lunedì 20 settembre 2010

Mostra e Seminario su Colera e rivoluzioni in Sicilia all'Archivio Storico Comunale di Catania, 25-26 settembre 2010




Nell'ambito delle Giornate Europee del Patrimonio 2010 "Italia tesoro d'Europa" a cui partecipa il Comune di Catania, l'Archivio Storico Comunale di Catania organizza una mostra ed un seminario su "Colera e Rivoluzioni in Sicilia: due sciagure dentro e fuori i monasteri nelle lettere dei Verga (1854-1866)".E' una laudevole iniziativa di cui è artefice primiera la Dott.ssa Marcella Minissale, direttrice dell'Archivio, affiancata dai solerti collaboratori. Con questi eventi la Luce intramontabile della Cultura splenderà sempre oscurando le tenebre dell'ignoranza.


Qui riportiamo la locandina dell'evento.


Relatori:Prof. Antonio Di Silvestro, della Facoltà di Lettere dell'Università di Catania, sul tema "Momenti e temi della religiosità della famiglia Verga"


Dott. Francesco Giordano, giornalista pubblicista studioso di storia patria, sul tema: "Aspetti politico sociali del colera del 1837"


Dott. Giovanni Verga, giornalista pubblicista, pronipote dello scrittore


Leggerà alcuni brani delle lettere in esposizione l'attrice Agata Tarso, della compagnia "Amici del Teatro" di Nicolosi.


Ulteriori informazioni sull'iniziativa possono essere ottenute al seguente indirizzo:www.comune.catania.it/informazioni/news/cultura/musei/archivio-storico/default.aspx?news=16097, ove è la scheda storico tecnica della mostra.

lunedì 2 agosto 2010

L'Etica tra la ragione e la religione


L’esempio deve praticarsi dall’alto


Tornare al giusto concetto di Etica nella ragione e nella religione


I frequenti appelli del Papa alla morale, interpretata dalla dottrina della Chiesa, non hanno
contraltare nel mondo secolarizzato – La parola luminosa del Voltaire e l’accordo fra i giusti -


Le ultime vicende di corruzione che imperversano attraverso la stampa, continuano a trasmettere il messaggio comune che, se la morale popolarmente intesa è in pieno decadimento, non sussiste neppure una autorità superiore che può farsi latrìce di una qualsivoglia interpretazione ed applicazione della medesima, mentre le supreme autorità statali, sin dalla concezione dell’idea pura di Nazione, hanno –specie negli ultimi decenni- affatto rinunziato ad ergersi quali garanti di una corretta applicazione dei cosiddetti principi etici. Per essere più precisi, formuliamo un esempio banale: ove un cittadino ritenga di patire ingiustizia, si rivolge con fiducia alla Magistratura, che è –massime in Italia, poiché, per chi non lo rammenti, è dalla Suprema Corte che deriva il medesimo riconoscimento dello stato repubblicano, nel giugno 1946, ben più pregnante dell’oramai discusso e storicamente falso referendum sulla forma del governo- la garante massima del Diritto. Il quale in certo senso si investe di cognizione etica. E però, le vite private di quella corporazione, tra le tante in Italia ma certo più possente, dei Magistrati, non possono essere oggetto di giudizio in virtù della riservatezza della vita privata. In altre parole, chi amministra giustizia e in certo senso, morale, non può essere oggetto di moral questione. Allor ci si volge alle religioni, che dell’Etica fanno il fulcro della loro azione, strettamente connessa all’insegnamento pedagogico:il Cattolicesimo romano in particolare, nostra fede predominante. Sono frequentissimi i richiami dell’attuale Santo Padre, forse più dei predecessori, per una applicazione stringente ed aderente ai valori cristiani e della dottrina sociale della Chiesa, di quel concetto che egli stesso, in una allocuzione il 22 maggio u.s., ha appellato "Ethos mondiale": "Senza il punto di riferimento rappresentato dal bene comune universale non si può dire che esista un vero ethos mondiale e la corrispettiva volontà di viverlo, con adeguate istituzioni. È allora decisivo che siano identificati quei beni a cui tutti i popoli debbono accedere in vista del loro compimento umano… Ciò che, però, è fondamentale e prioritario, in vista dello sviluppo dell’intera famiglia dei popoli, è l’adoperarsi per riconoscere la vera scala dei beni-valori. Solo grazie ad una corretta gerarchia dei beni umani è possibile comprendere quale tipo di sviluppo dev’essere promosso… Esso è dato specialmente dall’incremento di quelle scelte buone che sono possibili quando esista la nozione di un bene umano integrale, quando ci sia un telos, un fine, alla cui luce viene pensato e voluto lo sviluppo" (cfr. ai partecipanti del Convegno della Fondazione Centesimus annus). Benedetto XVI inoltre, da finissimo teologo, torna sovente sulla relazione fra tomismo, razionalità e fede (cfr. udienza del mercoledì 16 giugno u.s.); nel precisare la figura del sommo Aquinate, non ha taciuto il riferimento importante alla consociazione di etica e principii inderogabili, nel mondo moderno.
Insomma anche affrontando i noti scandali allignanti nel suo interno, la Chiesa attraverso il magistero petrino si sforza di fornire, a credenti e non credenti, una via non diremmo propriamente solo di salvezza, ma di comportamento specchiato.
Quel che scandalizza in una società fortemente secolarizzata è che il rapporto etico appare assolutamente deficitario, in coloro i quali fanno professione di libero pensiero, di superiorità di atteggiamenti, in un termine di spòcchia intellettuale. Tra codeste categorie, libertine ne’ costumi come nel linguaggio, sono preponderanti i politici della nostra Patria. E’ semplicemente vergognoso sentir ciarlare taluni (non si fanno qui nomi per non insozzare le pagine orgogliose del giornale…) in termini che in altri tempi si sarebbe detto da osterìa, come altri non applicare il precetto senechiano secondo cui ci si deve sempre comportare come se tutti ci osservino, percorrendo le strade della rettitudine. Financo si assiste al farisaico comportamento di chi si permette di stigmatizzare, per rimanere nel solco dell’evangelo, la pagliuzza nell’occhio dell’altro, mentre la trave nel suo occhio è abnorme e macroscopica. Gli è che gli insegnamenti di quel Maestro supremo a cui tutti debbono riverenza, il dolce Rabbi di Nazaret, il quale ripetè spesso che "chi è senza peccato fra voi, scagli la pietra", sono dai molti, e dai politici in primis, non solo disattesi ma traditi: massime da coloro, i più colpevoli, che si cingono i fianchi della veste immacolata del battesimo, si professano cristiani e spargon voci di comportarsi come tali. Mentre l’apostolato non ha affatto bisogno di trombe, né di fanfare: opera nel silenzio e nella preghiera, quella del cuore prima, le altre –chi vi crede- solo poi.
"Esiste una sola morale, come esiste una sola geometria. Mi si opporrà che la maggior parte degli uomini ignora la geometrìa. E’ vero, ma ogni uomo se appena la studia un po’, vi si trova d’accordo. Così gli agricoltori, i manovali, gli artigiani, non hanno mai seguito dei corsi di morale, non hanno mai letto il De finibus di Cicerone, né le varie Etiche di Aristotele: ma non appena riflettono un po’ sull’argomento, diventano senza saperlo discepoli di Cicerone: il tintore indiano, il pastore tartaro e il marinaio inglese, riconoscono allo stesso modo il giusto e l’ingiusto… La morale non sta nella superstizione, e neppure nelle cerimonie; e non ha niente di comune coi dogmi. Non ripeteremo mai abbastanza che mentre i dogmi delle religioni sono diversi fra loro, la morale è la medesima fra tutti gli uomini che sanno far uso della ragione. La morale ci viene dunque da Dio, come la luce. Le nostre superstizioni non sono che tenebre. Rifletti, o lettore: applica questa verità, e traine le conseguenze". E’ la voce "Morale" del Dizionario filosofico del Voltaire, datata 1764: mai cronologia fu più aleatoria, essendo cotali sacrosante parole universali per tutti i popoli e valide per ogni essere umano che abbia il concetto del bene e della rettitudine ben levigata a colpi di squadra e mazzuolo.
Laddove un filosofo illuminato nel gran secolo, il Settecento, ha indicato la via, oggidì solo scampoli di coloro che crédonsi gli epigoni, possono portarne la fiaccola. Le conciliazioni importantissime e grandiose che la Chiesa (dal Concilio Vaticano II) e gli esponenti del mondo della Luce senza tramonto, per usare un eufemismo, consentirono al fine di impostare senza tentennamenti un cammino comune, le cui linee maestre forse permangono ascòse, perché tempi di fanatismi ora sono evidentemente emersi, rappresentano pur sempre la fiaccola intramontabile, l’arca dell’Alleanza del buon fine dei popoli. Pure, non mancherà di tornare il sereno, e dall’alto come dal basso l’Etica sarà la guida di capi, di popoli e di chiese. Come era un tempo, sin dall’inizio dei tempi, secondo la legge di Melchisedek.


Bar.Sea. (Francesco Giordano)


Pubblicato su Sicilia Sera n° 331 del 1 agosto 2010

Morte ai preti pedofili: lo dice anche la Chiesa

Autorevole insegnamento della Santa Sede

Morte ai (preti) pedofili: ora lo dice anche la Chiesa


La prestigiosa parola di padre Scicluna in riparazione agli abusi dei sacerdoti, può essere un valido suggerimento ai nostri politici – Anche in antichi tempi si puniva così la pederastìa -


La parte di opinione pubblica ancor pervasa da quelli che un tempo si usava definire sani principi, rimane affatto orripilata nel leggere –e gli operatori della informazione hanno in tal senso una gravissima responsabilità- gesta turpi di abominio nei confronti di minori, casi spaventosi di pedofilia i quali vengono sovente amplificati ed a volte descritti ne’ loro macabri particolari, quasi soddisfacendo a sorta di sporche voglie di conoscenza, di taluni. Chi poi ha il dono de’ figlioli, e cerca di educarli secondo l’Etica in senso assoluto, avverte un tale sdegno, se ha ancor sangue nelle vene, da chiedere all’Altissimo di contenersi: tale crediamo sia reazione prettamente umana. Da parte nostra, ed anche da queste colonne, più volte elevammo la nostra voce a perenne e perpetua condanna di tali assassini: per i quali uno stato che si dica civile, non può che comminare l’estinzione di quella che non è più vita, ma offesa al genere sociale: ossia, metterli a morte.
Per fortuna, comunità statali sostenute dai popoli delle nazioni soggette (dagli Stati Uniti al Giappone, dall’Arabia Saudita, tanto criticata per altri versi, alla Cina: quindi i popoli più numerosi della terra) mantengono nel loro ordinamento giudiziario la pena di morte, per delitti tanto gravi e pericolosi per la società. Triste primato all’inverso, quello dell’Italia, che più volte anche in consessi internazionali, invece di difendere la vita dei piccoli sin dal concepimento, si fece indegna portavoce della abolizione della pena capitale, sancendo così punizioni affatto inadatte a tali generi di crimini. Uno stato etico non può e non deve che comminare l’estinzione fisica di codesti esseri, che da se medesimi si autoescludono dal genere umano. Questo nostro pensiero, sappiamo essere minoritario nella opinione pubblica italiana: epperò, anche in seguito ai casi vergognosi di recente scoperti, se il più alto consesso religioso, ossia la Chiesa Cattolica ed Apostolica Romana, si esprime ufficialmente, seppure riguardo ai preti accusati e confessi di pedofilia, a favore della loro morte, la caratura della questione muta, a parer nostro, di molto. Sarebbe infatti un bene che i colleghi giornalisti, adusi a cincischiare e trastullarsi con amenità, facessero rimbalzare continuamente le parole del promotore di giustizia della Congregazione per la Dottrina della Fede, padre Charles Scicluna, il quale il 29 maggio ha guidato in San Pietro una preghiera di riparazione per i delitti commessi dai sacerdoti pedofili.
In questo autorevole consesso, ha egli affermato la parola di Dio, per coloro che vi credono, nel noto passo evangelico (più volte da noi rammentato, e finalmente eretto a vessillo in modo perfetto, dalla Santa Sede) secondo cui "Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, e' meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare". Il Padre Scicluna ha quindi precisato quale deve essere il comportamento verso i sacerdoti pedofili, rifacendosi a San Gregorio Magno: "chi dopo essersi portato ad una professione di santità distrugge altri tramite la parola, con l'esempio, sarebbe davvero meglio per lui che i suoi malfatti gli fossero causa di morte essendo secolare piuttosto che il suo sacro ufficio lo imponesse come esempio per altri nelle sue colpe, perchè tendenzialmente se fosse caduto da solo il suo tormento nell'inferno sarebbe di qualità più sopportabile". Secondo il promotore di giustizia nominato dal Papa, "la Chiesa ha sempre avuto cura per bambini e deboli" e considera il bambino "icona del discepolo che vuole essere grande: accogliere il Regno di Dio come un bambino significa accoglierlo con cuore puro, con docilità, abbandono, fiducia, entusiasmo, speranza". Ma "questa icona così santa è calpestata, infranta, infangata, abusata, distrutta". Per questo "esce dal cuore di Gesù un grido di eco profonda, 'lasciate che i bambini vengano a me: non glielo impedite, non siate d'inciampo nel loro cammino verso di me, non ostacolate il loro progresso spirituale, non lasciate che siano sedotti dal maligno, non fate dei bambini l'oggetto della vostra impura cupidigia… Accogliere il Regno di Dio come un bambino significa accoglierlo con cuore puro, con docilità, abbandono, fiducia, entusiasmo, speranza. Il bambino ci ricorda tutto questo. Tutto questo rende il bambino prezioso agli occhi di Dio e agli occhi del vero discepolo di Gesù. Quanto invece diventa arida la terra e triste il mondo quando questa immagine così bella e' calpestata… Quanti peccati nella Chiesa per l'arroganza, per l'insaziabile ambizione, per il sopruso e l'ingiustizia di chi si approfitta del ministero per fare carriera, per mettersi in mostra, per futili e miseri motivi di vanagloria". Inoltre colui che si può arguire essere la longa manus di Benedetto XVI in casi così gravi, ha ricordato altro determinante passo della Sacra Scrittura, secondo cui è meglio espungere il membro corporale che infetta il tutto, che mantenerlo intatto: ovvero isolare i colpevoli. "Diversi Santi Padri interpretano la mano, il piede, l'occhio come l'amico caro al nostro cuore, con cui condividiamo la nostra vita, a cui siamo legati con legami di affetto, concordia, fraternità. C'e' un limite a questo legame… Se il mio amico, il mio compagno, la persona a me cara è per me occasione di peccato, è per me un inciampo nel mio peregrinare io non ho altra scelta secondo il criterio del Signore se non di tagliare questo legame. Chi negherebbe lo strazio di una tale scelta? Non è forse questa una crudele amputazione? Eppure il Signore è chiaro: è meglio per te entrare da solo nel Regno, senza una mano, senza un piede, senza un occhio, che con il mio amico andare nella Geena, nel fuoco inestinguibile. Questa immagine così forte delle membra, del corpo, ci mette senza troppa confusione di fronte allo specchio della nostra coscienza".
La Chiesa Cattolica guidata con sapienza da Papa Benedetto, sta davvero vivendo una nuova primavera d’amore e di fede, laddove da codeste parole dure ma estremamente necessarie, si può trarre un insegnamento al popolo: soprattutto i politici del nostro Parlamento, molti apparentemente professantisi cristiani, dovrebbero adoprarsi al fine di applicare anche in uno stato laico ma rispettoso della sensibilità religiosa, le indicazioni che provengono da oltre Tevere. Alle quali ci permettiamo di aggiungere il noto passo del Levitico sulla pederastìa, qui trascritto, per maggiore ampiezza incisiva, nella autentica lingua del Magistero, in Latino: "Qui dormierit cum masculo coitu femineo, uterque operatus est nefas: morte moriantur; sit sanguis eorum super eos" (Lev.20,13).
E se qualche bello spirito avesse da obiettare, anche in senso anticlericale, che le pene anti pederastìa sono inapplicabili a’ tempi moderni, o che da parte della Chiesa non è il caso di insistere, si potrebbero ricordare molti casi in cui lo Stato dell’antica Roma, il quale soggiaceva a ben altra religione che la Cattolica, era assolutamente severo nei confronti dei delitti contro la pudicizia. "Ciò mosse Caio Mario, generale, allorché proclamò la legittimità dell’uccisione del tribuno militare Caio Lusio, figlio di sua sorella, da parte del soldato semplice Caio Prozio per aver osato adescarlo a farsi violentare" (Valerio Massimo, Detti memorabili, VI, I 12). La grande tradizione delle antiche civiltà ben più del Cristianesimo, forgiò leggi severissime contro le inversioni sessuali e, proprio perché quelle assalivano parti della popolazione, si premurò di reprimerle con la maggiore durezza. Per fortuna dei tempi antichi, non vi era l’amplificazione scandalosa che di cotali delitti la TV oggidì compie, quasi diffondendo –pur nella forma anodina di servizio offerto, per cui naturalmente si può scegliere quale programma seguire: il medesimo ragionamento si applica alla rete Internet, non demonica in sé , ma cangiante per l’uso che se ne fa- semi di dissoluzione. E’ quindi importantissimo che da parte della Santa Sede, la quale combatte una santa battaglia contro le perversioni del mondo e del suo medesimo corpo (mistico, nella lettura del credente), affiancata a quella, altrettanto sacrosanta, per il recupero della antica liturgia in lingua Latina, mercé il Motu proprio "Summorum Pontificum" che vuole la celebrazione del rito preconciliare al fianco dell’Ordinario nelle lingue nazionali, vi sia stata tale autorevole indicazione magisteriale, di un percorso chiaro e netto contro ogni forma di deviazionismo e di deteriore lassismo. I tempi odierni, senza mai dimenticare il messaggio d’amore che la Tolleranza suggerisce, non consentono del resto ulteriori tentennamenti. Parole dure e chiare, in evo oscuro. Ove senza alcun dubbio, anche tra le tempeste e le procelle quasi misteriose e la sfiducia che avvolge ciascuno nei momenti buj, mai è assente quella mano fraterna, quella Luce dell’Angelo, che presiede al reggimento degli universi. Con le ispirate parole di Gerolamo Savonarola (dalle Meditazioni sul Salmo 50): "L’abisso della misericordia è più grande dell’abisso della miseria, perciò l’abisso colmi l’abisso, l’abisso della misericordia colmi l’abisso della miseria".


Barone di Sealand (Francesco Giordano)


Pubblicato su Sicilia Sera n° 331 del 1 agosto 2010

Carlo Delcroix, eroe d'Italia e aedo del dolore


Un soldato ed eroe oggi dimenticato


Carlo Delcroix, aedo del Dolore


Gloriosamente mutilato nella Grande Guerra, seppe ascendere alle vette del lirismo narrativo e
Fu simbolo degli Invalidi per cause militari – La sua parola sempre viva -
 
Quando la nera Signora si avvicina tanto da ghermire il flebile corpo del dio in forma d’uomo, naturale è che egli resista: battaglia estrema, ma ove la si vinca, rimane per sempre il segno. Abilità suprema dell’anima è trasfondere la cicatrice, il marchio perenne della Tenebra, in Luce infinita a cui possano abbeverarsi i miseri, gli altri fratelli colpiti dal dolore. Potrebbe essere condensata così la vita apostolare di Carlo Delcroix, militare eroico, grande italiano, medaglia d’argento al Valor Militare, figura oggidì –in tempi di oblìo di fulgidi esempi di immemore patriottismo- dimenticata dai molti, e però ricordata da quanti credono ancora nella virtù sublime del sacrificio che si rende santo, nell’esempio che rimane a governare i sopravvissuti. In tempi ove taluni, tra mille difficoltà, si ingegnano a celebrare il cento cinquantesimo della Unità italiana, mentre altri la minano artatamente, a noi pare assolutamente necessario ricordare questo grande figlio della nostra Patria, che visse sino a non molti anni fa, martoriato sì nel corpo ma lucidissimo nell’anima, trasparente megafono della vita come era anche ferita vivente della violenza che gli ghermì, senza tuttavolta fiaccarlo, le carni.
Come spiegare a’ giovani del XXI secolo chi fu, chi è ancora Carlo Delcroix? Si risponderebbe subito, senza retorica ma con convinzione assoluta: un eroe. Un eroe vero, non costrùtto nel mito, non incasellato in una bolgia di ipocrisie, non immerso in un oceano di menzogne: un eroe autentico, un apostolo del Dolore, questo "dio senza altari", come egli scrisse, che diede forza e vividità a coloro che come lui furono duramente colpiti dalla guerra. Poiché se vi fu conflitto che chiuse il Risorgimento e cementò per sempre quella Unità d’Italia che in queste settimane si celebra, a volte senza memoria, questo è stato il primo, ovvero la cosiddetta "grande Guerra". In quella pugna micidiale e fervida di sangue e di gloria, decine di migliaja d’Italiani, dal più profondo Sud alle lande nordiche, unironsi al Comando supremo del Re –che allora davvero incarnava la forza, il faro della Patria: quel Re soldato che fu tra loro, in trincea, al convegno di Peschiera difese la Nazione dall’arretramento quasi voluto anche dagli Alleati; quel Vittorio Emanuele III che anni dopo garantiva ancora, còlla sua persona piccola ma d’acciajo, la continuità dello Stato, come anche il Presidente emerito Ciampi ha pubblicamente riconosciuto nel 2003- per compire il destino inevitabile. Pugna sentita, come non lo fu la seconda guerra; pugna olocausta, ove molti si gettarono in ardente estasi.
Tra i tantissimi, il tenente del 3° Bersaglieri Carlo Delcroix di Firenze, ove era nato nell’agosto del 1896, papà belga, mamma italiana: coll’ardore dei vent’anni aveva svolto coraggioso servizio nelle Alpi, nella Marmolada, conquistato il Col di Lana. E fu proprio in una sventurata esercitazione, per salvare delle vite di soldati, che si svolse l’incidente che lo mutilò alle mani e lo privò della vista. Così il racconto del collega tenente Minghetti: "Delcroix era sulla neve, in una pozza di sangue. Aveva perduto le mani e gli occhi ed appariva ferito in molte altre parti del corpo… Gli occhi afflosciati e senza vita erano imbevuti di sangue nero, il viso e le labbra gonfie erano come bruciati dalla vampa dell’ esplosione. Centinaia di schegge gli si erano conficcate in tutto il corpo, specialmente nell’ addome e nel torace, con ferite profonde… I moncherini delle braccia mostravano un impasto sanguinolento di muscoli, tendini, nervi e ossa violentemente spezzate." A dispetto delle enormi perdite di sangue, la giovinezza prorompente gli impose di vivere, ed egli visse. Era un appassionato degli studi,  Letteratura e Giurisprudenza: ricevette poi la laurea honoris causa. Mùtilo e cieco, non lo era nell'oratoria, di cui divenne maestro con insperata abilità: pronunziava comizi infuocati ai militari ed ai civili, divenendo in pochi anni il simbolo dei Mutilati d’Italia, della cui Associazione Nazionale fu il Presidente. Anche fondò e presiedé l’Unione Italiana Ciechi. Ebbe una retorica brillante, e non si sottrasse agli onori che il Fascismo gli tributò: del resto, era proprio il regime di Benito Mussolini che aveva dato ricetto e riscatto ai reduci, agli invalidi, ai mutilati della guerra, inquadrandoli non solamente sotto il profilo lavorativo ed amministrativo, nella nuova Nazione plasmata dallo Stato corporativo: ma ne aveva fatto quasi una bandiera, una mistica possente delle rivendicazioni nazionali. Carlo Delcroix nondimeno ebbe una assaj decisa e marcata propria personalità per soggiacere compiutamente all’autoritarismo fascista. La sua figura del resto fu sempre al di sopra di ogni sospetto di partigianeria, unanimemente riconosciuta quale unificatrice e simbolica dei mutilati combattenti eroi autentici della Patria. Pertanto rimaneva Presidente dei Mutilati anche nel secondo dopoguerra, e nel 1953 diveniva Deputato al Parlamento per il Partito Nazionale Monarchico. Era un convinto assertore della figura sacrale della Monarchia sabauda quale collante necessario della costruzione della Patria, e tale rimase, nei discorsi che per tutti gli anni Sessanta tènne nelle piazze della Nazione, per il PNM e poi il PDIUM, anche detto "Stella e Corona". Sposato e padre di figliolanza, Carlo Delcroix si spegneva ottantenne a Firenze nell’ottobre del 1977.
A noi rimane indelebile la sua parola di letterato: perché la vena poetica del Delcroix fu fervida e feconda. Chi ancor oggi, non più ristampati ma presenti nei negozi di libri vecchi, si imbatte ne "I miei Canti", in "Un uomo ed un popolo" (biografia di Mussolini commovente, alcune pagine della quale divennero antologiche: "Io non ho mai visto il Duce, ma dalla sua voce…") e "Quando c’era il Re", per citare tre fra i suoi molti libri, scopre una umanità immensa tra le piaghe dilacerate di un uomo felice anche nella sua sofferenza, e profondamente cristiano. Il libro che più disvela l’animo del letterato Delcroix è per noi "Sette Santi senza candele", del 1925, pubblicato, come quasi tutti, dal Vallecchi di Firenze: in esso la vena narrativa in parte di intonazione dannunziana –ove più tardi si scoprono influssi del Papini- si scioglie in un lirismo prosastico infinito, quasi sperdentesi tra le pagine ma coll’immancabile filo rosso della convinzione di essere l’araldo, la voce immarcescibile di coloro che non hanno voce, i "santi senza candele" appunto, i mutilati che tornarono alle loro case ed hanno, dopo aver versato il sangue per la Patria, diritto a quei riconoscimenti che non si spengono dopo i consueti piagnistei dell’immediato. "Chi nel ferro della catena sa martellare armi e corone o nella pietra del carcere può scolpire immagini e are, chi sa trarre nutrimento dalle sue ferite e ispirazione dalla sua pena, non sarà mai battuto, mai vinto. E io non sono un cieco perché credo e cammino; non sono una vittima perché lotto ed amo; non sono un mendico perché pòsso e dono; io sono un uomo da invidiare o da compiangere, come tutti gli uomini, con una vittoria di più, con un’arma di meno…". Egli si accorge che il monumento delle sofferenze umane, il Dolore, ha gli altari deserti: si fa quindi di questo nume sacerdote: "L’uomo eresse roghi e levò are a tutte le divinità ma non levò mai un tempio al dolore: questo dio sconosciuto visitò genti, attraversò le età e non ebbe dimora né trovò credenti ma la sua vendetta e la sua vittoria sono nella stessa incomprensione di quanti deprecando lo chiamano e rinnegando lo confessano non accorti di esserne invasi fino al delirio e posseduti fino allo spavento. Nessuno vi crede e tutti lo temono, nessuno lo accetta e tutti lo sentono che mai dio ebbe più testimoni e meno credenti". Adesso che si tenta pure di nascondere i testimoni contemporanei del dolore, esaltando quasi all’inverosimile il piacere pur di mascherare il resto, la voce di Carlo Delcroix appare quasi necessaria, forse più del tempo suo. Perché quando "l’umanità sarà sempre triste ma meno vile" avrà accettato, come nel dettato cristiano, il sacrificio quale "non più fato ma provvidenza: il dolore riconosciuto nume scopre il segreto della sua catena, annunzia i doni delle sue pene e il rimpianto diventa speranza e la necessità amore".
La poesia di Delcroix è infine un immoto volo, sulla scia dei grandi italici, verso la sublime ala della purezza: "Io non sono più quello che serravi \ al petto nell’angoscia del saluto; \ io sono un altro, un figlio sconosciuto, \ forse più tuo di quello che aspettavi… nulla è mutato presso il focolare, \ tu sei rimasta in me come quel giorno \ e pur non trovo né mi so trovare; \ dammi la mano e fammi andare intorno, \ non sono ancora stanco di cercare" (dedicata alla madre, L’altro figlio, da I miei Canti). Tempi di foschìe angosciose, di eclissi anche lunghissime, codesti: nondimeno, quel "sangue che è porpora di sole", in gratitudine all’anima del Delcroix, è necessario per continuare a sperare, per iniziare ogni giorno la rinnovata aspersione della vita.


Barone di Sealand (Francesco Giordano)


Pubblicato su Sicilia Sera n° 331 del 1 agosto 2010


 

martedì 6 luglio 2010

Benedetto XVI un uomo solo


Cinque anni di intenso pontificato


Benedetto XVI, un uomo solo


Necessaria la solidarietà fraterna al Pontefice che con coraggio e determinazione
combatte contro i mali diabolici anche della Chiesa – Poca ubbidienza -


Allorquando, nell’aprile di cinque anni fa, dal comignolo di San Pietro escì la fatale ‘fumata bianca’ ed il novello Pontefice si affacciò sul balcone centrale di San Pietro, auspicammo tutti che Joseph Ratzinger, scelto il gloriosissimo nome del Santo patrono d’Europa e defensor fidei della tradizione cristiana d’Occidente, ci ajutasse nel cammino della consapevolezza e dell’accrescimento di quella che il credente appella fede, di quel che il dubbioso appella senso etico; di quel certo ‘quid’ che lo gnostico, appella conoscenza. Dopo un lustro, appare a nostro avviso triste constatare come, da molte parti anche interne al corpo ecclesiastico nonché sacerdotale, l’azione spesso silente ma negli ultimi tempi energica di rinnovamento nel solco della Tradizione, di Benedetto XVI, sia contrastata ed addirittura osteggiata con vigore, da coloro che intendono prosperare su taluni passati atteggiamenti. Ciò sia detto senza formulare critiche per l’uno o l’altro degli aspetti, ma sforzandoci di essere obiettivi. Specie a fronte degli oltre ventisei anni del pontificato di Giovanni Paolo II il quale, per fortuna, nessuno più –come auspicò qualcuno- chiama ‘magno’ e sempre meno desiderano sia elevato alla santità.
Le contraddizioni, addirittura le evidenti visioni antitetiche che Benedetto XVI e Giovanni Paolo II hanno del modo di governare la Chiesa, mai come in questi ultimi mesi sono emerse con ‘sì grande evidenza. Ci si darà atto che, da queste colonne, all’epoca della sua elezione già precisammo che Papa Ratzinger si sarebbe rivelato ben altro che il suo predecessore: e così è stato. E però, mentre era giusta l’analisi di uno dei massimi teologi contemporanei, il professore insigne Hans Kung, giudicando fallimentare per il rispetto del progresso del cattolicesimo, il pontificato di Wojtyla, dissentiamo dal medesimo giudizio che il medesimo prof.Kung ha nelle settimane scorse formulato riguardo l’antico collega dell’Università di Tubinga, ora Santo Padre. E’ stato, più di ogni altro problema, l’affare insanguinato e doorosissimo della pedofilia, lo spartiacque indiscusso che ha permesso anche ai tentennanti ed agli incerti, di comprendere il vero ‘carattere’ del pontificato di Benedetto XVI ed il suo privato, non pertanto impossibile da condividere, dramma personale ed umano. Così la giornata organizzata nelle scorse settimane di maggio, a pro della persona del Pontefice, ha nelle immagini televisive restituito il volto di un signore anziano di oltre ottant’anni, evidentemente compiaciuto e confortato dalle espressioni affettuose che delegazioni di tutta Italia gli hanno pòrto in piazza San Pietro, volendo dirgli "ti siamo vicini in un momento di grande dolore collettivo". E’ la vicinanza, anche qui da noi resa esplicita, ad un uomo solo che guida un vascello in acque tempestose, con marinari sovente ribelli, indocili, pronti a comportarsi come il Giuda evangelico.
Non perciò nuovamente ripetere "un Papa che ha fallito" (questo fu vero per Wojtyla), ma essere accanto ad un uomo solo, che sta combattendo a viso aperto e "come pecora in mezzo ai lupi" (adesso è chiaro il significato della sua frase allora pàrsa enigmatica, poco dopo l’elezione), una pugna affatto perigliosa, laddove magna pars del suo clero si guarda bene dall’esercitare la virtù dell’obbedienza e di mettere in discussione l’operato degli ultimi decenni, per timore di recedere dal potere temporale, figlio diretto del "padre della menzogna", il demonio, che ha con successo comperato l’anima di molti. E’ stato molto chiaro, il Santo Padre, nell’Angelus di domenica 16 maggio: "Il male da combattere è il peccato.., a volte presente anche fra i membri della Chiesa…". Vero è che, in particolare mercé gli inevitabili equivoci di una stampa anticlericale in servizio permanente effettivo, la quale –serva dei poteri fanatici del laicismo di mestiere, ben più pericolosi negli ultimi anni, di un dogmatismo il quale pure permette, sotto certi limiti, la manifestazione di un pensiero in talune forme libero e persino, dopo il Vaticano II, pertinente all’eterodossìa- ha evidentemente riportato compiaciuta episodi schifosi di corruzione di sacerdoti, ed a volte anche suore, a danni di minori, in nome delle statistiche bisogna con onestà ammettere che essi sono in percentuale minima, a fronte dei cosiddetti ‘abusi psicologici’ (schiaffi od altro), conteggiati per fare massa nel novero degli scandali a sfondo sessuale.
E’ un attacco personale a Benedetto XVI che ha, come è stato detto, ben precisi mandanti e ben chiari fini. Non essendo questa la tribuna di alcun organismo ecclesiastico, possiamo parlar chiaro: gli ancor molto forti gruppi di potere ecclesiale (vedi il caso ignobile del capo dei Legionari di Cristo) avvinti in abbraccio mortale al pontificato wojtyliano, non possono perdonare l’intransigenza personale ed il rigore etico di Joseph Ratzinger Pontefice Massimo, e cercano in ogni modo di minarne l’autorità laddove essa appare, come nel caso recente della visita a Malta, rafforzata. In quest’ultimo frangente, mai assistemmo –non rammentiamo nel passato che ‘pentimenti’ o sedicenti tali di fatti accaduti secoli prima, del pur non manchevole di lati positivi Papa Wojtyla, da noi criticato molto anche durante il suo regno- a commosse espansioni di lacrime come accadde nelle settimane scorse nella cattolicissima Malta, durante l’incontro del Pontefice con alcune vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Le stesse ex vittime poi raccontavano ai giornali del pianto struggente dell’anziano Papa, e della sua solenne promessa: "farò in modo che non accada mai più". Egli è uomo da mantenere quel che afferma. Del resto, anche il tantissimo criticato accostamento della pedofilia, anche clericale, còlla omosessualità, non proviene da menti artatamente zèppe di pregiudizi, ma dalla Bibbia, dalla parte anzi sua più antica: "Se uno giace con un maschio come si giace con una donna, ambedue commettono un’abominazione: dovranno morire, su di loro ricadrà il loro sangue" (Levitico 20, 13). Le parole di Mosè sono estremamente chiare; e Gesù: "Ma chi scandalizzerà uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa una macina d’asino al collo e fosse gettato nel profondo del mare… vi dico infatti che i loro angeli nei cieli vedono continuamente la faccia del Padre mio che è nei cieli" (Mt. 18, 6-10). Tutto il passo del Divin Maestro è di una eloquenza senza fronzoli: e sarebbe il caso che anche la legge laica punisse gli assassini pedofili con metodi esattamente identici a quelli suggeriti da lui.
La solitudine del Papa Benedetto appare lunare altresì laddove, spostato il campo dalla decisa azione antipedofilia intrapresa, si osserva come i suoi ordini in tema di magistero non vengano applicati se non in minima parte: sia sufficiente l’evidenza del fatto che il motu proprio "Summorum Pontificorum" dalla sua volontà emanato tre anni or sono, ossia l’obbligo per ogni diocesi di celebrare la Messa secondo il rito tridentino, quindi in lingua latina come avveniva prima della riforma conciliare, è in molte parti d’Europa disatteso, quando non vilipeso e criticato apertis verbis. Per fortuna in Italia, qui e la, si avvertono intenzioni positive: a Bologna persino il Cardinale Arcivescovo Caffarra, dopo aver disposto che ogni domenica la Messa latina, già affollata da molti giovani, sia celebrata in una chiesa, ha egli stesso concelebrato secondo l’intramontato rito, dando un luminoso esempio ai confratelli delle altre diocesi della nostra Patria.
Non che Papa Ratzinger sia esente da errori: notammo infatti che, forse per la sua formazione inserita da molti decenni nelle gerarchie della Santa Sede, poco o punto incisiva è la parola sua intorno al dilacerante problema del lavoro e della disoccupazione, che nella Italia di oggi colpisce le fasce sociali più deboli e sempre meno tutelate: mentre la Chiesa se tende a tamponare con soluzioni in stile Caritas (fra l’altro sovvenzionata dagli enti pubblici dello Stato), non alza solennemente la voce con l’enfasi che servirebbe, contro gli sfruttatori del lavoro in ogni forma. Persino Pio XII negli anni dell’immediato dopoguerra, era affatto incisivo in tal senso, anche per contrastare il sindacalismo comunista. Inoltre, le mancate chiarificazioni del Santo Padre sull’annoso problema del matrimonio (e delle sue conseguenze, mentre si diffondono sempre più i divorzi con le farraginose cause di annullamento, che andrebbero semplificate per far rifiorire i nuovi matrimoni e soprattutto per liberare la Chiesa dal giogo di Mammona), riportano a quella liberazione dalle "pompe di Satana" che Benedetto XVI richiamò nella omelia della notte di Pasqua appena trascorsa, collegandola al Battesimo ed al libro di Enoch: per chi non l’ha compreso, un testo considerato apocrifo ma dènso di misticismo esoterico, preso ad esempio dal più altro scranno del magistero petrino.
E se "ricostruire la tunica di Cristo", come Benedetto XVI ha affermato non lunge a Lourdes, è compito soprattutto di cristiani battezzati, ci si rende conto di quante lacerazioni codesta veste nel suo simbolo, abbia accettato con copiose perdite di sangue: ogni sforzo deve auspicarsi, senza deflettere di un millimetro, per recuperare le forze e le stille di codesto liquido vitale. Il canale primo e privilegiato è, come jeri come sempre, la Grande Madre: Vergine beatissima dei popoli e delle nazioni, perpetuo soccorso di coloro che la invocano con fiducia, rosa mistica al centro della croce dalle eguali braccia che comprendono l’universo intiero: "sicut in caelo et in terra". Era la medesima divisa della Tabula Smaralgdina: "come in alto così in basso, per la bellezza dell’Unità".

Barone di Sealand (Francesco Giordano)


Pubblicato su Sicilia Sera n°330 del 4 luglio 2010

venerdì 4 giugno 2010

Vergine bella che di sol vestita, poesia di Francesco Petrarca

Lettura della poesia "Vergine Bella, che di sol vestita" numero 366, dal Canzoniere di Francesco Petrarca; testo dal cod. Vaticano 3196, edizione di A.Chiari. Sottofondo musicale Fuga in D minore BWV 538 'Dorian' per organo, di Johann Sebastian Bach. Immagine di S.Maria dell'Aiuto, quadro cinquecentesco venerato nell'omonimo santuario in Catania. Voce recitante di Francesco Giordano.

martedì 1 giugno 2010

Falso oro circolante nel mondo

Interessanti notizie dal fronte finanziario

Non è tutto oro (vero) quello che riluce…

Il mercato finanziario si scopre, in piena crisi, possedere lingotti di falso oro, in realtà al Tungsteno – Sia gli Usa che la Cina responsabili del colossale imbroglio -

Forse qualcuno rammenta una delle più celebri pellicole di James Bond, della metà degli anni Sessanta, con protagonista l’eccellente Sean Connery: "Missione Goldfinger": è la storia di uno speculatore intelligentissimo, che falsifica l’oro della più celebre riserva aurea americana, quella di Fort Knox, e sostituisce ivi i lingotti di oro autentico con alcuni con l’anima di tungsteno (un metallo dal peso specifico molto simile all’oro). Se codesta all’epoca era fantasìa, si sappia che la realtà, forse ispirata al celebre film, la supera oggidì. Si è infatti saputo, da qualche settimana, che nelle banche di Hong Kong, ex colonia ora città stato facente parte della Repubblica Popolare Cinese, sono stati trovati dei lingotti d’oro in realtà pieni di tungsteno. Provenivano tutti dagli Stati Uniti. I documenti pubblicati fanno sapere che circa quindici anni fa, all’epoca della presidenza Clinton (coadiuvato da Robert Rubin, Alan Greenspan e Lawrence Summers) circa 1,5 milioni di lingotti di tungsteno da 400 once furono sfornati da una sofisticata industria metallurgica americana. Successivamente 640.000 lingotti furono dorati e spediti a Fort Knox dove tuttora sono. Esistono copie dei documenti di spedizione che attestano date, quantità e peso dei lingotti consegnati a Fort Knox. Il tungsteno ha peso specifico molto simile all’oro ma costa relativamente poco (circa 20$ al chilo). Dal rapporto peso/volume un lingotto di tungsteno non si distingue da un lingotto d’oro. Il resto dei 1,5 milioni di lingotti di tungsteno furono comunque dorati e immessi nel mercato.
La grandissima richiesta di oro da parte del mercato, negli ultimi mesi di enorme crisi finanziaria, ha inoltre messo in evidenza che, a parte i falsi lingotti, quelli venduti per esistenti, in realtà non esistono.
Nell’ottobre 2009 successe un fatto spiacevole: J.P. Morgan e Deutsche Bank (strettamente sorvegliati dalla Bank of England) che avevano precedentemente venduto Gold Futures (lingotti virtuali) al prezzo di circa 1000$/oncia chiesero ai legittimi proprietari se quell’oro poteva essere da loro ricomprato a 1250$/oncia per evitare di dovere consegnare quei lingotti. Lingotti che evidentemente non possedevano. Ecco una delle tante falsità che hanno corrotto il mercato economico mondiale, alla radice della crisi finanziaria, che è in ultima analisi crisi del capitalismo e quindi del modello occidentale. Ma in questo la Cina, che negli ultimi mesi ha incrementato l’acquisto di oro dall’Europa, invogliando i privati ad aumentare le proprie riserve auree, superando per volume di acquisti persino l’India (e la Russia, la quale ha intenzione di aumentare dal due al dieci per cento il proprio forziere aureo: segno che la dirigenza Putin-Medvedev non vede all’orizzonte la fine della tempesta sociale…), contribuisce alla truffa, se così si può appellare. C’è infatti sul mercato, proprietà dello stato di Cina, una ditta che ha per nome Chinatungsten. La ditta cinese spiega pubblicamente, attraverso il sito Internet, che il tungsteno è "environmental-friendly", e che mentre la lega oro-tungsteno non funziona per svariati motivi, una moneta con l’anima di tungsteno e la copertura di oro non potrà mai essere identificata come contraffazione da misure di densità. Chinatungsten precisa molto bene come funziona: "in dettaglio il tungsteno puro sotto forma di dischi, piatti, fogli, anelli etc.. se rivestito con uno strato di oro acquisterà la sua tipica brillantezza e potrà così rimpiazzarlo". Nel sito dell’ente campeggia un’allettante fotografia di lingotti d’oro marcati. Falso oro. Ed un’avvertenza: "per cortesia non usate i nostri prodotti di tungsteno placcato oro per scopi illegali".
Da codeste verifiche, ognuno può dedurre in che società ci è toccato di vivere, nascendo nel XX secolo ed immettendoci, invero con fiducia forse idealizzata ed inevitabile, nel XXI. Invero i falsificatori di oro e metalli son sempre esistiti: epperò, laddove non avevano connivenze dei monarchi, erano puniti còlla massima severità, dai potenti di turno, nei secoli passati. Potremmo forse consolarci colla poesia, se Dante il sommo poeta immette senza speranza veruna i falsatori di metalli nelle Malebolge dell’Inferno (canti XXIX sgg.), "per leccar lo specchio di Narciso", descrivendoli quali pestilenti, scabbiosi ed intenti al grattamento perpetuo, nonché idropici: punizioni invero terribili, che in ogni caso, per coloro che hanno una fede, saranno comminate nel mondo spirituale.
Poiché tuttavolta noi per il tempo di uno scoccàr di freccia, siamo nel passaggio di codesta vita, che sia almeno consapevole l’evidenza la quale ci informa (da qui la necessità ineludibile, in una società che non ha più niuna scusante per lacerarsi nell’ignoranza) che i fondamenti delle economìe degli stati nazionali hanno nel loro cuore materiale, il quale dovrebbe essere garantito dalle riserve auree, dei falsi lingotti. O perlomeno dei lingotti che vengono spacciati per veri. Sarebbe opportuno, ad esempio, che l’attuale governo italiano ci informasse sulla reale proprietà delle riserve auree della Banca d’Italia, la quale sin dall’alba del duemila, per statuto, è un istituto privato e non più tesoreria dello Stato. Per coloro i quali ancor si illudono che la parvenza delle istituzioni pubbliche esistano (oltre i ludi cartacei delle elezioni…), consideri attentamente l’anzidetta questione, e la colleghi alla proprietà dell’oro. E’ facile, unire i punti. La soluzione nondimeno, per gli impreparati ed i fragili di intelletto, può portare al mentale sconquasso. Per alcuni: che infatti, si adagiano nel rimbecillimento quotidiano dei programmi-scemenza della televisione. Fortunatamente, il nostro popolo serba ancora una parte (quanto grande e presente?…) di sanità etica: unica speme, innanzi alle tenebre.

Bar.Sea. (Francesco Giordano)

(pubblicato su Sicilia Sera n° 329 del 28 meggio 2010)