martedì 21 gennaio 2014

Tradizione ebraica e identità siciliana nel Purim di Siracusa celebrato nella Sinagoga aretusea

Tradizione ebraica e identità siciliana nel Purim di Siracusa celebrato nella Sinagoga aretusea





 Una bella e intensa cerimonia religiosa e culturale si è svolta il 19 gennaio, 5774 del calendario ebraico, nella Sinagoga di Siracusa, per celebrare il Purim, ovvero la festa delle Sorti. Chiunque conosca la Bibbia non di nome ed abbia letto il libro di Ester, considerato fra i canonici sia nella tradizione davidica che in quella cristiana, apprende la storia documentata e fondata della Regina Ester che salva il popolo di Israele, a rischio di essere sterminato per l’invidia del malvagio Aman, dalle truppe del sovrano di Persia: e come per questo Ester fu strumento di Dio. La ricorrenza è particolarmente sentita in tutto il mondo ebraico.
Anche in Sicilia, segnatamente a Siracusa dove dal 2008, dopo oltre 500 anni dalla malaugurata espulsione dei figli di Giuda dalla nostra isola a seguito dell’editto di Granada (1492), è sorta la Sinagoga, per forte e appassionata volontà di un uomo mite ed energico, che le generazioni presenti e future hanno e ricorderanno come l’architetto della ricostruzione del Tempio del Supremo in terra di Trinacria: il Rabbino prof. Stefano Di Mauro, tornato in Sicilia dopo cinquant’anni di vita vissuta a New York, medico e nella città statunitense capo rabbino della Sinagoga B’nei Isaac, oggi capo Rabbino di Sicilia.stella david
Abbiamo avuto l’onore di essere invitati alla suggestiva e partecipata cerimonia, nei locali ricostruiti dal Rabbino, in via Italia a Siracusa. Nella memoria, echi dell’atto unico che un filosofo meridionale e libero pensatore, Giovanni Bovio, vergava nel XIX secolo, il dramma “Cristo alla festa di Purim”; eravamo consci della importanza dell’evento, ma ci ha colpito la valenza fraterna, autentica, di ricerca storica e polisemica e pluralista del Purim siracusano. Come è stato spiegato nel corso della festa, prima della lettura della meghillà -serbata in un rotolo-, ovvero la storia della salvezza, la genesi del Purim siculo fu in auge dopo la diaspora, allorchè la particolare ricorrenza veniva celebrata dagli ebrei rifugiatisi a Salonicco e Giannina, in terra ottomana; e se valenti studiosi all’inizio del XX secolo hanno riconosciuto la importanza della meghillà siracusana nella ricerca filologica del Purim siculo-ebraico, è altresì merito del Rav Di Mauro e della Comunità tutta (lode agli attenti collaboratori del Rav, a iniziare dal giovane Gabriele Spagna), aver riportato a’ fasti dei secoli passati la lettura della storia in cui un traditore convertito, cerca invano di mettersi in luce col sovrano a Siracusa ai danni del suoi popolo: però l’inganno viene scoperto e lui doverosamente punito. Il nome di costui è esecrato attraverso dei suoni sincroni provocati da particolari strumenti che agitammo, a mo’ di segnacolo esecrabile. Tale segno non è lontano da altri che in alcune cerimonie documentano passaggi sacri di iniziazioni e rinascite. Rabbino e Assessore Giansiracusa
 Il Purim di Siracusa del 2014, festeggiato dal 2011, oltre alla numerosa comunità ebraica intervenuta in sinagoga, ha veduto il riconoscimento del Comune aretuseo, con l’Assessore Giansiracusa che in tale sede ha portato l’impegno dell’amministrazione nel voler rendere disponibile apposito terreno per la costruzione di una nuova Sinagoga: sottolineando altresì che, se in Comune si discute per la realizzazione di una Moschea, a maggior ragione gli Ebrei di Sicilia, da duemila anni legati alla terra dalle tre punte, han diritto al riconoscimento pubblico. Intervennero pure rappresentanti degli Evangelisti e dei Cavalieri di Pitia, e il neurologo professor Vecchio precisò l’importanza del perseguimento della Pace universale, contro ogni fanatismo da qualunque parte provenga. Ciò che colpisce e meraviglia, a noi fautori di internazionalismo nonchè di sicilianismo, non è tanto l’aver udito tante lingue invocanti una sola sacralità, l’ebraico, il greco di Ioannina magistralmente letto in una lirica dall’appositamente intervenuto professor Guzzetta dell’Università di Catania, ma è anche la realtà incontrovertibile che per gli ebrei della Sinagoga siracusana la cultura e la lingua siciliana sono patrimonio della loro stirpe e contestualmente comune a tutti i popoli dell’Isola del Sole.
Quando il Rabbino Di Mauro ha rammentato che nel 1400 gli Ebrei siciliani parlavano, e scrivevano, la lingua sicula, oggi sovente e erroneamente declassata a dialetto, e i partecipanti intonavano con intensità “Vitti na crozza” e “la Pampina di l’aliva” nonchè la storia del Purim letta in siciliano moderno, noi pensavamo che tutti a quel tempo, dal Re all’ultimo scrivano, usavano il siciliano nei documenti diplomatici (persino la cancelleria vaticana rispondeva in siculo ai Vicerè), nonchè riflettevamo su quanta ignoranza v’è nella storiografia ufficiale, cristiana o laica che dir si voglia e maggioritaria, delle identità siciliane, le quali codesta piccola ma coesa e integrata comunità fa proprie, esalta e valorizza. Per queste ed altre importanti ragioni, non ultimo il fatto che la Sinagoga e il centro Sefardico Siciliano di Siracusa organizzano corsi di lingua e cultura ebraica (siti:centrosefardicosiciliano, e Sicilia ebraica), non si può che rendere grazie all’altissimo Adonai, che ha permesso alle luci della menorah di risplendere, come fu sin da ere primeve, in terra di Sicilia, dopo secoli di oblio. Non dimentichiamo che i sovrani Normanni furono maestri di tolleranza dopo la riconquista, e quando, per l’economia -come da noi ricordato nel volume “Progetto Sicilia”- si verificava l’espulsione degli ebrei dall’isola, la circolazione monetaria ed i commerci ebbero una contrazione vistosa e difficilmente rimediabile.
“Muoviti, favella, a raccontare e prodigi a professare: i Siciliani a ridestare; con vino falli ubriacare! Mangiate e bevete Siciliani! Che ciascuno faccia festa! Meraviglie fa il Dio nostro, Con gli Yehudim le compie… Gloria grande al Dio Signore che ai Giudei ha fatto grazia! Che ci invii Elia il profeta per il giorno Grande e Terribile”: con queste parole e il rituale Shalom, suggellato dai gustosi dolciumi che il banchetto finale del Purim non fa mai mancare, si compì una festa non solo ebraica, ma di tutti i siciliani, specie del popolo, dei poveri, come nella tradizione biblica si tramanda, laddove cadono dal trono i potenti e si esaltano gli umili. Tutti i buoni e i giusti, in libertà eguaglianza e fratellanza, sanno e condividono. Nella Luce.

                                                                                 Francesco Giordano

(articolo pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/01/tradizione-ebraica-e-identita-siciliana-nel-purim-di-siracusa-celebrato-nella-sinagoga-aretusea/)

 

lunedì 7 ottobre 2013

E' morto centenario Giap, rivoluzionario vietnamita... la Storia in un libretto





E' morto centenario Giap, rivoluzionario vietnamita... la Storia in un libretto

Tra i primi libri che, da bambini, ci colpirono nella biblioteca paterna, ce n'era uno piccolo, dalla copertina rossa, con stampato un guerrigliero vietnamita in assetto di guerra. Ricordiamo il titolo, indimenticabile: "Guerra del popolo, esercito del popolo", con prefazione di Che Guevara, edizioni Feltrinelli. Lo leggevamo con curiosità, perchè raccontava della battaglia di Dien Ben Phu, dove le truppe vietnamite sconfissero nel 1953\54 la potenza coloniale francese mettendo fine al dominio della nazione europea nella penisola indocinese. E poi cartine, tecniche di guerriglia. Era scritto quel libro, edito in Francia nel 1961 e in Italia nel 1968, da un tizio per noi ragazzini dal nome strano: Vo Nguyen Giap. Papà diceva che il generale Giap, così era appellato nelle cronache, era un eroe dell'indipendenza del suo paese. Erano resoconti di guerra, scritti in linguaggio sobrio, ma stranamente non proprio militare, bensì con una conoscenza non superficiale della storia d'Europa, che evidentemente questo vietnamita capo dell'Esercito del suo paese, aveva studiato bene.

Pensammo pochi giorni fa a tale libro, apprendendo dalle notizie la morte del Generale Giap, il 4 ottobre: alla veneranda e ammirevole età di 102 anni! Era un sopravvissuto, evidentemente, di stagioni politicamente lontane nel tempo. E da giornalisti (a questo punto cominciamo a sospettare che la lettura anche di quel libro, come di altri di storia e narrativa, ci abbia inevitabilmente avviato a codesta professione, bella impossibile ma inevitabile... e non consigliabile ai figli.... come scriveva Matilde Serao -comunque il suo figliolo non la ascoltò- ne "I capelli di Sansone") siamo rimasti colpiti dallo spazio che l'International Herald Tribune ha dedicato, nel suo ampio articolo commemorativo, a Giap. Egli è stato l'uomo che ha vinto la cosiddetta "sporca guerra" del Vietnam contro gli Stati Uniti, finita con la celebre fuga dall'ambasciata americana di Saigon nell'aprile 1975, immagini che ricordiamo dalla tv in bianco e nero. Il commentatore ricorda correttamente che l'offensiva del Tet del gennaio 1968, voluta da Giap per scopi più propagandistici che utili, se fu un insuccesso militare e provocò 40 mila morti vietnamiti, ebbe immense ripercussioni nell'opinione pubblica statunitense, "svegliando" le coscienze popolari nell'opposizione a quel conflitto impressionante. Qui in Europa c'era la voce autorevolissima del filosofo Bertrand Russell ad opporsi, nonagenario, a quella guerra: l'intervista-documentario "The fog of War" del 2003 dell'ex Segretario di Stato Robert McNamara, ha chiarito definitivamente la posizione Usa al riguardo. E per noi cresciuti comunque col mito dei "Berretti verdi" (celebre il libro e più ancora, l'omonimo film con protagonista l'immenso John Wayne), che erano eroi di libertà contro il fanatismo comunista, se allora Giap e tutti i vietcong rossi erano nemici, oggi lo scorrere del tempo ci fa dire che in ogni caso lottarono per una idea di libertà della loro Patria, giusta o sbagliata che fosse, asservita al fanatismo ideologico o nazionalista. In particolare Vo Nguyen Giap, che era un avvocato, studiò legge nell'Università della capitale e fu comunque un comunista moderato, si oppose da Ministro della Difesa e Vice primo Ministro, al regime cambogiano di Pol Pot. E pur potendo assumere la leadership del Vietnam dopo la morte di Ho Chi Minh nel 1969 non volle, preferendo rimanere nelle seconde file seppure in scranni di comando. Come sa fare un rivoluzionario vero e non assetato di potere. "Se il nemico attacca noi ci ritiriamo, se il nemico si ritira noi attacchiamo", fu la massima di colui che è divenuto il teorico della guerriglia ben più di Guevara, il Generale Giap, nel XX secolo: e contro le cui strategie hanno avuto molto filo da torcere, seppure la guerriglia è una fase inferiore della guerra possente e tradizionale, le potenze mondiali come la Francia prima, gli Stati Uniti poi. Stati Uniti i quali, da grande democrazia, si possono permettere anche di elogiare il vecchio, centenario nemico quando muore. Dimostrando in ogni caso la superiorità filosofica del concetto di fraternità e tolleranza a fronte del fanatismo e dell'oscurantismo che nei millenni è stato ed è la rovina delle collettività umane.

Questo per inquadrare in una visione cosmica, la dipartita di Vo Nguyen Giap, che presa in sé è la morte di un vecchio secolare. Ma dove sarà ora quel suo libretto di cui prima si narrava? Sepolto fra i tanti e tanti libri che si sono accumulati nel corso degli anni, o dimenticato, oppure passato, come gli anni irrecuperabili della fanciullezza....
F.Gio

(Tra le immagini, una storica: la riconciliazione fra i "nemici: McNamara e Giap si incontrano ad Hanoi nel 1995; il libretto; John Wayne ne "I Berretti Verdi")

mercoledì 21 agosto 2013

L'intervento dei militari in Egitto salva lo stato laico




L'intervento dei militari in Egitto è la salvezza dello stato laico

L'intervento dei militari per ripristinare l'ordine e la sicurezza nell'Egitto, sta scatenando nell'informazione italiota, una ridda di commenti e analisi, dalla radio ai giornali (ormai quasi tutti consultati online) alla tv, la più gran parte inclini al chiacchiericcio in malafede. E diciamo in malafede perché la realtà, semplice e trasparente, è riassumibile nei seguenti punti:

I) nessuno può e deve ingerirsi negli affari interni di una grande nazione, per lo più di storia ultramillenaria, come l'Egitto: se il Consiglio Supremo delle Forze Armate, dopo la rivolta del 2011, ha deciso che la parentesi di un anno dell'ex presidente islamista Morsi, sostenuto dai Fratelli Musulmani, deve essere chiusa, è unicamente per difendere la laicità dello stato egizio, che nasce nel 1952 ad opera di Neguib e Nasser come un modello di governo musulmano incline alla visione occidentale, proprio ad opera dell'Esercito e delle altre Forze Armate, e però con il supporto indispensabile del cosiddetto modo della cultura, ovvero scrittori intellettuali e storici, che videro la nuova aurora del paese dei Faraoni, e non permetteranno che esso si trasformi in un attendamento dei fondamentalisti islamici; ancora viva è l'eco dell'assassinio del presidente Anwar Sadat nel 1981 da parte degli estremisti: quell'uomo di pace e illuminato, pagò con la morte il suo ideale;

II) il cosiddetto "colpo di stato" dei militari di queste settimane, altro non è che una operazione di salvezza nazionale che vede esprimersi al fianco dell'attuale "uomo forte" dell'Egitto, il generale Al Fatah al Sissi, la massima autorità religiosa, ovvero l'Imam della grande moschea cairota di Al Ahzar, nonché il cosiddetto "Papa copto", cioè Teodoro II capo della Chiesa copto caldea d'Egitto; e per i cattolici, persino il Patriarca di Alessandria si è espresso unanimemente a favore dell'intervento moralizzatore dei militari;

III) la popolazione è nella sua maggior parte, a favore dei militari e per la conservazione dello Stato egiziano nella sua integrale laicità. E' troppo pericoloso permettere alla Fratellanza Musulmana -come avvenne dopo le elezioni del dicembre 1991 in Algeria vinte dal Fronte di Salvezza Nazionale, poi sciolto il mese dopo- di governare l'Egitto e renderlo una nazione dove si diffonde la sharìa, ovvero la legge coranica. Neppure durante il periodo del califfato Ommayade si era giunti a tali estremi di fanatismo a cui la Fratelllanza si è spinta in quest'anno di governo, pertanto i militari e il gruppo laico degli uomini di cultura dell'Egitto (qui si sente la mancanza del grande scrittore Naghib Mahfuz, morto nel 2006, che venne in tarda età accoltellato proprio da fanatici islamisti) hanno fatto bene ad intervenire anche con la forza;

IV) a mali estremi, estremi rimedi: la repressione di oggi elimina i drammi del domani, e se il governo dell'Egitto fosse rimasto ancora nelle mani dei fanatici islamisti, i morti sarebbero stati ancora di più. Quindi non fa piacere notarlo, ma si devono ad ogni costo reprimere le manifestazioni terroristiche;

V) fanno un cattivo servizio alla stampa mondiale quei giornalisti (quelli italiani sono per caso comunisteggianti? Ma guarda un po'....!) che non raccontano la verità, ossia che la popolazione egiziana sostiene l'intervento dei militari e non vuole esser assoggettata all'oscurantismo di una dittatura religiosa medievale, come fu l'Afghanistan dei Taliban o peggio, soggiacere ad attentati stile al-Qaida: mentono per i più svariati motivi coloro che parteggiano per i fanatici islamisti, quindi la Giunta militare ha il dovere di "strigliarli";

VI) dulcis in fundo, i nostri italici commentatori da poltrona, sono molto più ignoranti della nostra Storia, e della grande Storia, del Generale al Sissi e dei vertici militari (che hanno studiato a Londra e Washington, dove si approfondisce davvero l'indagine storiografica...) e degli scrittori e intellettuali d'Egitto. Chi infatti ha letto, letto bene, Erodoto, le vicende dei grandi Faraoni o il De bello gallico di Cesare, sa che solo chi ha ottenuto con la forza anche spietata e brutale la vittoria sul campo, può permettersi di fare concessioni (così il generale in un discorso in tv pochi giorni fa) agli avversari, perché essi hanno già le reni spezzate. Solo chi ha la potenza può imporre la pace, ma dopo la vittoria.

Quindi, viva l'Egitto laico e la sua storia e cultura, difesa in nome dell'Unico Dio, dalle forze armate di quel glorioso popolo. Attendiamo che anche in Turchia, così come già avvenuto in Algeria, i militari, se è necessario, svolgano il medesimo compito, sostenuti dalla popolazione. L'Islàm è una grande religione tollerante e giammai estremista, ce lo dice il passato come il presente. L'Italia non può dire nulla al riguardo, perché militarmente la sua storia si spezza il fatale otto di settembre del 1943. E non risulta ci siano più state resurrezioni. Molto meglio i "berretti verdi" del celebre libro degli anni Sessanta.... Così un insegnamento di Meri-ka-ra: "Per gli uomini, Dio ha creato capi in grado di dirigere, sostegni per sorreggere la schiena dei deboli".    Infine suggerisce Amenemope: "il coccodrillo non emette alcun suono: eppure, è temuto da tempo"...
Francesco Giordano

mercoledì 3 luglio 2013

Scompare Emilio Colombo, l'ultimo dinosauro Dc.... si sapeva già tutto con il film del 1972, "All'onorevole piacciono le donne..."


Pubblichiamo il seguente articolo, apparso sul quotidiano online LinkSicilia, il 26 giugno 2013:

Colombo: l’ultimo dinosauro Dc


di Francesco Giordano (26/6/2013)

Quando la notte fra il 24 e il 25 giugno di quest’estate 2013, è morto, a Roma, il Senatore a vita ed ex Presidente del Consiglio Emilio Colombo -raggiungendo dopo un mese circa il collega Giulio Andreotti, coetaneo- , abbiamo pensato che se n’era andato a quasi 93 anni, l’ultimo “dinosauro” della defunta Democrazia Cristiana. E per noi che abbiamo superato la boa dei quarant’anni, è un segno del tempo che avanza. Personalmente Colombo un tantinello ci riguarda: era lui il capo del governo quando chi scrive venne alla luce; poi lo incontrammo qui nella nostra Catania già grande feudo DC, circa un decennio or sono, in un convegno di ex “democrìsti”. aveva il piglio di colui che era stato al potere in tempi di grande stile, e anche se non era una figura illuminata come Moro o Fanfani, si dava le arie di quella stirpe, di cui aveva condiviso successi e glorie e anche polvere.colombo
I “coccodrilli” dei giornali, mentre la tv lo ha poco ricordato, sono stati tutti o elogiativi o elusivi della sua multiforme personalità di uomo del sud ammanigliato coi potenti del tempo. Era l’ultimo “padre Costituente”, fu più volte ministro, Presidente del Consiglio, ecc. Solo “Il Fatto” ha quasi incidentalmente ricordato che nel 2003 venne coinvolto in una storia di droga (probabilmente, aggiungiamo noi, per “bruciare” la sua candidatura allora ventilata alla presidenza della Repubblica): riceveva e consumava abitualmente cocaina: ma si scusò in pubblico, scrive il quotidiano. E’ vero, si è scusato. Però come non connettere, per noi che ricordiamo la storia, la sua ascesa politica a Ministro dopo lo scandalo, a base di festini hard e droga, del 1953 che vide la morte della povera Wilma Montesi e la caduta dell’allora Ministro Piccioni? Forse un filo che continua….
Ma Colombo è suggellato nella memoria della cronaca collettiva, di questi giorni e anni senza memoria -infatti nessuno ha còlto o voluto scriverne, il nesso- da un film bellissimo nel suo essere grottesco e di denuncia, una pellicola del 1971, uscita nel 1972 e allora fortemente censurata e osteggiata (ci furono interrogazioni parlamentari, divieto ai minori di 18 anni, critici marxisti ferocemente nemici, ecc.), del regista Lucio Fulci e con protagonisti il palermitano Lando Buzzanca e Laura Antonelli: “All’onorevole piacciono le donne”.film
Se avessimo avuto una televisione, pubblica e privata, libera e non schiava del potere quale ch’esso sia, questo film si sarebbe dovuto trasmettere, alla morte di un gerònte DC come Colombo. Perchè quel film, nel personaggio protagonista impersonato da Buzzanca, l’onorevole Puppis, ridicolizza proprio l’allora capo del governo, che era Colombo, di cui erano notorie, specie nell’ambiente della Destra italiana -la DC lo sapeva ma era proprio l’ipocrisia del tempo- le tendenze omosessuali, come oggi si dice, mascherate dietro l’ossessione per le donne e gli amori per una Suora (unica vergine in un convento…).
E non solo. Il film denuncia lo spaventoso intreccio tra Vaticano, mafia e attentati (vi dice nulla tutto ciò nel 1972, a molti anni di distanza dalle stragi di Falcone e Borsellino di cui non si conoscono i mandanti occulti? Lèggasi le dichiarazioni del “pentito” Vincenzo Calcara riportate con coraggio da Salvatore Borsellino…) per far giungere al Quirinale Puppis: con l’esplosione di un aereo, muore in volo l’avversario designato, Torsello, per volontà del Cardinale (impersonato dal bravo Lionel Stander).
Non possiamo evitare di pensare a quell’aereo partito nel 1962 dall’aeroporto di Fontanarossa di Catania e precipitato per una misteriosa esplosione in volo a Bascapè, nel canavese, nel 1962: a bordo c’era e moriva il Presidente dell’ENI Enrico Mattei, un uomo libero, un vero combattente per l’Italia. Ministro dell’Industria dell’allora governo Fanfani, era Emilio Colombo. Sempre fervido atlantista.
Se la cinematografia ha insegnato qualcosa ed è stata anticipatrice lucida o visionaria di un fòsco avvenire, non sappiamo. Ma il “fil rouge” sembra quello. Ora la morte del “dinosauro” Colombo, con il suo viso da maschera di cera di un tempo in cui la Nazione italiana era certo più prospera e felice, ma anche molto, molto ipocrita e bacchettona, depone l’oblìo sul cadavere. O forse, sui cadaveri. Parce sepulto.

martedì 4 giugno 2013

La Catania che va al voto: come una nobile decaduta, non si illude più...

Pubblichiamo il seguente articolo, apparso sul prestigioso quotidiano online LinkSicilia il 1 giugno 2013:

La Catania che va al voto: come una nobile decaduta, non si illude più…


di Francesco Giordano (1/6/2013)

 

Le elezioni comunali che si terranno in Sicilia il 9 e 10 giugno, vedono Catania fra le città di primaria importanza, per risultati e per aspettative. Sia consentito a chi scrive, catanese studioso e appassionato delle tradizioni e antichità e del vissuto civico come attento al quotidiano, tracciare un breve quadro della situazione cittadina, alla vigilia dell’importante appuntamento.
Come una nobile decaduta che ha perduto la sua prisca grandezza, e similmente ad altre comunità, sopravvive per forza d’inerzia e con quel minimo di passione per non morire, senza sperare miglioramenti da alcuno nelle proposte politiche apparentemente diverse, in realtà appiattite nell’effimero e nel “particulare” del proprio personale tornaconto, imperante l’egoismo più becero: questa è la palpabile sensazione della popolazione di Catania, prima delle ennesime consultazioni. Non ci si crede più. Oppure chi ancora finge di crederci, o è necessitato o vuol fare “un favore all’amico”, andrà a votare senza convincimento. Non ci stupiremmo se come a Roma (con la quale Catania ha similitudini architettoniche non secondarie) voterà la metà degli aventi diritto.
Del resto la città è ben diversa da quella di un tempo: se negli anni Settanta, periodo di prosperità economica, contava 500 mila abitanti, oggi non ne annovera che cataniapoco meno di 300 mila: il commercio cittadino è in ginocchio, basti osservare i negozi del centro distrutti dalla crisi, più della metà chiusi o in via di fallimento -anni fa le vie Etnea, Manzoni, Vittorio Emanuele e Garibaldi, Umberto, erano l’orgoglio delle attività piccolo\imprenditoriali catanesi: ora languono nella morta gora…- a causa dei mutati gusti della popolazione, infatti anch’essa geneticamente modificata, la quale sceglie i centri commerciali del circondario più che i negozi della città. E’ la forte immigrazione dai paesi e cittadine della provincia che specie negli ultimi trent’anni, ha smontato la struttura sociale di Catania, nel suo centro storico come nelle periferie-dormitorio sulle quali è solo sufficiente accennare al loro immane degrado, riguardo cui tutti cianciano ma nessuno, tranne privati munifici (vedi le autentiche iniziative di un uomo libero come Antonio Presti per i librinesi) si attiva.
La sicurezza a Catania è un fatto aleatorio: vero è che, scrive chi principalmente cammina con la macchina di San Francesco (a piedi per gli indotti), è relativamente sicura, ma forse il nostro è un caso. Lo spaccio di sostanze stupefacenti è sotto gli occhi di catania 1tutti nelle vie adiacenti piazza Stesicoro, specie nel fine settimana (via Penninello in particolare), anche se le lodevoli operazioni recenti della Procura etnea contrastano con vigore i clan malavitosi che operano questo turpe commercio; la prostituzione da strada nelle zone della Stazione e della circonvallazione dilaga, le forze del’ordine sono poche, carenti di mezzi e a volte anche demotivate dalla situazione economica. I lavavetri, nonostante una ordinanza sindacale, aumentano e divengono anche pericolosi per le donne automobiliste con cui sono particolarmente aggressivi, così i posteggiatori abusivi. Chi si azzarda a difendersi da sé, perché poche alternative esistono, rischia e pure tanto. (a sinistra e sotto, a destra, due immagini di Catania tratte da wikipedia)
L’economia si regge sostanzialmente sul mercato “nero”, che era già stato denunziato in una delle visite, da un ricoverato all’ospedale Vittorio Emanuele durante l’ultima guerra, all’allora Principe Umberto di Savoja: “Principe, qui c’è intrallazzo!”, e lui: “intrallazzo?? Cosa è?”, ma lo capì subito, notando sbiancare le facce dei tronfi ufficiali del suo seguito, alcuni dei quali magari non erano ignari della situazione. Oggi è peggio.
C’è un ceto impiegatizio e di pensionati che sta reggendo per miracolo la crisi economica, a Catania più evidente che in altre città: sobbarcandosi le spese di parenti disagiati e senza lavoro e aumenti di balzelli varii. In silenzio e dignità, stringendo i denti perchè così vuole una certa educazione. C’è una classe di arricchiti del passato che si inabissa, perchè teme l’onda, ma sostanzialmente nella sua minorità, dei problemi generali, se ne frega perchè lo può fare.
I commercianti, i bancarellari della cosiddetta “fiera” di piazza Carlo Alberto come quelli della “pescheria” dietro il Duomo, non rilasciano scontrino fiscale, almeno la maggior parte; per non dire degli abusivi. Il Comune nella riunione di Consiglio del 4 febbraio, catania 2per non dichiarare il dissesto, ha raddoppiato la TARSU annuale, che deve comunque essere pagata da tutti, anche da chi ha reddito zero (pare che a Palermo invece vi siano delle fasce di reddito ove si paghi meno), e se si obietta questo, l’ufficio tributi risponde: “si venda la casa!”. Di questi fatti incontrovertibili non si sente traccia nella campagna elettorale.
Ma c’è, una campagna elettorale? Non pare, girando per la città. Ci sono riunioni di amici, al chiuso, “ammùccia ammùccia”, mentre ufficialmente sono aperte a tutti: questo vale per ogni schieramento o lista, a prescindere dal fatto che sia nuovo o di vecchio conio (ma i vecchi simboli non ci sono quasi più). I candidati a Sindaco, dai più quotati agli altri, rilasciano interviste, ma vaghe e generiche, come sempre. Non stanno comprendendo che il tempo delle fiabe è finito, perchè “finenu i pìcciuli” e nessuno si illude più. Si rivolgono a chi ha ancora qualcosa in tasca e crede che il ‘liotro’ voli con a cavallo il mago Eliodoro. In questi giorni pre elettorali magari qualcuno ci casca.
Ci sono manifesti con facce in gran parte nuove. Si sono ridimensionati i consigli di quartiere. Qualche sacrestia vecchio stile cerca ancora il voto del parrocchiano. Altri offrono il pranzetto sulla riva del mare. E’ tutto cambiato in peggio, sociologicamente. Soprattutto per l’elezione diretta del Sindaco. Alla quale si credeva, fino al 2005 almeno: poi per le note vicende, è scemato non solo l’entusiasmo, ma soprattutto è svanita la fiducia che questo o quello possa davvero incidere positivamente sul tessuto sociale, della sicurezza e del rilancio occupazionale ed economico della città.
Una città, Catania, che se fu “tutrix Regum” durante il periodo catalano-aragonese (XIV sec.) in cui ospitò i Re di Sicilia al castello Ursino (nella foto sotto, a sinistra, tratta da manganellipalace.it), ha non a caso 2700 anni di storia indimenticabili. Non è neppure bello definirla, come certuni scrivono, la “Milano del Sud”, castello ursino cataniadefinizione usurocratica degli arricchiti: meglio ci pare la dizione, che ritroviamo in una guida turistica stampata da Giannotta nel 1894, di “seconda Madera” (erano i tempi del romanzo di Mantegazza, “Un giorno a Madeira”), per le qualità climatiche invidiabili, che donano la mitezza delle temperature per la maggior parte dei mesi dell’anno.
Ma già, Catania allora era la patria della Letteratura italiana, come in una conferenza nostra, mesi fa, ha giustamente ricordato l’amico poeta e linguista Salvatore Camilleri: Verga, De Roberto, Capuana, Rapisardi, erano ai vertici nazionali per importanza (gli ultimi due furono pure Presidi della Facoltà di Lettere: e di costoro, sia detto ai tanti giovani che credono ancora al cosiddetto “pezzo di carta”, nessuno ebbe la laurea…). Poi divenne la città di Brancati (che catanese non fu, ma interpretò bene il sentimento), e del catanesissimo Ercole Patti, come prima era stata dello zio Giuseppe Villaroel. “La città con le sue lastre di lava scure, le sue edicole tappezzate di giornali, i suoi cinematografi, le sue pasticcerie affollate, i suoi monumentali orinatoi sfarzosamente illuminati, aveva un’aria alacre e allegramente funebre” (Giovannino). Così Patti descrive Catania in un suo celebre romanzo, nel 1921. Al centro c’era il bar di Tricomi e allo Spirito Santo il biciclettajo Garozzo, come in via Vittorio Emanuele l’altro costruttore di bici, Giovanni Napoleone. La farmacia di riferimento era Spadaro Ventura, gli arancini si mangiavano da Giardini, i fratelli Prinzi erano grandi imprenditori e armatori e Amato Aloisio produceva borse, armi e posate di alpacca. Che ne sanno di tutto questo i nostri politicanti, per lo più “importati”, anche legittimamente, ma importati?
La gente, giovane e meno giovane, ha letteralmente “fame” di lavoro: ma lavoro la politica non ne può dare più. Tutti i candidati dicono: “non ti posso dire che lo farò, sai… ti direi una bugia…” e via discorrendo. E’ vero, i tempi sono decadenti. Ma chi si candida a guidare una comunità numerosa potrebbe se lo vuole, invertire la tendenza. Quanta gente lavorava, senza tante storie (storie significa: presenta il curriculum, che esperienze specifiche hai… salvo poi constatare che son tutte scuse…), durante le sindacature di La Ferlita e Papale, negli anni Sessanta? Oggi quella stessa gente deve pensare ad aiutare figli e nipoti perchè sono o precari, o disoccupati.
I turisti vengono qui per le nostre bellezze artistiche, ma vanno via dopo un giorno o due al massimo, perchè nonostante il fiorire di bed and breakfast, manca -se non c’è l’amico locale che ti guida- un indirizzo unitario: si lascia tutto a casaccio, con le conseguenze che possono derivare. Il Comune chiede ai privati, è un bando recente, di stampare una guida breve della città: loro descriveranno i luoghi… loro chi? Non c’è dietro, come un tempo fu, Villaroel o Saverio Fiducia….. per cui si lascia abborracciàre nella superficialità….
Questa Catania, già nobile e bella, ricorda la principessa Cerami, già dama di corte della Regina Elena: ci si racconta che via dei crociferi cataniasino ai primi anni Cinquanta usciva dalla sua villa in via Crociferi imbellettata e bionda, come solo le donne dell’alta nobiltà potevano allora. Morta lei, il luogo fu mutato in Facoltà di Giurisprudenza, e tutto cambiò. All’ingresso di quella villa c’è una fontana con una scritta-calembour, che il nostro amico ora innanzi all’Essere Supremo, Santi Correnti, ci illustrava con la sua contagiosa passione di storico. La costruirono i principi Rosso di Cerami nel settecento per tutti, ricordando però che non era fatta da tutti, ma da loro (“publico, non a publico, hic publicus”). Da ragazzi la vedevamo pulita, fino agli anni Ottanta. Ora è sporca, ricettacolo di bottiglie e pure imbrattata di spray. Questa è la Catania che va al voto. (a destra, via dei Crociferi: foto tratta da flickr.com)

martedì 28 maggio 2013

Reddito minimo in Sicilia: sia dato a tutti gli aventi diritto, 756 milioni di Euro e non 50…..


Pubblichiamo il seguente articolo, apparso sul prestigioso quotidiano online LinkSicilia il 24 maggio 2013:

Reddito minimo in Sicilia: sia dato a tutti gli aventi diritto, 756 milioni di Euro e non 50…..


 Nella Sicilia che muore, tutti siamo coesi nel dolore della famiglia Guarascio di Vittoria, il cui capofamiglia, l’operaio Giovanni, si è dato fuoco nei reddito minimogiorni scorsi ed è deceduto, per la disperazione di non aver potuto riscattare la propria casa, venduta all’asta perchè egli non aveva potuto onorare, ad un istituto di credito (una banca siciliana…!!!) il debito contratto di 10 mila euro; nella Sicilia della dignità, laddove recentissimamente il Servizio Statistico regionale pubblica che l’isola è la più povera fra le regioni dello stato italiano, il 27,3 % delle famiglie sono in povertà e 180 mila, ovvero il 32,2 % dei residenti, sono in povertà assoluta, ossia sotto la soglia dei 6 mila euro annui, accade che un ddl del gruppo parlamentare siciliano del Megafono, tra i cui firmatari come deputato regionale c’è il Presidente Crocetta, preveda l’assegnazione di un reddito minimo garantito, ai nuclei conviventi in stato di difficoltà. Aggiungendo la non discriminanza fra coppie di fatto, legalmente maritate e dello stesso sesso, aspetto quest’ultimo innovativo nella legislazione regionale sicula, nonchè di indiscussa modernità. Il gruppo del Movimento Cinque Stelle, che per primo ebbe l’idea, sostiene l’iniziativa.
Azione positiva in un frangente drammatico? Non proprio. Perchè se a casa nostra, come in tutte le case di gente dabbene, si fanno i conti prima di avviarsi al mercato per la spesa, questi non tornano per nulla. E per l’ennesima volta si turlupinano i siciliani, specie i più bisognosi. Dalla classe politica, vieppiù da coloro i quali sbandierano i termini “rivoluzione” e “lotta alla povertà”, ciò è inaccettabile. Vediamo nei dati.
La notizia del ddl antipovertà è che nel primo anno di finanziamento, se verrà approvato dal Parlamento siciliano, il reddito minimo per nuclei di convivenza (non necessariamente familiari: la definizione è affatto controversa…), sia di circa 400 euro. Già si nota una chiara anomalìa, come evidenziato da codesta testata: i singoli, spesso anziani e indigenti, cosiddette famiglie mononucleari secondo le anagrafi dei comuni, non hanno diritto al contributo? Perchè? Non si creerebbe una disparità illegale, che ricorda per certi versi la sciocca tassa sul celibato del periodo dittatoriale?
Le recenti informazioni del Servizio Statistico della Regione Siciliana, così come riportato dai quotidiani, affermano che “stimando per la Sicilia una platea di 180.000 nuclei familiari in povertà assoluta, ottenuta applicando all’Isola l’incidenza di tale fenomeno sulle famiglie del Mezzogiorno (8%), si può prevedere un fabbisogno di 756 milioni di euro all’anno, nella ipotesi di applicazione del reddito minimo adottato dalla Campania (350 euro mensili). “Si tratta di risorse reperibili – si legge nello studio della Regione – solo a condizione di una revisione generale delle attuali forme di assistenza”.
Questa è la cifra che serve, senza alcuna discriminazione: almeno 756 milioni di Euro. I quali ricordano lo “scippo” degli 800 milioni di Euro attuato dal governo nazionale ai danni della Sicilia, a causa del cosiddetto ‘fiscal compact’. Facciamo finta che ciò non sia, per ora. Un tempo i bambini giuocavano con le ombre, e qui ve ne sono massimamente che luci. Perchè il tanto sbandierato ddl Crocetta-Megafono a contrasto della povertà, mette a disposizione solo la modica cifra di 50 milioni di Euro: per il primo anno, affermano i promotori. Aggiungendo che le assegnazioni verranno fatte dai comuni dell’isola, in base a criterii per noi discutibili (il lettore sa immaginare…), e verrà stilata una graduatoria.
La sproporzione, dato che la medesima Regione da parte del Servizio Statistico ci comunica la cifra occorrente per una equa distribuzione di un eventuale reddito minimo come in altre regioni, è troppo manifesta e diseguale, per non indignarsi. Vieppiù davanti a casi come quelli dell’onesto muratore Guarascio di Vittoria, che se avesse prima avuto un sostegno sociale da chicchessìa (le figlie, ragazze belle come la terra di Sicilia sa dare e rispecchianti limpidezza, in una trasmissione televisiva condotta da Del Debbio, han detto senza mezzi termini che bussarono alle porte dei politici e anche della Chiesa, ma nessuno li ha ascoltati…. fino alla tragedia…), oggi sarebbe molto probabilmente ancora in vita. In quel caso le leggi rispettabili ma assurde e sovente inumane, hanno permesso alla banca, per un debito di poca entità ma per lui inarrivabile, di privarlo del bene per eccellenza, la casa: ma non si può consentire, in giorni di tragedie, di scherzare con la pelle del popolo siciliano.
Il quale, ci insegna la Storia, quando è alle strette, si ribella energicamente, come succede da tempi antichi. anche prima del Vespro: bastò all’Emiro Giafàr dei Kalbiti, quando per la prima volta la Sicilia divenne uno Stato indipendente (anche se formalmente soggetta ai Fatimidi di Egitto, dal X secolo l’isola era già autonoma: la sanzione statuale verrà coi Normanni, che trovarono una amministrazione efficiente) sulla soglia dell’anno 1000, mettere una tassa sui grani e sulle frutta, per scatenare la ribellione che in pochi decenni abbatterà il governo mussulmano e aprirà le porte ai guerrieri catafratti del Nord. Ma di tutte queste istorie, purtroppo, i nostri governanti di jeri e di oggi poco sanno. povertà
Il sottoscritto, non solo in qualità di uomo libero ma anche nella veste di Coordinatore e responsabile dell’ufficio Cultura e Storia Patria del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (il più antico raggruppamento che propugna gli interessi dell’Isola, particolarmente vicino agli ultimi del popolo siciliano), si indigna fortemente e eleva chiara la protesta verso la sproporzione inaccettabile che emerge fra il fabbisogno dei nuclei familiari in povertà assoluta esistenti in Sicilia, come documentato dal succitato studio, e la proposta di ddl del Megafono e del Presidente Crocetta: se egli vuole davvero manifestare concreta vicinanza ai più bisognosi, senza discriminazioni come è giusto, aiuti tutti senza demandare ai comuni: la Regione procuri i 756 milioni di Euro che servono, stornandoli da altre fonti (e si sa quali…) e li distribuisca direttamente ai meno abbienti, se vuole redigendo una lista, ma senza parzialità, nè il minimo rischio di favoritismi. Tertium non datur, come dicevamo al Liceo.
Per evitare bagni di sangue in ogni caso cruenti (nessuno dimentichi i fatti di Bronte…); con versi fulgidi così scriveva Mario Rapisardi (1844-1912), Vate dell’italica poesia e fervidamente siciliano (da “Il canto dei mietitori”): “I nostri figlioletti non han pane, \ e chi sa? forse moriran domane, \ invidiando il pranzo al vostro cane… \ E noi falciam le messi a lor signori. \\ Che volete? Noi siam povera plebe, \ noi siamo nati a viver come zebe, \ ed a morir per ingrassar le glebe. \ Falciam, falciam le messi a quei signori. \ O benigni signori, o pingui eroi, \ vengano un po’ dove falciamo noi: \ balleremo il trescon, la ridda, e poi… \ poi falcerem le teste a lor signori”.

                                                                         Francesco Giordano