mercoledì 11 novembre 2015

11 novembre: genetliaco di Sua Maestà il Re d'Italia Vittorio Emanuele III






11 novembre: genetliaco di Sua Maestà il Re d'Italia Vittorio Emanuele III

Vogliamo ricordare il genetliaco del Re Vittorioso, con le parole della celebre lauda del D'Annunzio, di cui riportiamo qualche verso: i poeti han di eccelso il dono d'esser visionari, e come si può leggere con un fremito di tristezza, anche il nostro, nell'accenno all'esilio di Carlo Alberto, vide nel Re venuto "dal Mare" (Vittorio Emanuele seppe dell'assassinio di Re Umberto mentre era in crociera nei mari di Grecia, e solo sbarcato a Messina nell'agosto 1900 fu salutato Re d'Italia) il Destino fatale che lo portava nuovamente suol mare, nel molo di Posillipo, quella mattina del maggio 1946, verso il lontano Egitto. Con lui, andava in esilio una certa idea di Italia che nel nostro piccolo, come tanti altri in tutto il territorio della Patria, cerchiamo di mantenere viva.
Chi infine volesse leggere un saggio sul gran Sovrano, si colleghi a codesta pagina, qui il link:
 http://letterecatinensi.blogspot.it/2009/01/vittorio-emanuele-iii-un-grande-re.html


Al re Giovine (dalle Laudi, libro secondo, Elettra)

Nella gran bandiera
che agitarono i venti marini
a poppa della nave guerriera
tutt'armata di ferro gigante
contra i ferrei destini,
nella gran bandiera
di battaglia e di tempesta
avvolgi il tuo padre esangue,
coprigli la bianca testa,
consacragli il petto forte
con quella croce raggiante,
o tu, della purpurea sorte
erede, che navigavi il Mare,
Giovine, che assunto dalla Morte
fosti re nel Mare!
(...) T'elesse il Destino
all'alta impresa combattuta.
Guai se tu gli manchi!
E' perigliosa l'ora.
Ma tu sai che il periglio
è la cintura pe' fianchi
dell'eroe. Dal sangue vermiglio
fa che nasca un'aurora!
La fortuna d'Italia
prese l'ali sul campo
d'una battaglia perduta.
Ricordati d'un altro padre
partito per un più triste esiglio,
Giovine, che assunto dalla Morte
fosti re nel Mare.
(...) T'elesse il Destino
all'alta impresa audace.
Tendi l'arco, accendi la face
colpisci, illumina, eroe latino!
Venera il lauro, esalta il forte!
Apri alla nostra virtù le porte
dei dominii futuri!
Ché, se il danno e la vergogna duri,
quando l'ora sia venuta,
tra i ribelli vedrai da vicino
anche colui che oggi ti saluta,
o tu che chiamato dalla Morte
venisti dal Mare,
Giovine, che assunto dalla Morte
fosti re nel Mare.

                                                               Gabriele D'Annunzio

sabato 7 novembre 2015

Celebrata a Catania la Vittoria nella grande guerra con una importante conferenza a San Camillo






                 Celebrata a Catania la Vittoria nella grande guerra con una importante conferenza a San Camillo 

Nella splendida cornice della settecentesca sacrestia della chiesa di San Camillo ai Crociferi, ubicata nella scenografica via omonima, chiesa adesso intitolata ai Mercedari che ne gestiscono l'uso, ospiti -mercè la gentile disponibilità del Barone Sorbera de Corbera-  dell'Ordine dedicato a Nostra Signora della Mercede, si è svolto il 4 novembre l'incontro organizzato dall'Associazione Akkuaria, relativo al ciclo "Le giornate della memoria", dedicato appunto alla prima guerra mondiale, di cui il 4 novembre è giornata fatidica, poichè rammenta la Vittoria in quell'immenso conflitto; essendo anche festa delle Forze Armate e dell'Unità nazionale.
Allietata da pubblico folto e altamente qualificato, la serata si è svolta secondo il più perfetto rito della commemorazione dei nostri gloriosi caduti, in nome dell'Italia emanuelina e di quel popolo che pugnò e morì per la Patria: al suono della Marcia Reale, della Leggenda del Piave e del bollettino della Vittoria (riportato dalla voce del Maresciallo Diaz), i convenuti nel rituale attenti, si aprì la serie di interventi, coordinati dal primo relatore, dott.Francesco Giordano, storico e saggista. Egli ha voluto ricordare alcuni nomi di eroi che fecero la storia di quei tre anni di sofferenza e gloria, da Enrico Toti al generale Cascino, l'eroe della "valanga che sale"; dal Grappa al Carso al Piave ove rifulse la grandezza tragica dei semplici fanti, tutto secondo le ferree leggi di guerra dietro le quali, al comando supremo, stava il Re, Vittorio Emanuele III,  che giustamente venne detto Soldato poiché come umile fantaccino calcò le trincee e rimase al fronte per tutta la durata della guerra, incarnando lo spirito autentico della Nazione: a tal proposito egli lesse la poesia "Per il Re" di D'Annunzio. Così come fu precisato che popoli diversissimi per indole e linguaggi, si trovarono in quella tragica circostanza amalgamati e uniti sotto il glorioso tricolore e nella bigia uniforme di soldati,  scrisse altro combattente poi famoso, Ungaretti, ritrovaronsi quale culla avita, mescendo il pane della unità italiana mai sino ad allora raggiunta, che fu commistione di sangue, Luce oltre la tenebra della perduta Parola. Medesimemente egli volle ricordare il sacrifizio di Carlo Delcroix, grande invalido e fondatore dell'Associazione Mutilati, profondamente cristiano e aedo di quel dolore che non fa perdere mai la speranza, perchè essa si disvela come una catarsi cosmica nel desiderio di vivere anche nelle sventure, se vi è Amore.
Vera Ambra, a cui si deve l'idea delle iniziative commemoranti le guerre, ha parlato a nome dell'Associazione Akkuaria e della omonima casa editrice, della antologia di scritti sul primo conflitto, che è stata presentata di recente a cura della omonima casa editrice, e annunciato che il percorso di recupero della memoria continuerà con altro volume di testimonianze sulla seconda guerra.
Infine il noto oratore, già esponente del partito monarchico, avvocato Nello Pogliese, cassazionista, ha affascinato l'uditorio dispiegando la sua analisi in stile tacitiano non solo sul filo della nostalgia per le testimonianze di prima mano avute dai reduci di quel conflitto, ma anche analizzando con metodologia sociologica le cause che dalla triplice alleanza al passaggio all'Intesa, promossero l'intervento italiano e, inevitabilmente, non mancando di far notare la pochezza del momento storico attuale, a fronte della importanza della Patria italica nella politica estera, specie negli anni tra le due guerre. Egli infine precisò che seppure nostri nemici, gli austro-tedeschi ebbero le loro ragioni per entrare in guerra, e si avventurò nella ricerca delle cause del disastro di Caporetto, cui seguì la gloriosa avanzata del 1918 con la vittoria a Trento e Trieste.
La serata riescì infine a riportare l'attenzione ed i cuori verso un periodo storico solo apparentemente distante, le cui conseguenze tuttavia sono tremendamente attuali e permangono nella coscienza collettiva.
                                                                                                                                F.P.

Qui il video della conferenza su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=TX6GW4VjWyI

giovedì 10 settembre 2015

Elisabetta II la Regina più longeva: concezione eterna della Monarchia







                      Elisabetta II la Regina più longeva: concezione eterna della Monarchia

Quando il Presidente USA Truman la incontrò, da principessa del Regno Unito, ebbe ad esclamare: "Da bambino leggevo le storie della principessa delle fiabe. Ora so che esiste davvero!" Era bellissima la giovine Elisabetta di Windsor, casato tedesco Sassonia Coburgo Gotha e Hannover, che venticinquenne nel 1952 ascendeva al trono britannico, dopo la morte del padre Giorgio VI, quando la Gran Bretagna diveniva non più il grande Impero coloniale, ma la moderna comunità delle nazioni sempre legate alla Corona ed alla Patria, il Commonwealth. Oggi quella donna è una bella signora di 89 anni, che ha celebrato testè il primato di permanenza più longeva sul trono inglese da ben 1200 anni, superando il lunghissimo regno dell'avola Vittoria, che durò dal 1837 al 1901.
Come consuetudine ed eleganza, Sua Maestà il 9 settembre giorno dello storico traguardo, ha voluto esprimere con parole sobrie ma auguste la soddisfazione per gli auguri provenienti da tutto il mondo, precisando (nel frangente della inaugurazione di una ferrovia con treno old style: similmente la Regina Vittoria nel 1860 attraversò la Scozia in treno) che "una lunga vita passa attraverso molte pietre miliari -milestones-, il mio caso non è una eccezione", sottintendendo di aver compiuto il proprio dovere di Sovrana, di Capo della Chiesa cristiana anglicana, di tutela dell'axis mundi. Le parole non sono a caso: il Premier britannico Cameron l'ha salutata come "la roccia" a cui tutto il popolo può fare riferimento, come è stato per oltre 63 anni e continuerà ad essere.
Festeggiamenti sobri quindi per la Sovrana del Regno Unito, che sempre accompagnata dal Principe consorte Filippo di Edimburgo (con le sue fresche 94 primavere), ha preferito che le feste nazionali siano tenute l'anno prossimo, in occasione del 90° genetliaco.
Un Re è sempre una figura mistica, non certo umana solamente ma per chi ha coscienza del ruolo sacrale, antropologico e cultuale, della Monarchia in quanto concezione dell'Universo, intermediario tra il Cielo e la Terra. Non per nulla negli ideogrammi dell'antica Cina il re era al centro di tre trattini fra l'empireo e il tèllure, uniti da una sbarra verticale. Così nell'antico Egitto. Ma la figura femminile è, per coloro che hanno cognizioni di esoterismo anche superficiali, il "lui-lei", l'Iside sovrana. I riferimenti alla pietra nelle brevi ma intense parole della Regina e del Primo Ministro non cadono nel vuoto: la Gran Bretagna è patria della Massoneria mondiale, che nel 2017 celebrerà i trecento anni dalla fondazione della United Gran lodge of England, la madre loggia "del mondo" (a cui volenti o nolenti tutte le comunioni frammassoniche fanno riferimento) la cui sede è a londra in Great Queen street, la strada della Grande Madre, ovvero Iside.  E che tutti i Re britannici siano stati incoronati sul trono che si appoggia sulla pietra sacra di Scone, la quale si dice fu quella di Giacobbe, ha il suo significato.  E qui forse la Regina è più del Re, perchè se il Re nella simbologia solare è Horus-Osiride, egli nasce solo da Colei che per lui si sacrifica e ne ricostruisce le membra e senza la quale la linea del sangue non potrebbe esistere, Iside appunto: la Grande Madre è in vita, eterna, immutabile.
Tutto ciò per significare che la presenza di Elisabetta II sul trono per tantissimi anni, unica nel suo stile inimitabile come nella longevità assoluta, soggiace a dinamiche cosmiche che possono sfuggire ai più ma non a coloro che, come ben scrisse Dante, vanno oltre "li versi strani" dietro cui è nascosta la vera dottrina. Per chi sa leggere la Luce dell'Occhio i segnali esistono: qualche anno fa venne commercializzata una statuetta con le fattezze della Regina Elisabetta, detta "regina solare" : tramite un piccolo pannello solare posto nell'incavo della borsetta, ella muove la mano destra in quel gesto etereo e nobilissimo che è il saluto che una Sovrana del suo rango, dispensa ai sudditi, al mondo e a ciascun seguace dell'idea immortale della monarchia. Della forza incredibile di tale gesto semplice ma essenziale fummo personalmente testimoni, in occasione del Golden Giubilee del 2002: arrampicati sulle ringhiere di Buckhingam  palace a gridare "we wont the Queen" erano con noi giovani di tutte le razze del mondo ma soprattutto di colore, a simboleggiare l'attaccamento alla Sovrana da ogni nazione del globo: ella si affacciò in parte e stese la mano in quel gesto di saluto, che la statuetta "solare" riproduce con tanta grazia e levità. E che le statue delle Regine dell'antichità, che si trovano in molti musei, da Isis in poi, abbiano avuto la medesima funzione apotropaica, non è da discutere.
Elisabetta II e Vittoria  sono paragonate ultimamente (una mostra sui loro regni è in corso a Londra), ma certamente i secoli sono differenti: la Sovrana del XIX secolo che vide l'unificazione italiana, Garibaldi e cinse la corona dell'India come Imperatrice, soffrì molto per motivi familiari; Elisabetta II è in certo senso più fortunata e, mentre ha viaggiato moltissimo, gode e godrà ancora di buona salute (Vittoria negli ultimi anni era sulla sedia a rotelle).  Inoltre è vero che se il Commonwealth non è l'Impero, il prestigio e la presenza anche politica di Elisabetta nello status mondiale (capo dello Stato oggi in Canada, Australia, Nuova Zelanda e altri piccoli paesi) è intatto e immenso e si può verificare con grande facilità ove ci si rechi in ciascuno di essi: per quanto ad esempio Malta sia una Repubblica dal 1974, in molte vetrine della ex Kingsway di Valletta il ritratto della Sovrana campeggia orgoglioso e l'impronta anglofila è incancellabile.
La Sicilia ha parimenti diversi legami col Regno Unito: e se non divenne "la perla più preziosa della corona britannica", come disse al Parlamento inglese nel 1812 Lord Cawendish Bentinck, plenipotenziario di Sua Maestà nell'isola (e antenato della Regina attuale, poichè la madre, la "Queen mum", discendeva da lui), la nostra isola conserva verso gli inglesi una predilezione non comune ad altri popoli: le comunità della Sicilia occidentale di Marsala e di Trapani, come la ex Ducea di Nelson a Bronte, ne sono testimonianza.  Il popolo usa affermare: "ccu tutti fazzu guerra, fòra di l'Inghilterra!" La storia siciliana non ha una Regina autonoma dal XV secolo, ovvero da Bianca di Navarra, ma ha condiviso con l'Italia e ha amato per il suo sacrificio e dedizione durante il terremoto di Messina del 1908 la Regina d'Italia Elena, già principessa montenegrina: le cui virtù umane e cristiane le valsero la "rosa d'Oro" dal Pontefice Pio XI, e che perfino l'attuale Repubblica ha voluto onorare con un apposito francobollo.  Mentre Elisabetta II nel 1952 ascendeva al trono, pochi mesi dopo nello stesso anno Elena di Savoja si spegneva in Francia, a Montpellier, minata da un tumore: ivi ancora riposa. L'Italia del XXI secolo deve al più presto sanare questa vergogna, permettendo la tumulazione della Sovrana, del Re Vittorio Emanuele III e di Umberto II nel posto che loro compete, il Pantheon di Roma.
Tornando ad Elisabetta II del Regno Unito, defensor Fidei (non dimentichiamo che da Enrico VIII i sovrani britannici guidano la Chiesa cristiana in Albione), non si può che rimanere ammirati e affascinati dal suo stile che, come si ripete sovente, è il segreto del successo planetario della istituzione monarchica britannica, le cui luci irradiano in ogni dove e sono da guida ed esempio. Si pensi che alcune istituzioni e confraternite giurano fedeltà alla Corona, suggello molto più importante che una fittizia "fede" verso lo Stato, laico o transeunte che sia. Il Re e la Regina sono l'eternità del divino, il resto è silenzio.
Così "la venerabile, scaturita dalla luce, nata dalla pupilla di Atum", Iside, rivive nel culto cristiano nella Vergine Madre, la Myriam che sfavilla come Theotokòs. Il cammino continua, in eterno, verso l'azzurro. God save the Queen, lunga vita alla Regina!
                                                                                                                         F.Gio

giovedì 3 settembre 2015

La tirannìa: a proposito dell'invasione degli immigrati, della Chiesa, ecc... parole profetiche, di oltre due millenni fa




La tirannìa: a proposito dell'invasione degli immigrati, della Chiesa, ecc... parole profetiche, di oltre due millenni fa

Non ci sono parole più appropriate del libro VIII della "Repubblica" di Platone, scritto oltre due millenni fa, per descrivere il frangente storico, drammaticissimo, che stiamo  vivendo  in quanto italiani, in quanto siciliani, in quanto di razza bianca. Rileggiamole, in silenzio e, per chi crede, fidando nella Grande Madre dell'Odigitria: libera nos a malo...

Quando un popolo, divorato dalla sete di libertà, 
si trova ad avere a capo dei coppieri che gliene versano a sazietà, 
fino ad ubriacarlo, accade allora che, 
se i governanti resistono alle richieste 
dei sempre più esigenti sudditi, sono dichiarati despoti. 
E avviene pure che chi si dimostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere, servo; 
che il padre impaurito finisce per trattare il figlio come suo pari, e non è più rispettato, 
che il maestro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffe di lui, 
che i giovani pretendano gli stessi diritti,le stesse considerazioni dei vecchi, e questi, per non parer troppo severi, danno ragione ai giovani. 
In questo clima di libertà,nel nome della libertà,non vi è più riguardo per nessuno. In mezzo a tale licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia.

lunedì 13 luglio 2015

Alla Grecia è mancata la Paidèia: e la Sicilia non è l'Ellade italiana...





       Alla Grecia è mancata la Paidèia: e la Sicilia non è l'Ellade italiana...

In quell'opera indimenticabile, per chi ha percorso le strade del liceo classico in Italia, che è "l'educazione di Ciro", scritta da Senofonte, uno dei più famosi discepoli di Socrate, è instillato, nell'insieme degli insegnamenti morali, un principio indelebile, che manca ai greci di oggi, in riferimento alla tragica situazione economica in cui si trovano: la paidèia, che in italiano si traduce in 'educazione'. La Paidèia è essenziale ai popoli ma appare chiarissimo che, come l'ha perduta il popolo italiano, l'ha parimenti perduta quello greco. E' vero che un proverbio del paese ellenico dice a proposito degli italiani e greci "una faccia una razza", infatti così è anche nella politica, sia ieri che oggi.
Premessa inderogabile per la comprensione del frangente odierno è tuttavolta la questione razziale, o delle etnìe come si dice adesso con termine meno connotato. Così noi siciliani serbiamo poco o punto del sangue delle stirpi elleniche, corinzie calcidesi e doriche che ci colonizzarono tra l'ottavo e il settimo secolo a.C. specie nella parte orientale, medesimamente la composizione razziale dei greci attuali è turco bizantina, non più ellenica pura, per le vicende politiche e di devastazione dei territori che quelle popolazioni hanno subito negli ultimi due millenni (basti scorrere un semplice atlante storico per rendersene conto: ma evidentemente la storia si dimentica troppo spesso!). Pure nel linguaggio sono cambiati, in Grecia esiste la "khatarèvussa", il linguaggio antico e letterario, e quello moderno e popolare, la "dimotikì".  A dimostrazione di come ha inciso profondamente sulle popolazioni delle isole e del continente sia il periodo bizantino, sia quello turco tataro fino al XIX secolo ed al nuovo nazionalismo (che poi fu un portato delle potenze occidentali, da cui lo stato greco è stato letteralmente "inventato", si pensi a Lord Byron e alla ultima dinastia regnante ellenica).  Per estendere il parallelo alla Sicilia, il linguaggio greco fu corrente nell'isola anche per un secolo dopo la conquista romana (III secolo a.C.), ma già negli anni di Augusto e Tiberio, ovvero di Cristo per scendere fino al martirio di Agata (251  e.v.) le iscrizioni e il linguaggio sono quasi esclusivamente latine: il greco torna in Sicilia nella forma bizantina, dal VI al IX secolo, per poi essere travolto in parte dall'invasione mussulmana e serbato dai monaci basiliani fino alla conquista normanna (XII secolo), con la quale convivranno le tre lingue dell'isola, latino arabo greco, sino a Federico II il tedesco, nella cui epoca e grazie alla koinè creatasi alla corte, nasceva la lingua italiana, della cui genesi ricorda Dante, il primo fiume fu "loquatur sicilianum", la lingua siciliana.  Dal XIV secolo, subito dopo il Vespro, in Sicilia fu fortissima l'immigrazione dalla Spagna che cangiò molto l'etnìa isolana, con presenze catalane castigliane frammiste alle autoctone: il periodo dei Vicerè è la scaturigine della forma mentis siciliana di oggi.
E qui torniamo al dilemma e allo scioglimento di esso: l'accordo che i capi dell'Europa e degli stati hanno letteralmente imposto al governo di Tsipiras è non solo giusto ma necessario, indispensabile: si pensi a un capofamiglia che fa debiti per vent'anni a destra e a sinistra con le banche, non paga nessuno, gli pignorano le case che ha, poi torna dalle banche e chiede nuovi prestiti: come minimo, verrebbe cacciato a calci. I greci, da furbacchioni qual sono ed avendo eletto il più furbacchione sulla piazza a capo del governo, Alexis Tsipiras (un tipo scravattato, con la camicia fuori dai pantaloni: ma chi può dare fiducia, ha scritto bene un economista italiano, nei luoghi che contano delle aristocrazie del denaro, a colui che si presenta con la camicia sbracalata?) credevano di fare lo stesso servizio: ma nè la grande Germania (che è sempre una nazione ammirevole), ne gli altri stati del nord, sono fessi e ben conoscono le astuzie levantine e turchesche e bizantine de' greci (e in parte di molti popoli del sud Europa e mediterranei), per cui l'offesa pseudo orgogliosa dell'inutile referendum del 5 luglio, con cui i greci si espressero per il no alle politiche di austerità della cosiddetta Troika, si è trasformata in un vero boomerang, con conseguenze ben più dure da pagare per loro: e il premier greco ha dovuto cedere su tutta la linea perchè altro non aveva da fare. Una canzone del periodo fascista modulava : "contro Giuda, contro l'oro, sarà il sangue a far la storia", ma la storia col sangue (lo abbiamo visto in Tunisia e in Egitto e in parte lo vediamo in Libia) la fanno i popoli giovani, mentre quello greco (e quello italiano, peggio) son popoli vecchi, anzi psicologicamente vecchissimi, oltrechè etnograficamente: un popolo, quello greco, abituato a vivere di stipendio fisso e con pochi risparmi privati accumulati (mentre v'ha da dire che il popolo italiano ha miliardi di euro di risparmi liquidi in banca e di più come beni immobili) e diciamolo, scialacquatore, che per questo ora si ritrova alla fame: ma non può chiedere come l'esempio di cui sopra, linee di credito all'infinito dopo aver sperperato e non onorato i debiti! Pertanto la linea dura tedesca e del gruppo maggioritario dell'Eurozona è non solo giusta ma anche troppo buona: se non fosse stato per le pressioni degli Stati Uniti dovute alla loro strategia mondiale, nessuno avrebbe speso un centesimo per tenere la Grecia nell'Euro, da cui sarebbe stata cacciata meritatamente. Ce la sorbiremo, mantenendola (come l'Italia ha già fatto e farà, purtroppo: si sa, noi popolo di Fantozzi, "com'è buono lei...").
Infine, è del tutto inesatto il paragone di taluni della situazione della Sicilia a quella greca : lorsignori -che potevano leggere e riflettere prima di sproloquiare- dimenticano che l'elettorato attivo dei siciliani nelle elezioni regionali ultime dell'ottobre 2012 ha de facto sconfessato l'intiera classe politica locale, non andando in maggioranza a votare: si recò infatti alle urne in quel giorno solo il 47% degli aventi diritto, caso mai successo dal 1946, e questo vuol dire che i siciliani sono assolutamente razionali e non intendono più dare mandato, se non nella loro minoranza di privilegiati e interessati ai favoritismi, alle classe politica della Regione. Per cui Roma la commissari o ne sopprima nelle linee guida lo Statuto, frutto di secoli di lotta e derivante dalla Costituzione inglese del 1812, non è scelta che può spettare alla maggioranza del popolo siciliano: se la democrazia è -come è- il governo delle maggioranze, qui siamo guidati da minoranze di minoranze, le cui scelte saranno pure rilevanti ma non politicamente nè eticamente valide.     A differenza dei greci che andarono in massa a votare il 5 luglio "no" alla troika e ora si ritrovano con una serie di provvedimenti che peggio per loro non potrebbe essere, i siciliani nell'ottobre 2012 in maggioranza han detto: no, votate voi minoranza interessata, noi non partecipiamo a questo scempio, abbiamo anche un governo nazionale? Faccia la sua parte!
Non esiste nelle carte dell'Unione Europea, infine, che la Grecia (o qualunque altro popolo) debba essere "mantenuto" a vita dagli altri stati: c'è invece nell'articolo 38 dello Statuto speciale della Regione Siciliana (statuto frutto della guerra civile 1944\46 fra lo Stato e l'Isola) emanato il 15 maggio 1946 regnante S.M. Umberto II di Savoja e parte integrante della Costituzione della Repubblica Italiana che lo accolse nel 1948, un articolo, il 38, il quale dice che "lo Stato verserà alla Regione annualmente una somma a titolo di solidarietà nazionale", da impiegarsi per lavori pubblici: quell'articolo nasce quale risarcimento dei danni che la forzata Unità nazionale fece con la mancanza per molti decenni di infrastrutture logistiche che fiorivano al nord italia (coi proventi dei banchi di Napoli e di Sicilia) ma erano assenti da noi (battaglia combattuta da Andrea Finocchiaro Aprile e la sparuta pattuglia di parlamentari indipendentisti in seno all'assemblea Costituente).   Quindi è lo Stato italiano che deve aiutarci per legge, non l'UE che deve aiutare la Grecia per carte documentate: fin quando esisterà lo Statuto potremo precisarlo a voce alta.
Questo è quanto. Con le parole di un grande fratello nostro e dell'umanità, l'ateniese Platone (nel Liside, 220a): "Sovente diciamo di tenere in gran conto l'oro e l'argento, ma non è esatto: quello che noi teniamo in gran conto è ciò che appare come lo scopo in vista del quale ricerchiamo l'oro e ogni altro strumento".
                                                                                                                        F.Gio