venerdì 10 ottobre 2014
Kissinger dixit in un nuovo libro: serve comunque un Ordine Mondiale, ma attaccare duramente i fanatici islamisti
Kissinger dixit in un nuovo libro: serve comunque un Ordine Mondiale, ma attaccare duramente i fanatici islamisti
Ha 91 anni, è reduce da una operazione al cuore a luglio, ma appare lucidissimo, tanto da editare in settembre un nuovo libro che, come sempre, è denso di insegnamenti politici: parliamo di Henry Kissinger, il grande statista americano di origine tedesca, già dominus della politica USA fra gli anni 60 e 70 del XX secolo, oggi consigliere (speriamo ascoltato) di molti governi mondiali. Il volume si intitola "Word Order" ed è pubblicato da Penguin press. Mentre attendiamo l'edizione italiana, da interviste concesse leggiamo che in questo libro l'ex Segretario di Stato suggerisce come sua abitudine che, se è sempre tempo di realismo, bisogna abbandonare la politica di esportazione della democrazia a tutti i costi, che ha condotto i nefasti risultati del disordine mondiale a tutti noti; altresì appare indispensabile per gli uomini politici, specie in Europa, comprendere i costumi e le mentalità delle grandi Nazioni, dalla Russia alla Cina, e non forzarne i comportamenti ma comprenderne le modalità. E sempre nell'ottica di un ordinamento utile ispirato alla pace europea di Westfalia del 1648, serve un "nuovo ordine mondiale" in senso concreto e non romantico, fra i popoli in cui gli Stati Uniti rimangano comunque guida e simbolo indiscutibili, della civiltà e dei valori che la stessa madre Europa pare avere obliato. Del resto non dovrebbe essere la Storia ad insegnarci il da farsi quando la stupidità degli uomini dimentica? Da qui l'importante ammonimento del nostro uomo politico ancora attivissimo.
Sul «Wall Street Journal» 29 agosto, Kissinger ha ribadito la necessità di un nuovo equilibrio mondiale, nella fattispecie di un «ordine mondiale di Stati che affermino dignità individuale e governance partecipativa, e che cooperino internazionalmente in conformità con le regole concordate» . Quindi riconoscere, insieme ai principi universali, «la realtà delle diverse storie, culture e della visione di sicurezza di altre regioni» («the celebration of universal principles needs to be paired with recognition of the reality of other regions’ histories, cultures and views of their security»).
Non possiamo che condividere questa rinnovata analisi del dottor Kissinger, che magistralmente dal bujo delle sale perdute indica la Luce verso il cammino non solo del popolo americano, ma anche di tutto l'Occidente. E se è chiara la mancanza, tra gli uomini politici attuali, di una figura così perfettamente lucida come il vecchio former Secretary of State, a tali linee con umiltà di apprendisti dovrebbero ispirarsi i governi della NATO, i quali anzi tardano ad agire in casi specifici, come la minaccia dei fanatici dell'Is. In una recente intervista, Kissinger ha detto: ""Dobbiamo lanciare un attacco a tutto campo su di loro" a proposito del Califfato, precisando che questo deve essere "di durata limitata come misura punitiva". Le azioni dei militanti di Is come le decapitazioni sono da classificare come "un insulto ai nostri valori e alla nostra società, che richiede ritorsioni molto forti". Non manca al gran combattente la grinta che invece pare assente da parte dei politici nostrani. Non diciamo di quelli italiani, la cui politica estera è del tutto assente, pur con gli sforzi di intelligence che si fanno per monitorare la situazione nel caos della Libia del post dittatura, dove un video pubblicato giorni fa dall'Huffington Post denuncia un corteo di macchine in pubblico a Derna, città importante della Cirenaica, con le cosiddette "bandiere nere" del Califfato. I gruppi molto pericolosi del fanatismo sono a un dipresso dall'Europa, e ringraziamo Iddio che particolarmente in Sicilia è presente, oltre al sistema satellitare MUOS di Niscemi, anche la base USA aeronavale di Sigonella (la quale è ovviamente nella massima allerta in casi del genere), a presidio della Libertà e della Democrazia nostre e di tutto l'Occidente, contro la barbarie dei tagliatori di teste.
Che ancora una volta debba essere Mr.Kissinger a suggerire, come il Maestro fa ai neofiti, la giusta strada per risolvere i problemi, non ci meraviglia. Chi ha avuto il Premio Nobel per la Pace, concluso la guerra in Vietnam, trattato con Mao, svolto un ruolo determinante nella conclusione della guerra del Kippur del 1973 -quando in Israele era primo ministro una donna eccezionale, Golda Meir...- e agito in molte altre controversie con spregiudicata concretezza (in Italia solo il nostro Giulio Andreotti fu alla sua altezza politica... dopo, il declino...), fieramente anticomunista ma deciso nel discernere da che parte sta l'operatività e le chiacchiere, può permettersi di insegnare, perchè è uno statista. Da parte nostra nessun dubbio, avendo in illo tempore letto un suo volume famoso, "A word restored" del 1957, quando insegnava scienza politica ad Harward (da noi pubblicato per Garzanti nel 1973), in cui vi è una frase che dovrebbe essere il memento per tutte le epoche: "a ogni generazione è concesso un solo atto di astrazione; essa può tentare un'unica interpretazione e un unico esperimento, perchè è essa stessa il proprio soggetto". Quell'atto di astrazione di cui, ultimamente, non si vedono seri risultati. Ma che è realisticamente auspicabile, pena il caos.
F.Gio
(Nelle immagini: Kissinger in una recente foto, e varie della sua attività politica, con Mao e Chu En Lai, con Golda Meir e il nostro Giulio Andreotti)
giovedì 2 ottobre 2014
La Madonna di rue du Bac a Parigi e la "medaglia miracolosa", un pellegrinaggio originale nella "ville lumiéré"
In una delle capitali del mondo fra le più belle nel senso pieno, quella Parigi di cui Emilio Zola scrisse che "fiammeggia sotto la semenza del sole divino", v'ha un sito recondito che non è secondo a nessun altro luogo per afflusso immenso di pellegrini da ogni angolo della terra: e però, a differenza della torre Eiffel così nota e visitata dalle masse, è seminascosto. Perchè mai? Uno dei tanti misteri dell'umano che si confonde col divino.
Recandoci nella capitale della Repubblica Francese, di quella monarchia divina che osò tagliare le teste dei Re -salvo poi pentirsene amaramente e comporre nella cripta di Saint Denis un monumento funebre a Luigi XVI e Maria Antonietta e agli altri sovrani le cui ossa furono disprezzate dai sanculotti nei giorni nefasti del terrore- non possiamo che ammirare la Senna, Notre Dame celeberrima per il romanzo di Hugo, il museo del Louvre, quello d'Orsay di arte moderna; ma immettendoci nel boulevard Saint Germain, zona universitaria, troviamo una via discreta punteggiata da negozi eleganti, di stile, una via senza pretese, sinuosa ma che racchiude un miracolo: è la rue du Bac. Senza fretta si giunge, ed è un percorso da fare a piedi a mo' di purificazione qualunque sia il luogo ove si alloggia -sebbene la metropolitana parigina, efficientissima, abbia la fermata nei pressi- al numero 140, una facciata anonima. La quale nasconde la sede generalizia delle Suore della Carità di San Vincenzo de' Paoli. E che, dirà lo scettico, tanta strada per vedere la casa delle monachelle dal velo bianco? No, perchè lì accade un fenomeno costante per chi crede ed anche per chi dubita. Nel novembre 1830 in quella chiesa interna ad un lungo cortile (ed è una ampia chiesa, che chiamare cappella sembra quasi riduttivo, ha tre navate e una loggia superiore), avvenne una apparizione alla novizia Caternia Labourè: pare che una Signora vestita di bianco le abbia parlato per ore, e fatto vedere una immagine da cui chiese di coniare una medaglia, la quale dipoi venne appellata "miracolosa", perchè durante l'epidemia del colera del 1832 a Parigi (in seguito dilagò in Francia e tutta Europa: in Sicilia giungeva nel 1837 e fu concausa della rivoluzione indipendentista di quell'anno) salvò parecchie persone che la indossavano "con fede", come disse l'apparizione. "O Marie conçue sains peché, priez pour nous qui avons recours à vous", è la scritta che Suor Caterina riferì le dettò la Signora, che lei subito identificava per la Madonna. Non era ancora stato proclamato, per consenso dei fedeli più che per fondamento teologico, il dogma dell'Immacolata Concezione (lo sarà nel 1854: Gregorio XVI e Pio IX porteranno la medaglia), ma era l'inizio del ritorno al marianesimo, in quel XIX secolo dilaniato da lotte intestine fra laici e clericali, dalla divisione, dall'odio di classe. L'apparizione diffuse armonia.
E' silenzioso il cortile profondo, ma addirittura surreale l'atmosfera nella chiesetta interna, laddove è sempre presente un nucleo di persone che pregano, e vi si trova visibile in una teca il corpo mummificato (pare incorrotto) della Suora veggente, che fu proclamata beata da Pio XI e santa da Pio XII nel 1947, quel grande Pontefice mariano che al più presto dovrebbe meritare gli onori degli altari come i suoi successori. La "medaglia miracolosa" in quel luogo è un semplice oggetto, un messaggio, un simbolo , un ritorno dell'anima alla concezione matriarcale ed ancestrale della storia, un "rovescio della storia" o meglio ancora, ha scritto sapientemente Jean Guitton, un luogo "che attira soltanto gli sguardi che si chiudono per vedere", al contrario della Parigi che fa spalancare gli occhi per materiali bellezze? Noi non pretendiamo di saperlo. Però possiamo trasmettere e testimoniare che in quel luogo regna ciò che gli antichi egizi, precursori della religione cristica, chiamavano Maat (identificandola con una dea specifica), cioè il concetto di Verità-Giustizia. E' una percezione indubitabile; se al più, si professa la religione cattolica, non si può che vedere nella "mamma del Cielo" (così le preghierine dei bambini dei tempi passati e presenti, che non si dimenticano, perchè i bambini sono i prediletti della Divinità, specie della mamma...) la solenne, intima, infrangibile protezione che il misero, il potente, il pusillo, l'orgoglioso e anche l'inflessibile ateo, ripongono nel Principio germinale della vita, che se è suffragato dalla scienza odierna e passata, s'arresta dinanzi ai fenomeni che non hanno spiegazione razionale.
La statua della Madonna sull'altare maggiore, a rue du Bac, è quella classica a tutti nota con le mani abbassate e aperte da cui si dipartono i raggi, cioé le grazie che ella spande sugli uomini indistintamente; ma la figurazione che Caterina Labouré volle sulla sua tomba rappresenta un altro aspetto della "Signora", mentre ha lo sguardo in alto e tiene fra le mani un piccolo globo. Nelle testimonianze coeve, l'una immagine non contraddice l'altra, si completano. Anzi la Madonna col globo è quella missionaria -se qualcuno rammenta gli anni di Pio XII e dello zelo missionario mariano del dopoguerra: "o Madonna pellegrina, vieni in questa terra devastata dalla guerra..."- e ancora più incisiva, perchè esso è il cuore di ogni essere che viene accolto fra le mani della Madre. In veloce carrellata pensavamo che tutte le religioni, dai Sumeri fino a noi, hanno serbato intatto il principio materno e anzi che esso, più che la visione patriarcale poi prevalsa, è l'aspetto più autentico, occulto, "isiaco" se si vuole (l'antica Lutezia fu la città di Iside, Par-Isis), ma quanto più reale, della exoterica immagine del maschio dominante, la cui fragilità si appalesa dinanzi alle contingenze del quotidiano nonché ai grandi dolori. Allora non bastano parole, solo la Grande Madre: e si ritorna a rue du Bac, alla medaglia che è non solo un segno distintivo delle monache vincenziane (note in tutto il mondo per la carità verso gli ultimi), ma anche un percorso. Se è vero che la ragazzina di Lourdes, la casta Bernadette, quando fu testimone delle apparizioni mariane 28 anni dopo Caterina, aveva al collo la "medaglia miracolosa", l'oggetto smette di essere un feticcio e riporta al grande mistero: "monstra te esse matrem".
"Parole non ci appulcro", avrebbe detto un altro grande innamorato di Myriam, l'Alighieri che Foscolo definiva "il ghibellin fuggiasco": ma non fuggiasco da se medesimo, se colse nella luce sterminata della Vergine, il compimento sommo del poema. E per chi sorride scetticamente, cosa affatto comprensibile, potremmo citare i simboli ma la disamina sarebbe lunga: bastino le 12 stelle della medaglia, presenti nella bandiera di quella tanto vituperata Unione Europea da taluni tacciata quale causa d'ogni male economico delle Nazioni affiliate: e tuttavia, sembra che nel disegno originario poi approvato dalla laicissima commisione vi fosse proprio l'ispirazione mariana derivata dalla visione di Caterina Labouré: "ti coronano dodici stelle...", recita un canto popolare mariano. Sono anche i 12 segni dello zodiaco di Denderah e della tradizione astrologica delle società iniziatiche? Nulla è in contraddizione, anzi tutto è Uno, per chi crede.
A noi, per concludere, piace pensare che il trentatreenne Vincenzo Bellini, che a Parigi còlse il fulgore del successo e la mestizia della morte negli ultimi due anni della sua vita nella capitale francese (estate 1833-settembre 1835), mentre in sequenza nel delirio di quel tragico 23 settembre a Pouteaux vedeva la mamma, i parenti e Sant'Agata e Catania, solo, nel velo che gli coprì per sempre lo sguardo, lui così religioso (ma fu anche carbonaro e amico di molti esuli patrioti, dal Pepoli autore del libretto dei Puritani, alla principessa Belgioioso), abbia avuto in mano anche la già diffusissima a Parigi medaglia "miracolosa" e con quella visione mariana, e molto siciliana, si sia involato verso l'Infinita azzurrità, accolto come ognuno se vuole può, da quella Luce che non ha orizzonti, perché soffusa da scintille di assoluto.
Francesco Giordano
(Pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/10/un-siciliano-a-parigi-alla-scoperta-della-madonna-di-rue-du-bac-e-la-medaglia-miracolosa/)
venerdì 18 luglio 2014
Zichichi: "L'ideale sarebbe una dittatura illuminata che risolva i problemi della gente", e sul MUOS: "le carezze non fanno male"
Zichichi: "L'ideale sarebbe una dittatura illuminata che risolva i problemi della gente", e sul MUOS: "le carezze non fanno male"
Il trapanese Antonino Zichichi è un fisico e scienziato arcinoto a livello mondiale, vanto della Sicilia e dell'Italia nelle nazioni, sia per le sue scoperte scientifiche, che per le doti di organizzatore e di uomo di pace. Oggi quasi ottantacinquenne, fu protagonista nel periodo d'oro del Centro Ettore Maiorana di Erice, di una convergenza eccezionale dei massimi leaders mondiali, negli anni Ottanta, vòlta a ridurre le potenzialità degli arsenali nucleari ed a limitare l'attività dei laboratori segreti, che ancora funzionano: per queste ragioni si fece mediatore fra Reagan, Gorbaciov e Deng Tsiaoping, i leaders delle tre superpotenze.
A volte controverso poichè, da divulgatore, tiene a precisare di coniugare bene la sua fede nel Cristianesimo cattolico con la Scienza e la ricerca,ha rilasciato una intervista il 6 luglio u.s. al quotidiano online LiveSicilia, raccolta dal collega Daniele Valenti.
Tale dichiarazione di Zichichi è stata a parere nostro trascurata, tranne per la parte in cui, giustamente, egli disgustato dal comportamento del Presidente della Regione Siciliana Crocetta, sconsiglia di averci più a che fare; ma contiene affermazioni molto importanti, specie di fronte alla caotica e informe società in cui viviamo. Rileggiamole, e chi ha voglia ascolti l'audio con la voce del fisico, in questo link: http://livesicilia.it/2014/07/06/lavorare-con-crocetta-non-lo-suggerirei-a-nessuno_512701/
"L'ideale di governo sarebbe quello di una dittatura illuminata che venisse incontro ai problemi della gente, risolvendoli"
"La democrazia ha i suoi difetti e, come disse Churchill, è la meno peggio fra le forme di governo che noi possiamo immaginare"
"Realizzare il nucleare in Sicilia mettendo questo in mano alla grande scienza, sarebbe stata la fortuna della Sicilia..."
"Il MUOS: le risulta che le carezze fanno male? Noi viviamo in un mondo pieno di elettromagnetismo, di onde elettromagnetiche. Per il MUOS, sono potenti sistemi di emissione di onde elettromagnetiche e, se queste cose vengono fatte correttamente, non hanno nessun pericolo. Se si vuole combattere il MUOS, lo si combatte in maniera politica"
"Da Crocetta consiglierei di non accettare nulla!"
"Veniamo da uno spazio a 43 dimensioni, il supermondo, ma affichè questo sia dimostrabile, bisogna scoprire la prima particella, ciò su cui siamo fortemente impegnati"
Capito? Se qualunque politico avesse detto oggi di volere una dittatura illuminata che risolve i problemi, qui e nel mondo, sarebbe stato additato come un mostro, un novello Attila! Ma cosa è importante per la gente, che i problemi si risolvano o che si sguazzi nella melma della mediocrità?
E anche sul MUOS, delle parole chiare: è un affare di scontro politico e, come chiarisce la scienza, non ci sono pericoli per la popolazione. Un semplice telefonino è magari molto più pericoloso, perchè la maggior parte della gente lo tiene appiccicato all'orecchio (quando i manualetti suggeriscono che la distanza minima è di almeno 2,5 cm, e di usare le cuffie, che pochi adoperano): ma risulta facile abboccare alle sirene delle ideologie.
Per quanto riguarda Crocetta, stendiamo un velo pietoso. E sul nucleare in Sicilia, sarebbe un affare, se avessimo dei veri amministratori politici, e non la gente che conosciamo (si è compreso, difatti nel 2012, alle ultime regionali, la maggioranza dei siciliani, caso mai accaduto, non si è recata alle urne: per cui l'attuale compagine all'ARS e il Presidente, sono de facto espressioni di una minoranza di minoranza).
Infine, anche noi siamo come l'illustre scienziato, convinti che esistano molte più dimensioni di quelle che percepiamo. Il Supermondo è da sempre una realtà. Attendiamo le dimostrazioni di ciò che è nei fatti, alla Luce del Sapere.
Ad maiora, professor Zichichi, ce ne fossero di persone che parlano oggi così schiettamente!
F.Gio
martedì 17 giugno 2014
Patch Adams a Catania per un evento Mediolanum: quando l’Amore è senza confini
Patch Adams a Catania per un evento Mediolanum: quando l’Amore è senza confini
Se qualcuno dei lettori che hanno superato i quarant’anni, ricorda la rivista mensile che l’europeo e l’americano medio consultavano con maggiore intensità e frequenza, pubblicazione che ha fatto storia, ovvero Selezione del Readers’Digest, rammenterà che in quelle pagine, nate dall’entusiasmo del “new deal” americano, c’erano sovente racconti di personaggi eccezionali, i quali con le loro qualità erano un esempio per la moltitudine e incitavano all’essere positivi. Abbiamo inevitabilmente ripensato a ciò, incontrando sabato 14 giugno, nella splendida cornice del teatro Bellini di Catania, unitamente a diverse centinaia di persone ed a moltissimi bambini che rimasero sul palco a fargli più direttamente compagnia, il celebre clown-medico Hunter Doherty detto “Patch” Adams, conosciuto in tutto il mondo per essere “il dottore del sorriso”, l’inventore della clownterapia, nonchè protagonista dell’omonimo film hollywodiano del 1998, in cui la sua figura fu interpretata da Robin Williams.
L’evento, chiamato “Centodieci è ispirazione”, è stato organizzato dalla Mediolanum Corporate University, l’ente di eccellenza di Banca Mediolanum, la quale è notoriamente attenta, nella politica di fidelizzazione dei clienti, a portare avanti il messaggio del miglioramento umano e del rapporto più intenso con il pubblico, che non si limiti solamente alle attività tecniche. In questa ottica, ha spiegato l’organizzatore della serata catanese Toti Russo, District Manager di Banca Mediolanum per la Sicilia orientale, sono già stati ospiti di “Centodieci” molti grandi personaggi di caratura mondiale, da Lech Walesa a Simona Atzori, la ballerina senza braccia, che hanno dato testimonianza del proprio percorso umano.
Con la presenza di Patch Adams, che era già stato a Palermo, Mediolanum ha offerto alla città ed agli amici convenuti, in primis ai bambini (equipaggiati della simpatica maglietta con l’effigie del protagonista e dell’immancabile naso rosso, simbolo del sorriso), una occasione unica di incontro con un personaggio anche fisicamente fuoti dal normale (Patch è alto quasi due metri), ma soprattutto denso di energie positive che trasmette in maniera travolgente all’uditorio. Tali impegni della Mediolanum, fortemente voluti dal suo Presidente Ennio Doris, sono stati ribaditi da uno degli amministratori, Giancarlo Orsini, nel corso del suo intervento. Unico appunto che si può fare alla serata, durata fra attese e contenuto, circa due ore e mezzo, l’assenza di uno spuntino per i moltissimi bimbi che rimasero, diligenti e precisi come militari, sul palco a seguire: se è vero che i contributi raccolti all’uscita da Mediolanum sono utilizzati per i progetti umanitari di Adams, sarebbe stata una piccola ma significativa attenzione in più per i bambini, già “premiati” con i gadget, aggiungervi un gelato o una merendina.
Siparietto propedeutico all’inizio della serata ed all’entrata in scena di Patch Adams, fu la presenza, graditissima da tutti, in sala di Salvo La Rosa, celebre conduttore televisivo impegnato anche sul fronte degli aiuti ai soggetti bisognosi nelle sue trasmissioni, che non ha mancato di concedersi a numerosi “selfie” e scatti fotografici, per la gioia dei piccoli che lo hanno riconosciuto.
E all’arrivo di Patch Adams, molto atteso dai convenuti, la sala scattò in una ovazione, che si fece attento silenzio quando il clown-medico americano ha voluto, precisando che il film che gli diede notorietà “ha una narrazione un po’ semplicistica, quindi è meglio che vi spieghi io”, raccontare la sua storia: dal disagio esistenziale che lo ha portato più volte ad essere ricoverato in ospedali psichiatrici dopo la morte del padre, all’amore trasmessogli dalla mamma -che egli considera come la fonte primaria delle indicazioni del futuro- , sino alla scelta di non sopprimersi, ma “fare la rivoluzione, quella dell’amore”, ovvero attraverso la professione medica, donare positività a chi più soffre, ai malati. Però in maniera tutta sua, o meglio, seguendo le orme di quel grand’uomo del secolo scorso che fu il medico degli ultimi, l’uomo dai baffi bianchi (e non a caso, aggiungiamo noi, Adams gli somiglia fisicamente, con i suoi baffoni grigi), Albert Schweitzer: operando cioè assolutamente gratis, senza percepire alcun compenso in denaro.
Si capisce come tale scelta, massimamente negli Stati Uniti, nazione d’origine di Adams, ove da sempre la Sanità è a pagamento e chi non può permetterselo perisce, è e sia stata eversiva per i colleghi e tutta la politica: eversiva anche in Europa e in tutto il mondo, se si pensa che il medico si fa quasi sempre pagare. E tuttavia, con la perseveranza dell’amore, Patch Adams ha potuto centrare i suoi intenti (scegliendo anche di utilizzare i cachet delle serate spettacolo che lo vedono in tutto il mondo), per costruire ospedali gratuiti per i bisognosi, prima nella sua casa, poi in tutto il mondo, specie nelle nazioni (da quelle asiatiche a quelle sudamericane) ove è più importante la presenza del medico dell’amore.
“Sono un clown che è anche un medico, non un medico che è anche un clown”, ha detto Adams, precisando che nella sua terapia non si fa uso di psicofarmaci, ma… del fare ridere! “Ho sessantanove anni, e devo ancora capire quando comincia la terza età, perchè non ho intenzione di invecchiare”: infatti come uno di loro lo hanno percepito i bambini, quando con diversi siparietti li ha divertiti, facendo comprendere ai “grandi”, che non esiste una età per essere felici, ma tutti dobbiamo esserlo, sempre, perchè ci si deve amare. A questo proposito egli ha invitato il pubblico a praticare un paio di “esperimenti” psicologici, per verificare quanta voglia di amor di sé vi sia in ognuno di noi, e quanto desiderio di comunicarlo. “Imparate ad amare la vita”, ha suggerito Patch, ricordando che “se non ci credete, venite con me che ho tenuto in braccio dei bambini morti dopo pochi mesi, mentre sono riuscito a farli sorridere”.
Con questa filosofia: “mi sono tuffato nell’oceano della riconoscenza, e non ho ancora trovato l’approdo”, o in altre parole, non si finisce mai di essere felici, perchè la vita non si arresta, neppure dopo la fine naturale, essendo eternità di emozioni.
Francesco Giordano
(Pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/06/patch-adams-a-catania-per-bimbi-e-grandi-per-un-evento-mediolanum-quando-lamore-e-senza-confini/)
lunedì 9 giugno 2014
L’abdicazione del Re di Spagna e la questione catalana: la svolta si chiama federalismo
L’abdicazione del Re di Spagna e la questione catalana: la svolta si chiama federalismo
L’annuncio del 2 giugno con cui il Sovrano di Spagna, re Juan Carlos, ha comunicato alla nazione iberica e al mondo, la sua volontà di abdicare al trono in favore del figlio Felipe (nella foto a sinistra), che regnerà con il nome storico e il numerale VI per la successione tra pochi giorni (la legge che permette l’abdicazione, assente dalla Costituzione spagnola, è stata approvata dal governo Rayoy e sarà operativa dal 19 giugno), è non solo importante per le significazioni interne, ma anche per la valenza internazionale e per il ruolo che il monarca, sul trono dalla morte del Generalissimo Franco che lo designò a succedergli nel 1969, ha avuto nello scenario politico degli ultimi quarant’anni.
E se la stampa italiana non ha saputo, affogata nell’ignoranza dacchè nella nostra Patria la fine della Monarchia ha avuto una storia di menzogne perchè luetica, come ripetiamo da tempo, nasceva 68 anni fa la nostra Repubblica (e certo non fu un caso, i Borboni conoscono la Storia italiana benissimo, che si verificasse l’abdicazione del Re spagnolo nato a Roma nel 1938, il 2 giugno, anniversario del falso e menzognero referendum ove la forma repubblicana, come la storiografia ha ampiamente acclarato, vinse perchè due milioni di voti monarchici furono, nelle segrete stanze del Ministero degli Interni, “spostati” dalla monarchia alla repubblica: non a caso la Suprema Corte di Cassazione si rifiutò di proclamare ufficialmente il nuovo regime, limitandosi a comunicare i dati) cogliere di Juan Carlos che i pettegolezzi da bar, accennando quando l’articolista è meglio informato, al ruolo fondamentale da lui svolto nell’impedire l’involuzione autoritaria con il tentato “golpe” del colonnello Tejero nel 1981 (chi seguì in tv tali giornate, come lo scrivente, rammenta ancora la tensione di quell’anno, che fu il medesimo dell’attentato a Reagan e della scoperta delle liste della P2).
Il Re di Spagna è tuttavia stato un importantissimo ambasciatore della sua Nazione nelle Americhe, visitandole molto più che l’Europa: amico personale di molti leaders sudamericani e centroamericani, compreso Fidel Castro, che si è pure definito “juancarlista” e che dovette sedare le manifestazioni di giubilo al Re in una occasione ufficiale all’Avana. Le recenti vicende personali del Sovrano, le sue cattive condizioni di salute e la ripresa degli ultimi tempi, hanno sicuramente influenzato la decisione di cedere il trono al figlio: ma la ragione principale, forse tra quelle inderogabili, ipotizziamo abbia un solo nome: Catalogna. La nostra impressione è suffragata da informazioni assunte dagli amici catalani, per quanto ancora la situazione non sia realmente e del tutto compresa dalla gran massa della gente.
Chi è stato a Barcellona sa perfettamente quanta passione non tanto e solamente autonomista, quanto spiccatamente indipendentista, animi tutta la nazione catalana, il cui cuore è nella grande città iberica, moderna, progressista, adagiata su un territorio sorridente di campagne ubertose, sorvegliata dall’occhio solenne della Madonna nera di Montserrat. La Catalogna, come è ben noto nel mondo e tra coloro che si appassionano al tema, ha indetto per questo novembre un referendum consultivo, fortemente avversato dal governo di Madrid, per chiedere ai cittadini se intendono ancora rimanere parte dello stato nazionale spagnolo o proclamare autonomamente l’indipendenza da esso. Inoltre, questo 11 di settembre si svolgerà la grande festa per il tricentenario della “diada” indipendentista catalana.
Sia il Presidente della Generalitat catalana, Artur Mas, che diversi esponenti del mondo laico (compresa gran parte della Massoneria catalana che pure nell’Assemblea Nazionale ha una forte componente), persino taluni esponenti della Chiesa cattolica, potente in Spagna, sono favorevoli se non alla indipendenza de facto, ad una autonomia vera. Cioè, gestione delle imponenti risorse finanziarie che la Catalogna, regione più ricca di tutta la Spagna, ha per imposizione statale “drenate” verso Madrid: lo Statuto autonomista del 2006 infatti (a differenza di quello Siciliano del maggio 1946 ben noto sia a Madrid che a Barcellona e concesso, qui si notino i punti che stiamo per unire, dall’ultimo Re di Casa Savoia, Umberto II: non certo dalla Republica, la quale obtorto collo lo incluse nella Costituzione del 1948 come legge dello Stato) non ha la norma che permette l’autogestione delle tasse, ovvero la scelta di quanta parte di esse debbano rimanere in Catalogna e quante invece essere devolute al governo nazionale
Questo si chiamerebbe federalismo, politico e soprattutto fiscale. Da aggiungersi che il possente movimento trasversale indipendentista catalano, più che maggioritario nella popolazione, non è affatto contrario alla moneta Euro (seppure ultimamente si parla dell’EuroCat, che echeggia la proposta complementare monetaria in Sicilia, detta Grano) nè all’uscita dalla Comunità Europea entro cui invece desidera rimanere, come Stato nazionale perchè dal PIL notevole: non si è invece, e anche ciò non è casuale, posta la questione del Capo dello Stato. Differentemente in Scozia, la quale ha pure chiesto il referendum per l’indipendenza dal Regno Unito, ove il Primo Ministro di Edimburgo, Salmond, che ha specificato essere il loro scopo il controllo delle risorse energetiche e petrolifere del mare del nord, precisò che il Capo dello Stato in una Scozia indipendente rimarrà sempre la Regina Elisabetta e i suoi successori. La Monarchia unisce, la repubblica divide?
Da ciò la mossa abilissima, da consumati strateghi (qualcuno vuole ricordare che la Casa Reale dei Borboni dos Sicilias di Madrid, è la più antica d’Europa, con i Savoia, e discende direttamente dai Re Merovingi? E se aggiungiamo che, in base a talune pubblicazioni sconfinanti nell’esoterico, i Merovingi, “re taumaturghi” -scrisse il grande Marc Bloch in una esimio volume- erano pure discendenti della Maddalena, quindi della famiglia reale di Gesù, Davide e Beniamino…) della Casa Sovrana di Spagna: il quarantaseienne Felipe, Principe delle Asturie, con studi universitari in USA, elegante, bello, perfettamente a conoscenza delle cose di Catalogna di cui parla pure la lingua, con una sposa borghese nota e discreta, già divorziata, la ex collega giornalista Letizia Ortiz Rocasolano ora Principessa e a breve Regina, con un alto indice di gradimento fra la popolazione iberica (quello del padre era di molto calato ultimamente), con due belle bimbe la cui primogenita Leonor nata nel 2005 sarebbe attualmente l’erede al trono, potrà certamente rivitalizzare non solo l’istituzione monarchica in Patria (sono convintamente monarchici sia i popolari che i socialisti in Spagna, ultimamente in parità nelle ultime consultazioni europee): ma anche, secondo noi, estinguere il pericolosissimo, per l’unità nazionale spagnola, focolajo indipendentista catalano.
Solo in un modo: esattamente quello di Sua Maestà Umberto II di Savoia, concedendo (come il nostro sovrano fece il 15 maggio di 68 anni fa: in Sicilia è la Festa dello Statuto, da qualche anno) una Carta costituzionale alla Catalogna, che sia semi-indipendententista, ovvero pienamente federale soprattutto per ciò che concerne l’autonomia delle risorse finanziarie, che devono rimanere in mani catalane. Se “el nuevo Rey de Espana” farà questo, potrà non solo mantenere l’unità dello Stato ma anche entrare a pieno diritto nella Storia moderna come un autentico Sovrano federale, nel solco altresì della Tradizione.
Alternative non ve ne sono, se non cruente: ma non le desidera nessuno, per cui crediamo che la questione catalana si risolva in tal modo. Queste le parole di Felipe il 4 giugno, conferendo un premio ad uno storico cappuccino (la Chiesa farà la sua parte, come sempre): egli ribadisce “l’impegno e la convinzione a dedicare tutte le mie forze con speranza e slancio al compito appassionante di continuare a servire gli spagnoli, la Spagna, una nazione, una comunità sociale e politica unita e diversa…l’esperienza ci insegna che solo rimanendo uniti, anteponendo il bene comune agli interessi particolari e dando impulso all’iniziativa, alla ricerca e alla creatività di ogni persona, potremo avanzare verso uno scenario migliore”. E chi vuole intendere, intenda.
Anche perchè ultimamente sia in Belgio che in Olanda (nazioni dilaniate da conati indipendentisti, sedati da codeste strategie) nuovi sovrani, abdicatari i precedenti, sono ascesi al trono: la Monarchia, filosoficamente parlando, è istituzione “divina” che deve rinnovarsi come tutte le manifestazioni umane, secondo però un solco che è oltre la terrestrità delle cose. Unica, infrangibile, appare nondimeno, emula della grande Regina Vittoria, Elisabetta II di Gran Bretagna, Capo del Commonwhealt, defensor Fidei: la vedemmo in tv nel discorso della Corona del 4 giugno, solenne nella sfavillante corona imperiale, con accanto il Principe Filippo (lucido ultranovantenne), ribadire: “my government… my ministers..”. Seguendo la Regina, per chi è fedele alla Tradizione, la vita, come nell’orazione di Ben, l’eminenza grigia che sceglie Peter Sellers per fare il Presidente, nel film del 1979 “Oltre il giardino”, è uno stato mentale.
Francesco Giordano
(Articolo pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/06/labdicazione-del-re-di-spagna-e-la-questione-catalana-la-svolta-si-chiama-federalismo/)
sabato 24 maggio 2014
La 'Grande Guerra' iniziava 99 anni fa: fu il conflitto che, nel sangue, unificò l'Italia
La 'Grande Guerra' iniziava 99 anni fa: fu il conflitto che, nel sangue, unificò l'Italia
"Soldati, a voi la gloria di piantare il tricolore sui termini sacri che la natura pose a confine della Patria nostra, a voi la gloria di compiere, finalmente, l'opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri". Con queste parole, il 26 maggio del 1915 dal Quartiere Generale, Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III, concludeva il proclama alle truppe che apriva per l'Italia le ostilità in quello che fu il più sanguinoso conflitto del XX secolo, la prima guerra mondiale. Sono passati 99 anni dalla dichiarazione celebre del 24 maggio, giorno della Madonna Ausiliatrice: e ancora, per noi, l'eco di quella pugna gloriosa e densa di sangue, è fondamentale. E lo è anche e soprattutto per chi dimentica o ignora.
Perchè se oggi l'Europa si trova nelle condizioni politiche ed economiche attuali, molte conseguenze derivano da quella guerra ben più importante e densa di sangue della seconda, che della prima fu il corollario inevitabile. Inoltre non bisogna dimenticare che sulla Grande Guerra, si creò una epopea indistruttibile, che è vissuta anche oltre le vite fisiche dei combattenti, oramai in Italia tutti morti per vecchiaia, quelli che tornarono: ma coloro che non poterono più veder casa, i morti, furono ben di più: 680 mila, e migliaia e migliaia di mutilati, di reduci infermi.
La Sicilia, che doveva poi accendersi come era accaduto nel XIX secolo molte volte, della fiamma indipendentista, in quel periodo era perfettamente integrata alla Patria italiana, pur se aveva avuto la repressione crispina nel 1895 con il Commissario Codronchi, a cui il socialista De Felice osò presentare, forse ingenuamente, una bozza di Autonomia amministrativa. Non se ne fece nulla, anzi le popolazioni vennero punite per aver chiesto miglioramenti sociali (lo Statuto autonomistico federale doveva poi concederlo l'ultimo sovrano Umberto II, il 15 maggio 1946). Ma nel primo decennio del 900, un nuovo e giovane Re, Vittorio Emanuele, tendeva a fare dimenticare la mano pesante di Umberto I: dal governo Zanardelli alle iniziative del miglior ministro degli Esteri del tempo, il catanese Antonino di San Giuliano, la politica della monarchia di Savoia era ben più vicina alle popolazioni in Italia di quanto non lo fosse stata nei decenni precedenti. Merito della attenta opera di saldatura psicologica e sociale della Casa regnante, opera a cui la Regina Elena del Montenegro diede fondamentale supporto: la ricordiamo fervente nel soccorrere i messinesi nel disastro del terremoto del 1908: per queste ragioni la città dello Stretto le ha giustamente dedicato un monumento.
Vittorio Emanuele, attento alle vicissitudini storiche, valorizzava il patrimonio artistico e sociale del sud: lo si ricorda a Catania in visita al disvelato Anfiteatro romano, e sempre nella medesima città, inaugurante l'Ospizio dei Ciechi nel 1911: del resto, Dama di palazzo della Regina era la marchesaGiulia Romeo delle Torrazze, di nobilissima famiglia etnea: il marito Giovanni, aiutante di campo e amico personale del Re Vittorio (la famiglia Romeo ospitò la coppia reale a Randazzo, e i Sovrani fecero il giro dell'Etna in Circumetnea), fu presente al convegno di Peschiera e tra i pochissimi salutò i Sovrani al molo di Napoli involati per il triste esilio (ora la loro villa al centro di Catania, già ritrovo dei monarchici, è in vendita... sic transit gloria mundi!); così la Principessa Rosso di Cerami, vissuta fino agli anni Cinquanta. La nobiltà di quel Re si vide appunto nel maggio del 1915: abbandonata la vita del Quirinale, volle farsi fante tra i fanti, girò per le trincee per tre anni, con la sua presenza galvanizzò le truppe, e saperlo al fronte era di conforto e di sostegno per i soldati come per gli ufficiali. Egli guidò l'impresa contro la soverchiante potenza austriaca che aveva rotto il fronte a Caporetto nel celebre convegno di Peschiera, ove impose col valore del soldato italiano la formula della resistenza a oltranza sulla fronte del Piave. E così fu, sino alla vittoria.
Perchè oggi rammentare quel conflitto? Perchè fu, storicamente come sociologicamente, come psicologicamente, l'unica occasione in cui i diversi, e sovente contrapposti, popoli componenti l'Italia , si trovarono uniti: e accadde che gente la quale neppure si capiva per linguaggio, vestisse il grigioverde panno, e si sentisse da questo affratellata. L'opera era di cemento sociale tra i fanti, e tra gli ufficiali e sottufficiali: e se tra i gradi medio alti ferveva la propaganda della fratellanza massonica, per i soldati erano le madrine e le pie opere a fungere da "collante fraterno", senza dimenticare l'apporto della Chiesa. Tutto ciò mentre garriva il glorioso tricolore con la bianca croce, la croce di Savoja. Non succederà più. La seconda guerra mondiale dividerà, la sovvenuta Repubblica, nata luetica per il falso risultato del referendum del 1946, sarà sin dalla nascita rissòsa e irascibile. Quel miracolo laico, che vide un Re piemontese (anche se nato a Napoli) e un siciliano, il palermitano Vittorio Emanuele Orlando, alla guida del governo "della Vittoria", nel novembre 1918, non si potrà ripetere. E dubitiamo fortemente che, con la pochezza attuale, possa aversene oggi anche una pallida eco. Quindi se non altro, rammentare "ciò che unisce e non ciò che divide", per usare le parole dell'oggi Santo Giovanni XXIII (in quegli anni in servizio in Sanità), è confortante.
Anche perchè la Sicilia diede alla Grande Guerra un ingentissimo contributo: oltre 50 mila morti, 9331 decorazioni, di cui venticinque medaglie d'oro. E molti eroi, mai termine fu più adeguato, si immolarono per la comune causa, di ceppo siciliano: se l'ammiraglio Luigi Rizzo, l'Affondatore della Santo Stefano, tornò e visse a lungo, egli con D'Annunzio e Ciano autore della beffa di Buccari, moriva sul campo dell'onore il generale di Piazza Armerina Antonino Cascino, amatissimo dalle sue truppe (comandava la brigata Avellino e la divisione 8°, composte da siciliani) sul monte Santo conquistato, nel settembre 1917: "io voglio che voi cantiate l'Inno di Mameli e siate una grande valanga grigioverde, che miracolosamente sale per schiacciare il nemico che vi si annida". Queste parole egli usava per galvanizzare i soldati, e solo un siciliano poteva esprimerle con vigore massimo. Moriva per le conseguenze di una granata austriaca, mentre era stato il primo generale d'Italia ad entrare in Gorizia liberata, nel 1916.
I tanti che silenti morivano, e di cui non si poterono recuperare tracce, furono gli ignoti. Il Soldato Ignoto è Storia, per questa realtà il 4 novembre del 1921 si eresse il monumento a Roma scegliendo una delle innumerevoli salme che non si poterono identificare. Una nota canzone di quel tempo recitava: "Soldato Ignoto, tu sei l'eroe che non morrà mai più: e solo la tua salma, rivolta ad Oriente, da Roma può rispondere: Presente!" Si provi a entrare in un qualunque cimitero: c'è sempre il sacrario del Soldato Ignoto: e se per noi soffermarsi innanzi a quella fiamma provoca commozione per coloro che non tornarono e non ebbero il pianto dell'urna, allora come dipoi, ciò dovrebbe essere trasmesso alle generazioni successive, che non serbano le memorie degli avi, come è sempre accaduto, nei popoli antichi e fra i moderni. La fiammante prosa poetica di Carlo Delcroix, che unì i reduci ed i mutilati, egli monco e cieco, in un abbraccio d'amore verso l'Altissimo, per decenni, è dimenticata. La "medaglia coniata nel bronzo nemico", che ogni combattente portò con orgoglio, oggi è venduta nei mercatini di vecchie cose: e i nostri nonni piangevano nell'accarezzarla, mentre ricordavano gli assalti alla bajonetta sul Carso e sull'Isonzo, al suono della "Leggenda del Piave" (scritta da un uomo del sud, il napoletano E.A.Mario).
Quella guerra e quella strage di eroi, che l'Italia solo allora, una e indivisa, per compiere l'agognata Unità, vinse indiscutibilmente, fu tecnicamente opera di Cadorna e Diaz, ma nella sostanza guidata da un uomo, da un Re: Vittorio Emanuele III. Così Gabriele D'Annunzio, nella terza delle Preghiere dell'Avvento", lo celebra: "Salva il Re, che dimesso l'ermellino \ e la porpora, come il fantaccino \ renduto in panni bigi, \ sfanga nel fosso e va calzato d'uosa \ cercando nella cruda alpe nevosa \ Dio vero, i tuoi prodigi ... Proteggi il Re della semplice vita \ chinato verso ogni bella ferita, \ che è rosa del suo regno, \ chinato verso il sorriso dei morti, \ che è l'alba del suo regno".
Quello stesso Re costretto, e celato dal titolo di Conte di Pollenzo, a triste esilio nel maggio del 1946 dalla spietatezza criminale di parti del CLN: e la cui spoglia mortale riposa ad Alessandria d'Egitto, mentre dovrebbe essere al Pantheon; stessa sorte per l'ultimo sovrano, Umberto II. La Repubblica ha ancora paura dei morti che guidarono l'Italia! Attendiamo il giorno del ritorno del Re, di quel grande piccolo Re, che unico e solo, vide la gloria dei tre colori con la bianca croce, nella miracolosa fiamma della Unità nazionale, oggi serbata de jure, ma concretamente perduto sogno.
Francesco Giordano
venerdì 21 marzo 2014
Iscriviti a:
Post (Atom)




.jpg)
.jpg)



