostituzione da strada nelle zone della Stazione e della circonvallazione dilaga, le forze del’ordine sono poche, carenti di mezzi e a volte anche demotivate dalla situazione economica. I lavavetri, nonostante una ordinanza sindacale, aumentano e divengono anche pericolosi per le donne automobiliste con cui sono particolarmente aggressivi, così i posteggiatori abusivi. Chi si azzarda a difendersi da sé, perché poche alternative esistono, rischia e pure tanto. (a sinistra e sotto, a destra, due immagini di Catania tratte da wikipedia)
L’economia si regge sostanzialmente sul mercato “nero”, che era già stato denunziato in una delle visite, da un ricoverato all’ospedale Vittorio Emanuele durante l’ultima guerra, all’allora Principe Umberto di Savoja: “Principe, qui c’è intrallazzo!”, e lui: “intrallazzo?? Cosa è?”, ma lo capì subito, notando sbiancare le facce dei tronfi ufficiali del suo seguito, alcuni dei quali magari non erano ignari della situazione. Oggi è peggio.
C’è un ceto impiegatizio e di pensionati che sta reggendo per miracolo la crisi economica, a Catania più evidente che in altre città: sobbarcandosi le spese di parenti disagiati e senza lavoro e aumenti di balzelli varii. In silenzio e dignità, stringendo i denti perchè così vuole una certa educazione. C’è una classe di arricchiti del passato che si inabissa, perchè teme l’onda, ma sostanzialmente nella sua minorità, dei problemi generali, se ne frega perchè lo può fare.
I commercianti, i bancarellari della cosiddetta “fiera” di piazza Carlo Alberto come quelli della “pescheria” dietro il Duomo, non rilasciano scontrino fiscale, almeno la maggior parte; per non dire degli abusivi. Il Comune nella riunione di Consiglio del 4 febbraio, catania 2per non dichiarare il dissesto, ha raddoppiato la TARSU annuale, che deve comunque essere pagata da tutti, anche da chi ha reddito zero (pare che a Palermo invece vi siano delle fasce di reddito ove si paghi meno), e se si obietta questo, l’ufficio tributi risponde: “si venda la casa!”. Di questi fatti incontrovertibili non si sente traccia nella campagna elettorale.
Ma c’è, una campagna elettorale? Non pare, girando per la città. Ci sono riunioni di amici, al chiuso, “ammùccia ammùccia”, mentre ufficialmente sono aperte a tutti: questo vale per ogni schieramento o lista, a prescindere dal fatto che sia nuovo o di vecchio conio (ma i vecchi simboli non ci sono quasi più). I candidati a Sindaco, dai più quotati agli altri, rilasciano interviste, ma vaghe e generiche, come sempre. Non stanno comprendendo che il tempo delle fiabe è finito, perchè “finenu i pìcciuli” e nessuno si illude più. Si rivolgono a chi ha ancora qualcosa in tasca e crede che il ‘liotro’ voli con a cavallo il mago Eliodoro. In questi giorni pre elettorali magari qualcuno ci casca.
Ci sono manifesti con facce in gran parte nuove. Si sono ridimensionati i consigli di quartiere. Qualche sacrestia vecchio stile cerca ancora il voto del parrocchiano. Altri offrono il pranzetto sulla riva del mare. E’ tutto cambiato in peggio, sociologicamente. Soprattutto per l’elezione diretta del Sindaco. Alla quale si credeva, fino al 2005 almeno: poi per le note vicende, è scemato non solo l’entusiasmo, ma soprattutto è svanita la fiducia che questo o quello possa davvero incidere positivamente sul tessuto sociale, della sicurezza e del rilancio occupazionale ed economico della città.
Una città, Catania, che se fu “tutrix Regum” durante il periodo catalano-aragonese (XIV sec.) in cui ospitò i Re di Sicilia al castello Ursino (nella foto sotto, a sinistra, tratta da manganellipalace.it), ha non a caso 2700 anni di storia indimenticabili. Non è neppure bello definirla, come certuni scrivono, la “Milano del Sud”, castello ursino cataniadefinizione usurocratica degli arricchiti: meglio ci pare la dizione, che ritroviamo in una guida turistica stampata da Giannotta nel 1894, di “seconda Madera” (erano i tempi del romanzo di Mantegazza, “Un giorno a Madeira”), per le qualità climatiche invidiabili, che donano la mitezza delle temperature per la maggior parte dei mesi dell’anno.
Ma già, Catania allora era la patria della Letteratura italiana, come in una conferenza nostra, mesi fa, ha giustamente ricordato l’amico poeta e linguista Salvatore Camilleri: Verga, De Roberto, Capuana, Rapisardi, erano ai vertici nazionali per importanza (gli ultimi due furono pure Presidi della Facoltà di Lettere: e di costoro, sia detto ai tanti giovani che credono ancora al cosiddetto “pezzo di carta”, nessuno ebbe la laurea…). Poi divenne la città di Brancati (che catanese non fu, ma interpretò bene il sentimento), e del catanesissimo Ercole Patti, come prima era stata dello zio Giuseppe Villaroel. “La città con le sue lastre di lava scure, le sue edicole tappezzate di giornali, i suoi cinematografi, le sue pasticcerie affollate, i suoi monumentali orinatoi sfarzosamente illuminati, aveva un’aria alacre e allegramente funebre” (Giovannino). Così Patti descrive Catania in un suo celebre romanzo, nel 1921. Al centro c’era il bar di Tricomi e allo Spirito Santo il biciclettajo Garozzo, come in via Vittorio Emanuele l’altro costruttore di bici, Giovanni Napoleone. La farmacia di riferimento era Spadaro Ventura, gli arancini si mangiavano da Giardini, i fratelli Prinzi erano grandi imprenditori e armatori e Amato Aloisio produceva borse, armi e posate di alpacca. Che ne sanno di tutto questo i nostri politicanti, per lo più “importati”, anche legittimamente, ma importati?
La gente, giovane e meno giovane, ha letteralmente “fame” di lavoro: ma lavoro la politica non ne può dare più. Tutti i candidati dicono: “non ti posso dire che lo farò, sai… ti direi una bugia…” e via discorrendo. E’ vero, i tempi sono decadenti. Ma chi si candida a guidare una comunità numerosa potrebbe se lo vuole, invertire la tendenza. Quanta gente lavorava, senza tante storie (storie significa: presenta il curriculum, che esperienze specifiche hai… salvo poi constatare che son tutte scuse…), durante le sindacature di La Ferlita e Papale, negli anni Sessanta? Oggi quella stessa gente deve pensare ad aiutare figli e nipoti perchè sono o precari, o disoccupati.
I turisti vengono qui per le nostre bellezze artistiche, ma vanno via dopo un giorno o due al massimo, perchè nonostante il fiorire di bed and breakfast, manca -se non c’è l’amico locale che ti guida- un indirizzo unitario: si lascia tutto a casaccio, con le conseguenze che possono derivare. Il Comune chiede ai privati, è un bando recente, di stampare una guida breve della città: loro descriveranno i luoghi… loro chi? Non c’è dietro, come un tempo fu, Villaroel o Saverio Fiducia….. per cui si lascia abborracciàre nella superficialità….
Questa Catania, già nobile e bella, ricorda la principessa Cerami, già dama di corte della Regina Elena: ci si racconta che via dei crociferi cataniasino ai primi anni Cinquanta usciva dalla sua villa in via Crociferi imbellettata e bionda, come solo le donne dell’alta nobiltà potevano allora. Morta lei, il luogo fu mutato in Facoltà di Giurisprudenza, e tutto cambiò. All’ingresso di quella villa c’è una fontana con una scritta-calembour, che il nostro amico ora innanzi all’Essere Supremo, Santi Correnti, ci illustrava con la sua contagiosa passione di storico. La costruirono i principi Rosso di Cerami nel settecento per tutti, ricordando però che non era fatta da tutti, ma da loro (“publico, non a publico, hic publicus”). Da ragazzi la vedevamo pulita, fino agli anni Ottanta. Ora è sporca, ricettacolo di bottiglie e pure imbrattata di spray. Questa è la Catania che va al voto. (a destra, via dei Crociferi: foto tratta da flickr.com)

martedì 28 maggio 2013

Reddito minimo in Sicilia: sia dato a tutti gli aventi diritto, 756 milioni di Euro e non 50…..


Pubblichiamo il seguente articolo, apparso sul prestigioso quotidiano online LinkSicilia il 24 maggio 2013:

Reddito minimo in Sicilia: sia dato a tutti gli aventi diritto, 756 milioni di Euro e non 50…..


 Nella Sicilia che muore, tutti siamo coesi nel dolore della famiglia Guarascio di Vittoria, il cui capofamiglia, l’operaio Giovanni, si è dato fuoco nei reddito minimogiorni scorsi ed è deceduto, per la disperazione di non aver potuto riscattare la propria casa, venduta all’asta perchè egli non aveva potuto onorare, ad un istituto di credito (una banca siciliana…!!!) il debito contratto di 10 mila euro; nella Sicilia della dignità, laddove recentissimamente il Servizio Statistico regionale pubblica che l’isola è la più povera fra le regioni dello stato italiano, il 27,3 % delle famiglie sono in povertà e 180 mila, ovvero il 32,2 % dei residenti, sono in povertà assoluta, ossia sotto la soglia dei 6 mila euro annui, accade che un ddl del gruppo parlamentare siciliano del Megafono, tra i cui firmatari come deputato regionale c’è il Presidente Crocetta, preveda l’assegnazione di un reddito minimo garantito, ai nuclei conviventi in stato di difficoltà. Aggiungendo la non discriminanza fra coppie di fatto, legalmente maritate e dello stesso sesso, aspetto quest’ultimo innovativo nella legislazione regionale sicula, nonchè di indiscussa modernità. Il gruppo del Movimento Cinque Stelle, che per primo ebbe l’idea, sostiene l’iniziativa.
Azione positiva in un frangente drammatico? Non proprio. Perchè se a casa nostra, come in tutte le case di gente dabbene, si fanno i conti prima di avviarsi al mercato per la spesa, questi non tornano per nulla. E per l’ennesima volta si turlupinano i siciliani, specie i più bisognosi. Dalla classe politica, vieppiù da coloro i quali sbandierano i termini “rivoluzione” e “lotta alla povertà”, ciò è inaccettabile. Vediamo nei dati.
La notizia del ddl antipovertà è che nel primo anno di finanziamento, se verrà approvato dal Parlamento siciliano, il reddito minimo per nuclei di convivenza (non necessariamente familiari: la definizione è affatto controversa…), sia di circa 400 euro. Già si nota una chiara anomalìa, come evidenziato da codesta testata: i singoli, spesso anziani e indigenti, cosiddette famiglie mononucleari secondo le anagrafi dei comuni, non hanno diritto al contributo? Perchè? Non si creerebbe una disparità illegale, che ricorda per certi versi la sciocca tassa sul celibato del periodo dittatoriale?
Le recenti informazioni del Servizio Statistico della Regione Siciliana, così come riportato dai quotidiani, affermano che “stimando per la Sicilia una platea di 180.000 nuclei familiari in povertà assoluta, ottenuta applicando all’Isola l’incidenza di tale fenomeno sulle famiglie del Mezzogiorno (8%), si può prevedere un fabbisogno di 756 milioni di euro all’anno, nella ipotesi di applicazione del reddito minimo adottato dalla Campania (350 euro mensili). “Si tratta di risorse reperibili – si legge nello studio della Regione – solo a condizione di una revisione generale delle attuali forme di assistenza”.
Questa è la cifra che serve, senza alcuna discriminazione: almeno 756 milioni di Euro. I quali ricordano lo “scippo” degli 800 milioni di Euro attuato dal governo nazionale ai danni della Sicilia, a causa del cosiddetto ‘fiscal compact’. Facciamo finta che ciò non sia, per ora. Un tempo i bambini giuocavano con le ombre, e qui ve ne sono massimamente che luci. Perchè il tanto sbandierato ddl Crocetta-Megafono a contrasto della povertà, mette a disposizione solo la modica cifra di 50 milioni di Euro: per il primo anno, affermano i promotori. Aggiungendo che le assegnazioni verranno fatte dai comuni dell’isola, in base a criterii per noi discutibili (il lettore sa immaginare…), e verrà stilata una graduatoria.
La sproporzione, dato che la medesima Regione da parte del Servizio Statistico ci comunica la cifra occorrente per una equa distribuzione di un eventuale reddito minimo come in altre regioni, è troppo manifesta e diseguale, per non indignarsi. Vieppiù davanti a casi come quelli dell’onesto muratore Guarascio di Vittoria, che se avesse prima avuto un sostegno sociale da chicchessìa (le figlie, ragazze belle come la terra di Sicilia sa dare e rispecchianti limpidezza, in una trasmissione televisiva condotta da Del Debbio, han detto senza mezzi termini che bussarono alle porte dei politici e anche della Chiesa, ma nessuno li ha ascoltati…. fino alla tragedia…), oggi sarebbe molto probabilmente ancora in vita. In quel caso le leggi rispettabili ma assurde e sovente inumane, hanno permesso alla banca, per un debito di poca entità ma per lui inarrivabile, di privarlo del bene per eccellenza, la casa: ma non si può consentire, in giorni di tragedie, di scherzare con la pelle del popolo siciliano.
Il quale, ci insegna la Storia, quando è alle strette, si ribella energicamente, come succede da tempi antichi. anche prima del Vespro: bastò all’Emiro Giafàr dei Kalbiti, quando per la prima volta la Sicilia divenne uno Stato indipendente (anche se formalmente soggetta ai Fatimidi di Egitto, dal X secolo l’isola era già autonoma: la sanzione statuale verrà coi Normanni, che trovarono una amministrazione efficiente) sulla soglia dell’anno 1000, mettere una tassa sui grani e sulle frutta, per scatenare la ribellione che in pochi decenni abbatterà il governo mussulmano e aprirà le porte ai guerrieri catafratti del Nord. Ma di tutte queste istorie, purtroppo, i nostri governanti di jeri e di oggi poco sanno. povertà
Il sottoscritto, non solo in qualità di uomo libero ma anche nella veste di Coordinatore e responsabile dell’ufficio Cultura e Storia Patria del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (il più antico raggruppamento che propugna gli interessi dell’Isola, particolarmente vicino agli ultimi del popolo siciliano), si indigna fortemente e eleva chiara la protesta verso la sproporzione inaccettabile che emerge fra il fabbisogno dei nuclei familiari in povertà assoluta esistenti in Sicilia, come documentato dal succitato studio, e la proposta di ddl del Megafono e del Presidente Crocetta: se egli vuole davvero manifestare concreta vicinanza ai più bisognosi, senza discriminazioni come è giusto, aiuti tutti senza demandare ai comuni: la Regione procuri i 756 milioni di Euro che servono, stornandoli da altre fonti (e si sa quali…) e li distribuisca direttamente ai meno abbienti, se vuole redigendo una lista, ma senza parzialità, nè il minimo rischio di favoritismi. Tertium non datur, come dicevamo al Liceo.
Per evitare bagni di sangue in ogni caso cruenti (nessuno dimentichi i fatti di Bronte…); con versi fulgidi così scriveva Mario Rapisardi (1844-1912), Vate dell’italica poesia e fervidamente siciliano (da “Il canto dei mietitori”): “I nostri figlioletti non han pane, \ e chi sa? forse moriran domane, \ invidiando il pranzo al vostro cane… \ E noi falciam le messi a lor signori. \\ Che volete? Noi siam povera plebe, \ noi siamo nati a viver come zebe, \ ed a morir per ingrassar le glebe. \ Falciam, falciam le messi a quei signori. \ O benigni signori, o pingui eroi, \ vengano un po’ dove falciamo noi: \ balleremo il trescon, la ridda, e poi… \ poi falcerem le teste a lor signori”.

                                                                         Francesco Giordano

giovedì 25 aprile 2013

Altri suicidi per l'indipendenza del Tibet dall'occupazione cinese: similitudini storiche con la Sicilia...








Altri suicidi per l'indipendenza del Tibet dall'occupazione cinese: similitudini storiche con la Sicilia....

"Libertà va cercando, ch'è sì cara \ come sa chi per lei vita rifiuta", affermava Catone nel I libro del Purgatorio della Commedia dantesca: non v'ha visione più limpida della libertà politica individuale e collettiva, dell'episodio in cui il simbolo della incorruttibilità si uccide per non cadere nelle mani del tiranno. E la strage, nel XXI secolo dell'era cristica, continua. Altri tre monaci tibetani si sono suicidati per protestare in modo cruento ma pacifico, autoimmolandosi, contro l'occupazione del Tibet da parte della Repubblica Popolare Cinese, ininterrotta dal 1950. Salgono a 118 così i suicidi per la libertà del Tibet , dal 2009, mentre oltre due milioni di tibetani da un sessantennio sono morti per il ritorno alla autodeterminazione. Così il quotidiano Repubblica del 25 aprile 2013: " Tre tibetani sono morti dopo essersi dati fuoco per protesta contro Pechino nella regione cinese del Sichuan, nella prefettura di Abe dove il governo centrale ha imposto una massiccia presenza militare. Lo riporta il gruppo Free Tibet. Due delle vittime erano monaci buddhisti, identificati come Lobsang Dawa di 20 anni e Konchog Woeser di 23: si sono immolati nel monastero di Taktsang Lhamo Kirti. La terza era invece una donna 23enne, le cui generalità non sono state rese note. Tutti e tre si sono tolti la vita per protestare contro l'annessione della madrepatria da parte della Repubblica Popolare, e reclamare il ritorno del Dalai Lama. Le autorità cinesi, che ufficialmente hanno negato di essere a conoscenza dell'accaduto, hanno disposto l'immediata cremazione delle salme per impedire manifestazioni di massa in occasione dei funerali....la maggior parte sono morti a causa delle gravissime ustioni riportate. La Cina afferma di aver 'liberato pacificamente' il Tibet e di aver migliorato le sorti del suo popolo...molti tibetani non sopportano quella che considerano una dominazione da parte di Hans, l'etnia prevalente in Cina, e la repressione della loro religione e della loro cultura".

Sin dal 1959 il governo Tibetano è in esilio a Dharamsala in India, dove risiede con Sua Santità il Dalai Lama Tensin Gyatso, Premio Nobel per la Pace nel 1989 e figura conosciuta in tutto il mondo per il suo impegno non violento (è anche Barone del Principato indipendente di Sealand). E' assurdo nonchè vergognoso che ancora una potenza come la Cina, nonostante la mobilitazione dell'opinione pubblica internazionale (molti attori, tra cui Richard Gere, sono paladini della causa) e i riconoscimenti dell'ONU che ha più volte protestato per l'occupazione, continui il genocidio del pacifico popolo tibetano, per meri motivi di sfruttamento economico (si sa che il sottosuolo è ricco di materie prime).

La superfice del Tibet è grande, detta anche "il tetto del mondo": ma la popolazione è poco superiore, 6 milioni e mezzo, a quella della Sicilia (5,5 milioni). Pure, circa 7 milioni di cinesi hanno negli ultimi 50 anni occupato il Tibet e continueranno a colonizzarlo, specie dopo la recente apertura della ferrovia Pechino-Lhasa, ai soli fini di estinzione della orgogliosa e antichissima razza tibetana. Chi ha letto il romanzo di Heinrich Harrier "Sette anni in Tibet" ed ha visto il film, conosce anche se de relato, il dramma di codesto grande e dignitoso popolo.

Tibetani i quali, lo rammentiamo per i cultori dell'esoterismo, detengono i segreti dell'immortalità e dell'Infinito ben più forse di altre tradizioni religiose: non è un caso che la sezione Ahnenerbe delle SS tedesche fu inviata negli anni trenta in Tibet, laddove vige tra i simboli fondamentali del buddismo, lo swastika quale segno di eternità solare (il nazionalsocialismo ne invertì il corso, fatalmente come sappiamo), intrecciato ivi con la stella salomonica a sei punte (magia verde). Il dolore più immenso è il tentativo da parte dei cinesi di cancellare culturalmente, religiosamente e documentalmente, l'identità medesima dei tibetani: un comportamento il quale, sebbene non cruento come quello vissuto dalla popolazione asiatica, è ben presente ai siciliani non inquinati da continentalismo...

E' infatti una battaglia per certi versi comune con il popolo siciliano: ravvisiamo diversi punti di collegamento fra le due stirpi. Entrambi vantano oltre duemila anni di civiltà, entrambi furono occupati e mai cancellati sia storicamente e culturalmente, entrambi soggiacciono ad influenze straniere. Noi fondammo il più antico Parlamento del mondo, ben prima di quello inglese (1130 le Curiae Generales di Palermo, 1264 quello di Londra...), insegnando l'arte politica all'Occidente; il Tibet custodisce la religiosità più arcana della Terra. Peggio di noi, il Tibet è stato militarmente e con la violenza occupato nel 1950 dopo la nascita della Repubblica Popolare; mentre la Sicilia, dopo la guerra separatista del 1943-46 combattuta dai giovani dell'EVIS e sostenuta ufficiosamente dal Movimento per l'Indipendenza della Sicilia, ottenne dalla traballante monarchia sabauda lo Statuto autonomista, figlio diretto delle Costituzioni del 1812 e 1848, nonchè vide tra i deputati dell'Assemblea Costituente che elaborò la Costituzione italiana, il fondatore del MIS On.Andrea Finocchiaro Aprile e altri rappresentanti del partito indipendentista siciliano. Noi scegliemmo di vivere in uno stato federale, attraverso lo Statuto siciliano parte integrante della Costituzione d'Italia sin dal 1948; il popolo del Tibet governato da Sua Santità il Dalai Lama, è stato vilmente occupato dall'esercito comunista della Cina e mai più liberato. Noi siciliani non invochiamo il ricorso al separatismo poichè l'applicazione dello Statuto nella sua interezza, e non parzialità, è il passo primario per la finale autodeterminazione del popolo di Sicilia; i tibetani devono uccidersi per dimostrare al mondo che desiderano tornare un popolo libero.

Significativa, come ogni azione simbolica, è la bandiera tibetana che qui si riproduce: il governo di Pechino la vieta perchè espressione "separatista", noi per fortuna abbiamo insite nella storia siciliana la bandiera giallo-rossa con la triscele, facente parte dello stemma regionale: e persino la bandiera di combattimento dell'EVIS è fregiata con i colori della Nazione Siciliana, prettamente normanno-aragonesi....e non già statunitensi (seppure ci fu negli anni d'oro chi ambiva alla federazione con gli USA).

La loro lotta merita rispetto e solidarietà. La libertà per cui si giurò in sacre sale, è la libertà scelta autonomamente dai popoli, contro ogni forma di tirannìa. "Bello è affrontar la morte, gridando libertà", così la cabaletta dei Puritani di Vincenzo Bellini. Dalla Sicilia al Tibet, è un inno alla sacralità del sommo arbitrio, nel particulare come nel politico, ovvero la scelta fra oppressione e autodeterminazione. Il Tibet lotta per tornare libero, e tutti i popoli e le persone che scelgono di "morire con la fronte rivolta al sole " (Josè Martì), sono al fianco dei martiri tibetani, del Dalai Lama e del ritorno del Tibet all'indipendenza.

F.Gio
 

martedì 2 aprile 2013

Con Francesco, e Benedetto, la Chiesa cattolica non sarà più la stessa






Con Francesco, e Benedetto, la Chiesa cattolica non sarà più la stessa

Abbiamo voluto attendere il compiersi dei riti della Settimana Santa, per commentare una Quaresima, codesta del 2013, che non si potrà più dimenticare, sia da parte dei cristiano-cattolici del mondo che dai popoli di ogni razza e religione e senza una fede: se è vero che la storia della Chiesa annovera rinunce al soglio pontificio, poche ma avvenute secondo regole consolidate (tra le ultime è la lettera di Bonifacio VIII che definisce le modalità delle dimissioni del predecessore, San Celestino V), nessuna era mai stata così universale come quella di Benedetto XVI. Egli non ha solo lasciato la "vigna del Signore", di cui si era immediatamente dopo l'elezione definito "l'umile operaio", ma ha anche precisato che sarà "Papa emerito", si chiama Benedetto XVI e non ridiventerà il Cardinale Ratzinger (mentre tutti in assoluto gli ex Papi dei secoli passati erano tornati a svolgere le funzioni da cardinali o da monaci), rimane dentro lo Stato del Vaticano (nessuno dei precedenti Papi era invece rimasto a Roma dentro gli stati della Chiesa) e come un qualunque professore universitario d'alto rango, del resto egli è stato docente all'Università di Colonia, assume il titolo di "emerito" e le funzioni connesse. Si fa anche chiamare "Sua Santità". "Emerito di molto merito", secondo il verso di quel toscanaccio del XIX che fu Giuseppe Giusti.

Per quel che concerne il nuovo Vescovo di Roma, che i giornali chiamano Papa, ma egli ha evidente irritazione per tale ruolo (la sera della elezione in diretta tv ha fatto comprendere che egli è tale, un Vescovo di una chiesa romana "che presiede alle altre", non più il Pontefice, come ancora l'ufficialità lo designa...e salutare a suo modo invece che col cristiano "sia lodato Gesù" è altro fatto emblematico...) essendo notoriamente avverso sia al curialesimo che alla liturgia tradizionale ed ai simboli connessi, eletto il 13 marzo col nome (unico anch'esso, e ci sarà una ragione per cui in quasi otto secoli nessun Pontefice lo ha mai scelto...) di Francesco, senza voler giudicare un uomo dai suoi atti precedenti, ma dai quali è evidente un signore di 76 anni è come logica vuole, potentemente influenzato, egli ha fatto comprendere subito il suo stile. La massa lo loda e lo apprezza, ma è un frangente di assoluta acriticità per cui in tempi passati, vedere due Papi accanto l'uno all'altro sarebbe stato uno scandalo per la gente, ignorante sì ma ben ferrata nell'Evangelo: oggi la più gran parte ha studiato, è stata in Università, ma è mònca della dottrina mistica e soprattutto esoterica del Cristianesimo cattolico, per cui anche "i due papi" sono occasione di spettacolo. Scena, come il video appositamente girato in occasione dell'incontro "storico", il 23 u.s.

Nel nostro intervento sul Papa nascosto al mondo, auspicammo l'avvento della vera povertà francescana nella Chiesa: non di un gattopardismo gesuitico. Si vedrà se il Vescovo di Roma Francesco vorrà davvero attuare il programma implicito di paupertas che inevitabilmente si lega al nome del poverello di cui, egli sacerdote della Compagnia di Gesù (sciolta nel 1773 dal Pontefice Massimo Clemente XIV, dell'Ordine Francescano...quel Papa non era scevro da considerazioni iniziatiche profonde...) ha ardito assumere il nome e rompere il tabù vigente, con i fatti. "Dai frutti li riconoscerete", ha affermato Gesù: i frutti dovrebbero essere la cancellazione ipso facto (il Vescovo di Roma che è anche capo dello Stato del Vaticano lo può fare con un semplice motu proprio, come nel 2007 Benedetto XVI dato che i Vescovi erano contrari, con tale documento ordinò senza preventiva autorizzazione, la celebrazione della Messa secondo il vetus ordo, ossia in latino) dello IOR, ovvero della Banca vaticana, entro le cui mura tutti sanno, e la Magistratura italiana più volte lo ha verificato, si svolgono sporchi traffici e riciclo di denaro illecito che nulla ha a che vedere con la sacralità del messaggio cristico. I frutti dovrebbero essere, e sarà qui la prova de facto del nuovo inquilino dei palazzi apostolici romani, non le prediche (di cui con tutto il rispetto, abbiamo stufe le orecchie...) contro la "sporcizia del peccato", ma gettare in pasto ai porci quelle bestie dei preti pedofili e violentatori, cacciarli dalla comunione della Chiesa, denunziarli alle autorità laiche prima ancora che lo facciano le traumatizzate vittime, mai più coprire codesti malati e invertiti; i frutti dovrebbero essere dichiarare (quantomeno, vista la dottrina della Chiesa in materia... oppure ammettere la realtà...) un errore l'autorizzazione data dal Segretario di Stato di Benedetto il Cardinal Bertone, di aprire al piano terra del palazzo di Propaganda Fide a Roma la più grande sauna gay d'Europa, come è emerso nei giorni della sede vacante, anche se la notizia è passata sotto silenzio. Chi si vuole che creda a chi predica bene e razzola così male? Si scelga l'Umiltà vera e non quella ostentata davanti alle videocamere di TV e internet, per pura scenografia. Se poi le masse che si accontentano di segni esteriori, i quali hanno sì un significato, ma invertito, credono sia sufficiente non abitare più negli appartamenti papali in Vaticano, come ha deciso Bergoglio, o rinunziare a stola e anello d'oro, questo potrà bastare ai farisei, non a chi crede sul serio. Del resto bisogna riconoscere al Vescovo di Roma venuto dall'Argentina che almeno è coerente: perchè dovrebbe assumere luoghi e funzioni papali, se egli si sente ancora e solo un Vescovo? Ma si dirà, il Papa è "l'altro".... il fatto è che "l'altro" si è dimesso però rimane lì, "emerito" ma presente.... Quis ut Deus? Quo vadis, Domine?

Le profezie di Fatima, manipolate ad arte dalle autorità ecclesiastiche e variamente trasmesse (si dice pure che colei che conoscemmo come Suor Lucia non sia stata la vera veggente ma una falsa monaca, poichè la vera sparì in un convento e nulla se ne seppe: una sostituzione di persona che se parrebbe assurda, non meraviglia, qualora raffrontata con lo scambio del XVIII secolo tra il falso Giuseppe Balsamo, impostore grossolano, e l'iniziato Alessandro Conte di Cagliostro, che vide la luce della mistica cavalleresco-massonica dal cappuccino-alchimista Altothas...), come quelle di La Salette e della monaca agostiniana Emmerich, affermano senza tentennamenti che l'eresia salirà ai vertici sommi della Chiesa, e il Drago provocherà scismi e sofferenze nei veri credenti. Sembrano avverarsi anche le famosissime predizioni di Malachia: dopo "Petrus romanus", che secondo alcuni fu il cardinal Bertone (Pietro Tarcisio, nato a Romano Canavese), "la chiesa sarà distrutta": e lo stravolgimento liturgico e dottrinario del nuovo Vescovo di Roma lascia esattamente vedere questo (anche se è vero che dopo il Concilio Vaticano II il Papa è un "primus inter pares", l'assise del 1965 non fu dogmatica, e sono stati i pontefici a spogliarsi dell'autorità, volontariamente). Si aggiunga che Bergoglio è stato eletto il 13 di un 2013, la ripetizione di tale numero è significativa, poichè nei tarocchi il 13 è, chi li ha studiati lo sa, l'unica carta senza nome: la Morte. Infine lo stemma: scelto sulla base di quello cardinalizio e cambiato dopo nove giorni, dal 18 al 27 marzo, perchè qualcuno in Vaticano ha fatto notare che il pentalfa non era esattamente mariano, sostituito da una stella a otto punte, e il nardo simile a uva o pigna rimaneggiato, rimane il simbolo gesuitico, più grande araldicamente degli altri, quindi filologicamente scorretto (ma ciò è evidentemente una sciatteria; come il regalo dell'icona della Madonna dell'Umiltà, a lui donato dal Vice Patriarca ortodosso di Mosca il 20 marzo e il 23 regalato al papa emerito. E nessuno dei due, si legge nel dialogo, dice di conoscere la Madonna dell'Umiltà, che crediamo invece sia nota anche a cristiani analfabeti... se in alto ci si comporta così, in basso non ci si meravigli...). Neppure ai tempi di Alessandro VI Borgia, la cui moralità era certamente discutibile, si misero in ombra le consuetudini e il ruolo papale: come ci ricorda quel laico che fu il grande contemporaneo Machiavelli: "Quei principi o quelle repubbliche le quali si vogliono mantenere incorrotte, hanno sopra a ogni altra cosa a mantenere incorrotte le cerimonie della religione, e tenerle sempre nella loro venerazione. Perchè nessuno maggior indizio si puote avere della rovina d'una provincia, che vedere dispregiato il culto divino" (Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, cap.XI lib.I). E consigliava, per il bene dell'Italia che egli voleva unita, di trasferire il papato in Svizzera, poichè fonte di divisioni e di macchinazioni infinite.  Del papato come istituzione non personale e del suo disgregamento se ne comincia a parlare, per ora sottotraccia (abbiamo notato alcuni articoli editi su quotidiani e riviste, di teologi e studiosi), ma in seguito a ciò che succederà, sarà oggetto di ampie analisi. E' la fine del ciclo, dell'Alfa che si fonde nell'Omega? Certamente la Chiesa Cattolica di Francesco, e del vivente Benedetto, dei due Papi, non sarà più la stessa. Qualcuno ha pensato al disorientamento instillato, con queste immagini e con tale comportamento che potrebbe pure dirsi blasfemo, nelle menti e nei cuori dei veri pauperes, del popolo di Dio, dei cattolici senza nozioni che si chiedono come e perchè tutto ciò sia possibile?

E le conseguenze di questi atti, sono state valutate? Se è così, quale scopo nel bene e nel male si vuol raggiungere? Sono le conseguenze, come si afferma negli ambienti dei tradizionalisti e dei sedevacantisti (neppure loro avrebbero pensato a tali sviluppi oltre il velame...) del Concilio Vaticano II, dell'appiattimento e della collegialità dei Vescovi e della democraticità anarchica? "Non praevalebunt", ci si consola in alcuni ambienti. Sì, il Cristianesimo vivrà senza dubbio. Anche senza il papato unico. Anche se la figura del papato fosse abolita, come di fatto sta già accadendo. E medesimamente ci sarebbero i cristiani.

Ma sarà tutta un'altra musica: non Mozart, non Palestrina, non Vivaldi. Altri toni, altri autori.

Non è detto che ciò sia un male assoluto, per certi aspetti: anzi. Le gerarchie vaticane hanno sbagliato in passato a non tener conto dei cambiamenti della società e dovranno necesse est, adeguarsi o modulare le proprie dottrine ai tempi, se non vogliono passare, come passò il Papa emerito, per retrogradi. Necessitano aggiornamenti per i divorziati, per le coppie di fatto eterosessuali, tanto per citare delle situazioni delicate. E' giusto e si può comprendere. Il resto, no.

"Perciò vi dico: non vi preoccupate per la vita di quel che mangerete, nè per il corpo di che vestirete, perchè la vita vale più del nutrimento e il corpo più del vestito...dove infatti è il tesoro, ivi è anche il vostro cuore" (Lc.22-34). Questo è il pensiero dei pusilli, e infatti non ci preoccupiamo. Se una tradizione nata in Galilea e Giudea circa duemila anni fa, divenuta istituzione dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente e potenza mondiale nel medioevo, si secolarizza e muore nel XXI secolo, non scomparirà certamente il messaggio dell'Unto di Galilea. Ben altre religioni, si pensi a quella dell'Egitto faraonico come a quella di Sumer, scomparvero dopo millenni. Però l'esoterismo di quelle Vie permane, dopo seimila anni. Rà, Isis e Osiris, Marduk non sono certo dimenticati. Rimarrà anche, lo insegnò quello scrittore finissimo che fu Joseph De Maistre, l'esoterismo cristiano e cattolico.

Le generazioni successive avranno un'altra Chiesa. Altri rimarranno liberi pensatori, esoteristi, cristiani e cattolici ancìent regime, anche se il Vaticano snatura e lento, inesorabile, scioglie nella melassa del tempo, la figura regale e cristica del Papato. Del resto, Pontifex Maximus era titolo, mistico anch'esso, dell'Imperatore di Roma. L'Impero è finito -e anche il latino-: non per tutti. V'ha chi sta con Boezio invece che con Odoacre. Unicuique suum.

F.Gio




Così benedice il Vescovo di Roma Bergoglio-Francesco nel XXI secolo....


Così benediceva il Pontefice Pio XII Eugenio Pacelli nel XX secolo, come ha fatto il Papa per duemila anni....sino ad oggi...