lunedì 9 giugno 2014

L’abdicazione del Re di Spagna e la questione catalana: la svolta si chiama federalismo


L’abdicazione del Re di Spagna e la questione catalana: la svolta si chiama federalismo


 07 giu 2014   Scritto da Francesco Giordano 


L’annuncio del 2 giugno con cui il Sovrano di Spagna, re Juan Carlos, ha comunicato alla nazione iberica e al mondo, la sua volontà di abdicare al trono in favore del figlio Felipe (nella foto a sinistra), che regnerà con il nome storico e il numerale VI per la successione tra pochi giorni (la legge che permette l’abdicazione, assente dalla Costituzione spagnola, è stata approvata dal governo Rayoy e sarà operativa dal 19 giugno), è non solo importante per le significazioni interne, ma anche per la valenza internazionale e per il ruolo che il monarca, sul trono dalla morte del Generalissimo Franco che lo designò a succedergli nel 1969, ha avuto nello scenario politico degli ultimi quarant’anni.felipe
E se la stampa italiana non ha saputo, affogata nell’ignoranza dacchè nella nostra Patria la fine della Monarchia ha avuto una storia di menzogne perchè luetica, come ripetiamo da tempo, nasceva 68 anni fa la nostra Repubblica (e certo non fu un caso, i Borboni conoscono la Storia italiana benissimo, che si verificasse l’abdicazione del Re spagnolo nato a Roma nel 1938, il 2 giugno, anniversario del falso e menzognero referendum ove la forma repubblicana, come la storiografia ha ampiamente acclarato, vinse perchè due milioni di voti monarchici furono, nelle segrete stanze del Ministero degli Interni, “spostati” dalla monarchia alla repubblica: non a caso la Suprema Corte di Cassazione si rifiutò di proclamare ufficialmente il nuovo regime, limitandosi a comunicare i dati) cogliere di Juan Carlos che i pettegolezzi da bar, accennando quando l’articolista è meglio informato, al ruolo fondamentale da lui svolto nell’impedire l’involuzione autoritaria con il tentato “golpe” del colonnello Tejero nel 1981 (chi seguì in tv tali giornate, come lo scrivente, rammenta ancora la tensione di quell’anno, che fu il medesimo dell’attentato a Reagan e della scoperta delle liste della P2).
Il Re di Spagna è tuttavia stato un importantissimo ambasciatore della sua Nazione nelle Americhe, visitandole molto più che l’Europa: amico personale di molti leaders sudamericani e centroamericani, compreso Fidel Castro, che si è pure definito “juancarlista” e che dovette sedare le manifestazioni di giubilo al Re in una occasione ufficiale all’Avana. Le recenti vicende personali del Sovrano, le sue cattive condizioni di salute e la ripresa degli ultimi tempi, hanno sicuramente influenzato la decisione di cedere il trono al figlio: ma la ragione principale, forse tra quelle inderogabili, ipotizziamo abbia un solo nome: Catalogna. La nostra impressione è suffragata da informazioni assunte dagli amici catalani, per quanto ancora la situazione non sia realmente e del tutto compresa dalla gran massa della gente.juan carlos felipe lenor
Chi è stato a Barcellona sa perfettamente quanta passione non tanto e solamente autonomista, quanto spiccatamente indipendentista, animi tutta la nazione catalana, il cui cuore è nella grande città iberica, moderna, progressista, adagiata su un territorio sorridente di campagne ubertose, sorvegliata dall’occhio solenne della Madonna nera di Montserrat. La Catalogna, come è ben noto nel mondo e tra coloro che si appassionano al tema, ha indetto per questo novembre un referendum consultivo, fortemente avversato dal governo di Madrid, per chiedere ai cittadini se intendono ancora rimanere parte dello stato nazionale spagnolo o proclamare autonomamente l’indipendenza da esso. Inoltre, questo 11 di settembre si svolgerà la grande festa per il tricentenario della “diada” indipendentista catalana.
Sia il Presidente della Generalitat catalana, Artur Mas, che diversi esponenti del mondo laico (compresa gran parte della Massoneria catalana che pure nell’Assemblea Nazionale ha una forte componente), persino taluni esponenti della Chiesa cattolica, potente in Spagna, sono favorevoli se non alla indipendenza de facto, ad una autonomia vera. Cioè, gestione delle imponenti risorse finanziarie che la Catalogna, regione più ricca di tutta la Spagna, ha per imposizione statale “drenate” verso Madrid: lo Statuto autonomista del 2006 infatti (a differenza di quello Siciliano del maggio 1946 ben noto sia a Madrid che a Barcellona e concesso, qui si notino i punti che stiamo per unire, dall’ultimo Re di Casa Savoia, Umberto II: non certo dalla Republica, la quale obtorto collo lo incluse nella Costituzione del 1948 come legge dello Stato) non ha la norma che permette l’autogestione delle tasse, ovvero la scelta di quanta parte di esse debbano rimanere in Catalogna e quante invece essere devolute al governo nazionale
Questo si chiamerebbe federalismo, politico e soprattutto fiscale. Da aggiungersi che il possente movimento trasversale indipendentista catalano, più che maggioritario nella popolazione, non è affatto contrario alla moneta Euro (seppure ultimamente si parla dell’EuroCat, che echeggia la proposta complementare monetaria in Sicilia, detta Grano) nè all’uscita dalla Comunità Europea entro cui invece desidera rimanere, come Stato nazionale perchè dal PIL notevole: non si è invece, e anche ciò non è casuale, posta la questione del Capo dello Stato. Differentemente in Scozia, la quale ha pure chiesto il referendum per l’indipendenza dal Regno Unito, ove il Primo Ministro di Edimburgo, Salmond, che ha specificato essere il loro scopo il controllo delle risorse energetiche e petrolifere del mare del nord, precisò che il Capo dello Stato in una Scozia indipendente rimarrà sempre la Regina Elisabetta e i suoi successori. La Monarchia unisce, la repubblica divide?referendum catalogna
Da ciò la mossa abilissima, da consumati strateghi (qualcuno vuole ricordare che la Casa Reale dei Borboni dos Sicilias di Madrid, è la più antica d’Europa, con i Savoia, e discende direttamente dai Re Merovingi? E se aggiungiamo che, in base a talune pubblicazioni sconfinanti nell’esoterico, i Merovingi, “re taumaturghi” -scrisse il grande Marc Bloch in una esimio volume- erano pure discendenti della Maddalena, quindi della famiglia reale di Gesù, Davide e Beniamino…) della Casa Sovrana di Spagna: il quarantaseienne Felipe, Principe delle Asturie, con studi universitari in USA, elegante, bello, perfettamente a conoscenza delle cose di Catalogna di cui parla pure la lingua, con una sposa borghese nota e discreta, già divorziata, la ex collega giornalista Letizia Ortiz Rocasolano ora Principessa e a breve Regina, con un alto indice di gradimento fra la popolazione iberica (quello del padre era di molto calato ultimamente), con due belle bimbe la cui primogenita Leonor nata nel 2005 sarebbe attualmente l’erede al trono, potrà certamente rivitalizzare non solo l’istituzione monarchica in Patria (sono convintamente monarchici sia i popolari che i socialisti in Spagna, ultimamente in parità nelle ultime consultazioni europee): ma anche, secondo noi, estinguere il pericolosissimo, per l’unità nazionale spagnola, focolajo indipendentista catalano.
Solo in un modo: esattamente quello di Sua Maestà Umberto II di Savoia, concedendo (come il nostro sovrano fece il 15 maggio di 68 anni fa: in Sicilia è la Festa dello Statuto, da qualche anno) una Carta costituzionale alla Catalogna, che sia semi-indipendententista, ovvero pienamente federale soprattutto per ciò che concerne l’autonomia delle risorse finanziarie, che devono rimanere in mani catalane. Se “el nuevo Rey de Espana” farà questo, potrà non solo mantenere l’unità dello Stato ma anche entrare a pieno diritto nella Storia moderna come un autentico Sovrano federale, nel solco altresì della Tradizione.
Alternative non ve ne sono, se non cruente: ma non le desidera nessuno, per cui crediamo che la questione catalana si risolva in tal modo. Queste le parole di Felipe il 4 giugno, conferendo un premio ad uno storico cappuccino (la Chiesa farà la sua parte, come sempre): egli ribadisce “l’impegno e la convinzione a dedicare tutte le mie forze con speranza e slancio al compito appassionante di continuare a servire gli spagnoli, la Spagna, una nazione, una comunità sociale e politica unita e diversa…l’esperienza ci insegna che solo rimanendo uniti, anteponendo il bene comune agli interessi particolari e dando impulso all’iniziativa, alla ricerca e alla creatività di ogni persona, potremo avanzare verso uno scenario migliore”. E chi vuole intendere, intenda.
Anche perchè ultimamente sia in Belgio che in Olanda (nazioni dilaniate da conati indipendentisti, sedati da codeste strategie) nuovi sovrani, abdicatari i precedenti, sono ascesi al trono: la Monarchia, filosoficamente parlando, è istituzione “divina” che deve rinnovarsi come tutte le manifestazioni umane, secondo però un solco che è oltre la terrestrità delle cose. Unica, infrangibile, appare nondimeno, emula della grande Regina Vittoria, Elisabetta II di Gran Bretagna, Capo del Commonwhealt, defensor Fidei: la vedemmo in tv nel discorso della Corona del 4 giugno, solenne nella sfavillante corona imperiale, con accanto il Principe Filippo (lucido ultranovantenne), ribadire: “my government… my ministers..”. Seguendo la Regina, per chi è fedele alla Tradizione, la vita, come nell’orazione di Ben, l’eminenza grigia che sceglie Peter Sellers per fare il Presidente, nel film del 1979 “Oltre il giardino”, è uno stato mentale.
                                                                                  Francesco Giordano

(Articolo pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/06/labdicazione-del-re-di-spagna-e-la-questione-catalana-la-svolta-si-chiama-federalismo/)

sabato 24 maggio 2014

La 'Grande Guerra' iniziava 99 anni fa: fu il conflitto che, nel sangue, unificò l'Italia







    La 'Grande Guerra' iniziava 99 anni fa: fu il conflitto che, nel sangue, unificò l'Italia 

"Soldati, a voi la gloria di piantare il tricolore sui termini sacri che la natura pose a confine della Patria nostra, a voi la gloria di compiere, finalmente, l'opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri". Con queste parole, il 26 maggio del 1915 dal Quartiere Generale, Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III, concludeva il proclama alle truppe che apriva per l'Italia le ostilità in quello che fu il più sanguinoso conflitto del XX secolo, la prima guerra mondiale. Sono passati 99 anni dalla dichiarazione celebre del 24 maggio, giorno della Madonna Ausiliatrice: e ancora, per noi, l'eco di quella pugna gloriosa e densa di sangue, è fondamentale. E lo è anche e soprattutto per chi dimentica o ignora.
Perchè se oggi l'Europa si trova nelle condizioni politiche ed economiche attuali, molte conseguenze derivano da quella guerra ben più importante e densa di sangue della seconda, che della prima fu il corollario inevitabile. Inoltre non bisogna dimenticare che sulla Grande Guerra, si creò una epopea indistruttibile, che è vissuta anche oltre le vite fisiche dei combattenti, oramai in Italia tutti morti per vecchiaia, quelli che tornarono: ma coloro che non poterono più veder casa, i morti, furono ben di più: 680 mila, e migliaia e migliaia di mutilati, di reduci infermi.
La Sicilia, che doveva poi accendersi come era accaduto nel XIX secolo molte volte, della fiamma indipendentista, in quel periodo era perfettamente integrata alla Patria italiana,  pur se aveva avuto la repressione crispina nel 1895 con il Commissario Codronchi, a cui il socialista De Felice osò presentare, forse ingenuamente, una bozza di Autonomia amministrativa. Non se ne fece nulla, anzi le popolazioni vennero punite per aver chiesto miglioramenti sociali (lo Statuto autonomistico federale doveva poi concederlo l'ultimo sovrano Umberto II, il 15 maggio 1946).  Ma nel primo decennio del 900, un nuovo e giovane Re, Vittorio Emanuele, tendeva a fare dimenticare la mano pesante di Umberto I: dal governo Zanardelli alle iniziative del miglior ministro degli Esteri del tempo, il catanese Antonino di San Giuliano, la politica della monarchia di Savoia era ben più vicina alle popolazioni in Italia di quanto non lo fosse stata nei decenni precedenti. Merito della attenta opera di saldatura psicologica e sociale della Casa regnante, opera a cui la Regina Elena del Montenegro diede fondamentale supporto: la ricordiamo fervente nel soccorrere i messinesi nel disastro del terremoto del 1908: per queste ragioni la città dello Stretto le ha giustamente dedicato un monumento.
Vittorio Emanuele,  attento alle vicissitudini storiche, valorizzava il patrimonio artistico  e sociale del sud: lo si ricorda a Catania in visita al disvelato Anfiteatro romano, e sempre nella medesima città, inaugurante l'Ospizio dei Ciechi nel 1911: del resto, Dama di palazzo della Regina era la marchesaGiulia  Romeo delle Torrazze, di nobilissima famiglia etnea: il marito Giovanni, aiutante di campo e amico personale del Re Vittorio (la famiglia Romeo ospitò la coppia reale a Randazzo, e i Sovrani fecero il giro dell'Etna in Circumetnea), fu presente al convegno di Peschiera e tra i pochissimi salutò i Sovrani al molo di Napoli involati per il triste esilio (ora la loro villa al centro di Catania, già ritrovo dei monarchici, è in vendita... sic transit gloria mundi!); così la Principessa Rosso di Cerami, vissuta fino agli anni Cinquanta.   La nobiltà di quel Re si vide appunto nel maggio del 1915: abbandonata la vita del Quirinale, volle farsi fante tra i fanti, girò per le trincee per tre anni, con la sua presenza galvanizzò le truppe, e saperlo al fronte era di conforto e di sostegno per i soldati come per gli ufficiali. Egli guidò l'impresa contro la soverchiante potenza austriaca che aveva rotto il fronte a Caporetto nel celebre convegno di Peschiera, ove impose col valore del soldato italiano la formula della resistenza a oltranza sulla fronte del Piave. E così fu, sino alla vittoria.
Perchè oggi rammentare quel conflitto? Perchè fu, storicamente come sociologicamente, come psicologicamente, l'unica occasione in cui i diversi, e sovente contrapposti, popoli componenti l'Italia , si trovarono uniti: e accadde che gente la quale neppure si capiva per linguaggio, vestisse il grigioverde panno, e si sentisse da questo affratellata. L'opera era di cemento sociale tra i fanti, e tra gli ufficiali e sottufficiali: e se tra i gradi medio alti  ferveva la propaganda della fratellanza massonica, per i soldati erano le madrine e le pie opere a fungere da "collante fraterno", senza dimenticare l'apporto della Chiesa. Tutto ciò mentre garriva il glorioso tricolore con la bianca croce, la croce di Savoja. Non succederà più. La seconda guerra mondiale dividerà, la sovvenuta Repubblica, nata luetica per il falso risultato del referendum del 1946, sarà sin dalla nascita rissòsa e irascibile. Quel miracolo laico, che vide un Re piemontese (anche se nato a Napoli) e un siciliano, il palermitano Vittorio Emanuele Orlando, alla guida del governo "della Vittoria", nel novembre 1918, non si potrà ripetere. E dubitiamo fortemente che, con la pochezza attuale, possa aversene oggi anche una pallida eco. Quindi se non altro, rammentare "ciò che unisce e non ciò che divide", per usare le parole dell'oggi Santo Giovanni XXIII (in quegli anni in servizio in Sanità), è confortante.
Anche perchè la Sicilia diede alla Grande Guerra un ingentissimo contributo: oltre 50 mila morti,  9331 decorazioni, di cui venticinque medaglie d'oro. E molti eroi, mai termine fu più adeguato, si immolarono per la comune causa, di ceppo siciliano: se l'ammiraglio Luigi Rizzo, l'Affondatore della Santo Stefano, tornò e visse a lungo, egli con D'Annunzio e Ciano autore della beffa di Buccari, moriva sul campo dell'onore il generale di Piazza Armerina Antonino Cascino, amatissimo dalle sue truppe (comandava la brigata Avellino e la divisione 8°, composte da siciliani) sul monte Santo conquistato, nel settembre 1917: "io voglio che voi cantiate l'Inno di Mameli e siate una grande valanga grigioverde, che miracolosamente sale per schiacciare il nemico che vi si annida". Queste parole egli usava per galvanizzare i soldati, e solo un siciliano poteva esprimerle con vigore massimo. Moriva per le conseguenze di una granata austriaca, mentre era stato il primo generale d'Italia ad entrare in Gorizia liberata, nel 1916.
I tanti che silenti morivano, e di cui non si poterono recuperare tracce, furono gli ignoti. Il Soldato Ignoto è Storia, per questa realtà il 4 novembre del 1921 si eresse il monumento a Roma scegliendo una delle innumerevoli salme che non si poterono identificare.  Una nota canzone di quel tempo recitava: "Soldato Ignoto, tu sei l'eroe che non morrà mai più: e solo la tua salma, rivolta ad Oriente, da Roma può rispondere: Presente!"   Si provi a entrare in un qualunque cimitero: c'è sempre il sacrario del Soldato Ignoto: e se per noi soffermarsi innanzi a quella fiamma provoca commozione per coloro che non tornarono e non ebbero il pianto dell'urna, allora come dipoi, ciò dovrebbe essere trasmesso alle generazioni successive, che non serbano le memorie degli avi, come è sempre accaduto, nei popoli antichi e fra i moderni.  La fiammante prosa poetica di Carlo Delcroix, che unì i reduci ed i mutilati, egli monco e cieco, in un abbraccio d'amore verso l'Altissimo, per decenni, è dimenticata. La "medaglia coniata nel bronzo nemico", che ogni combattente portò con orgoglio, oggi è venduta nei mercatini di vecchie cose: e i nostri nonni piangevano nell'accarezzarla, mentre ricordavano gli assalti alla bajonetta sul Carso e sull'Isonzo, al suono della "Leggenda del Piave" (scritta da un uomo del sud, il napoletano E.A.Mario).
Quella guerra e quella strage di eroi, che l'Italia solo allora, una e indivisa, per compiere l'agognata Unità, vinse indiscutibilmente, fu tecnicamente opera di Cadorna e Diaz, ma nella sostanza guidata da un uomo, da un Re: Vittorio Emanuele III. Così Gabriele D'Annunzio, nella terza delle Preghiere dell'Avvento", lo celebra: "Salva il Re, che dimesso l'ermellino \ e la porpora, come il fantaccino \ renduto in panni bigi, \ sfanga nel fosso e va calzato d'uosa \ cercando nella cruda alpe nevosa \ Dio vero, i tuoi prodigi ... Proteggi il Re della semplice vita \ chinato verso ogni bella ferita, \ che è rosa del suo regno, \ chinato verso il sorriso dei morti, \ che è l'alba del suo regno".
Quello stesso Re costretto, e celato dal titolo di Conte di Pollenzo, a triste esilio nel maggio del 1946 dalla spietatezza criminale di parti del CLN: e la cui spoglia mortale riposa ad Alessandria d'Egitto, mentre dovrebbe essere al Pantheon; stessa sorte per  l'ultimo sovrano, Umberto II.  La Repubblica ha ancora paura dei morti che guidarono l'Italia! Attendiamo il giorno del ritorno del Re, di quel grande piccolo Re, che unico e solo, vide la gloria dei tre colori con la bianca croce, nella miracolosa fiamma della Unità nazionale, oggi serbata de jure, ma concretamente perduto sogno.
                                                                                                                Francesco Giordano

venerdì 21 marzo 2014

Primavera...



Echeveria in fiore; istantanea di Francesco Giordano

martedì 21 gennaio 2014

Tradizione ebraica e identità siciliana nel Purim di Siracusa celebrato nella Sinagoga aretusea

Tradizione ebraica e identità siciliana nel Purim di Siracusa celebrato nella Sinagoga aretusea





 Una bella e intensa cerimonia religiosa e culturale si è svolta il 19 gennaio, 5774 del calendario ebraico, nella Sinagoga di Siracusa, per celebrare il Purim, ovvero la festa delle Sorti. Chiunque conosca la Bibbia non di nome ed abbia letto il libro di Ester, considerato fra i canonici sia nella tradizione davidica che in quella cristiana, apprende la storia documentata e fondata della Regina Ester che salva il popolo di Israele, a rischio di essere sterminato per l’invidia del malvagio Aman, dalle truppe del sovrano di Persia: e come per questo Ester fu strumento di Dio. La ricorrenza è particolarmente sentita in tutto il mondo ebraico.
Anche in Sicilia, segnatamente a Siracusa dove dal 2008, dopo oltre 500 anni dalla malaugurata espulsione dei figli di Giuda dalla nostra isola a seguito dell’editto di Granada (1492), è sorta la Sinagoga, per forte e appassionata volontà di un uomo mite ed energico, che le generazioni presenti e future hanno e ricorderanno come l’architetto della ricostruzione del Tempio del Supremo in terra di Trinacria: il Rabbino prof. Stefano Di Mauro, tornato in Sicilia dopo cinquant’anni di vita vissuta a New York, medico e nella città statunitense capo rabbino della Sinagoga B’nei Isaac, oggi capo Rabbino di Sicilia.stella david
Abbiamo avuto l’onore di essere invitati alla suggestiva e partecipata cerimonia, nei locali ricostruiti dal Rabbino, in via Italia a Siracusa. Nella memoria, echi dell’atto unico che un filosofo meridionale e libero pensatore, Giovanni Bovio, vergava nel XIX secolo, il dramma “Cristo alla festa di Purim”; eravamo consci della importanza dell’evento, ma ci ha colpito la valenza fraterna, autentica, di ricerca storica e polisemica e pluralista del Purim siracusano. Come è stato spiegato nel corso della festa, prima della lettura della meghillà -serbata in un rotolo-, ovvero la storia della salvezza, la genesi del Purim siculo fu in auge dopo la diaspora, allorchè la particolare ricorrenza veniva celebrata dagli ebrei rifugiatisi a Salonicco e Giannina, in terra ottomana; e se valenti studiosi all’inizio del XX secolo hanno riconosciuto la importanza della meghillà siracusana nella ricerca filologica del Purim siculo-ebraico, è altresì merito del Rav Di Mauro e della Comunità tutta (lode agli attenti collaboratori del Rav, a iniziare dal giovane Gabriele Spagna), aver riportato a’ fasti dei secoli passati la lettura della storia in cui un traditore convertito, cerca invano di mettersi in luce col sovrano a Siracusa ai danni del suoi popolo: però l’inganno viene scoperto e lui doverosamente punito. Il nome di costui è esecrato attraverso dei suoni sincroni provocati da particolari strumenti che agitammo, a mo’ di segnacolo esecrabile. Tale segno non è lontano da altri che in alcune cerimonie documentano passaggi sacri di iniziazioni e rinascite. Rabbino e Assessore Giansiracusa
 Il Purim di Siracusa del 2014, festeggiato dal 2011, oltre alla numerosa comunità ebraica intervenuta in sinagoga, ha veduto il riconoscimento del Comune aretuseo, con l’Assessore Giansiracusa che in tale sede ha portato l’impegno dell’amministrazione nel voler rendere disponibile apposito terreno per la costruzione di una nuova Sinagoga: sottolineando altresì che, se in Comune si discute per la realizzazione di una Moschea, a maggior ragione gli Ebrei di Sicilia, da duemila anni legati alla terra dalle tre punte, han diritto al riconoscimento pubblico. Intervennero pure rappresentanti degli Evangelisti e dei Cavalieri di Pitia, e il neurologo professor Vecchio precisò l’importanza del perseguimento della Pace universale, contro ogni fanatismo da qualunque parte provenga. Ciò che colpisce e meraviglia, a noi fautori di internazionalismo nonchè di sicilianismo, non è tanto l’aver udito tante lingue invocanti una sola sacralità, l’ebraico, il greco di Ioannina magistralmente letto in una lirica dall’appositamente intervenuto professor Guzzetta dell’Università di Catania, ma è anche la realtà incontrovertibile che per gli ebrei della Sinagoga siracusana la cultura e la lingua siciliana sono patrimonio della loro stirpe e contestualmente comune a tutti i popoli dell’Isola del Sole.
Quando il Rabbino Di Mauro ha rammentato che nel 1400 gli Ebrei siciliani parlavano, e scrivevano, la lingua sicula, oggi sovente e erroneamente declassata a dialetto, e i partecipanti intonavano con intensità “Vitti na crozza” e “la Pampina di l’aliva” nonchè la storia del Purim letta in siciliano moderno, noi pensavamo che tutti a quel tempo, dal Re all’ultimo scrivano, usavano il siciliano nei documenti diplomatici (persino la cancelleria vaticana rispondeva in siculo ai Vicerè), nonchè riflettevamo su quanta ignoranza v’è nella storiografia ufficiale, cristiana o laica che dir si voglia e maggioritaria, delle identità siciliane, le quali codesta piccola ma coesa e integrata comunità fa proprie, esalta e valorizza. Per queste ed altre importanti ragioni, non ultimo il fatto che la Sinagoga e il centro Sefardico Siciliano di Siracusa organizzano corsi di lingua e cultura ebraica (siti:centrosefardicosiciliano, e Sicilia ebraica), non si può che rendere grazie all’altissimo Adonai, che ha permesso alle luci della menorah di risplendere, come fu sin da ere primeve, in terra di Sicilia, dopo secoli di oblio. Non dimentichiamo che i sovrani Normanni furono maestri di tolleranza dopo la riconquista, e quando, per l’economia -come da noi ricordato nel volume “Progetto Sicilia”- si verificava l’espulsione degli ebrei dall’isola, la circolazione monetaria ed i commerci ebbero una contrazione vistosa e difficilmente rimediabile.
“Muoviti, favella, a raccontare e prodigi a professare: i Siciliani a ridestare; con vino falli ubriacare! Mangiate e bevete Siciliani! Che ciascuno faccia festa! Meraviglie fa il Dio nostro, Con gli Yehudim le compie… Gloria grande al Dio Signore che ai Giudei ha fatto grazia! Che ci invii Elia il profeta per il giorno Grande e Terribile”: con queste parole e il rituale Shalom, suggellato dai gustosi dolciumi che il banchetto finale del Purim non fa mai mancare, si compì una festa non solo ebraica, ma di tutti i siciliani, specie del popolo, dei poveri, come nella tradizione biblica si tramanda, laddove cadono dal trono i potenti e si esaltano gli umili. Tutti i buoni e i giusti, in libertà eguaglianza e fratellanza, sanno e condividono. Nella Luce.

                                                                                 Francesco Giordano

(articolo pubblicato sul quotidiano online LinkSicilia: http://www.linksicilia.it/2014/01/tradizione-ebraica-e-identita-siciliana-nel-purim-di-siracusa-celebrato-nella-sinagoga-aretusea/)

 

lunedì 7 ottobre 2013

E' morto centenario Giap, rivoluzionario vietnamita... la Storia in un libretto





E' morto centenario Giap, rivoluzionario vietnamita... la Storia in un libretto

Tra i primi libri che, da bambini, ci colpirono nella biblioteca paterna, ce n'era uno piccolo, dalla copertina rossa, con stampato un guerrigliero vietnamita in assetto di guerra. Ricordiamo il titolo, indimenticabile: "Guerra del popolo, esercito del popolo", con prefazione di Che Guevara, edizioni Feltrinelli. Lo leggevamo con curiosità, perchè raccontava della battaglia di Dien Ben Phu, dove le truppe vietnamite sconfissero nel 1953\54 la potenza coloniale francese mettendo fine al dominio della nazione europea nella penisola indocinese. E poi cartine, tecniche di guerriglia. Era scritto quel libro, edito in Francia nel 1961 e in Italia nel 1968, da un tizio per noi ragazzini dal nome strano: Vo Nguyen Giap. Papà diceva che il generale Giap, così era appellato nelle cronache, era un eroe dell'indipendenza del suo paese. Erano resoconti di guerra, scritti in linguaggio sobrio, ma stranamente non proprio militare, bensì con una conoscenza non superficiale della storia d'Europa, che evidentemente questo vietnamita capo dell'Esercito del suo paese, aveva studiato bene.

Pensammo pochi giorni fa a tale libro, apprendendo dalle notizie la morte del Generale Giap, il 4 ottobre: alla veneranda e ammirevole età di 102 anni! Era un sopravvissuto, evidentemente, di stagioni politicamente lontane nel tempo. E da giornalisti (a questo punto cominciamo a sospettare che la lettura anche di quel libro, come di altri di storia e narrativa, ci abbia inevitabilmente avviato a codesta professione, bella impossibile ma inevitabile... e non consigliabile ai figli.... come scriveva Matilde Serao -comunque il suo figliolo non la ascoltò- ne "I capelli di Sansone") siamo rimasti colpiti dallo spazio che l'International Herald Tribune ha dedicato, nel suo ampio articolo commemorativo, a Giap. Egli è stato l'uomo che ha vinto la cosiddetta "sporca guerra" del Vietnam contro gli Stati Uniti, finita con la celebre fuga dall'ambasciata americana di Saigon nell'aprile 1975, immagini che ricordiamo dalla tv in bianco e nero. Il commentatore ricorda correttamente che l'offensiva del Tet del gennaio 1968, voluta da Giap per scopi più propagandistici che utili, se fu un insuccesso militare e provocò 40 mila morti vietnamiti, ebbe immense ripercussioni nell'opinione pubblica statunitense, "svegliando" le coscienze popolari nell'opposizione a quel conflitto impressionante. Qui in Europa c'era la voce autorevolissima del filosofo Bertrand Russell ad opporsi, nonagenario, a quella guerra: l'intervista-documentario "The fog of War" del 2003 dell'ex Segretario di Stato Robert McNamara, ha chiarito definitivamente la posizione Usa al riguardo. E per noi cresciuti comunque col mito dei "Berretti verdi" (celebre il libro e più ancora, l'omonimo film con protagonista l'immenso John Wayne), che erano eroi di libertà contro il fanatismo comunista, se allora Giap e tutti i vietcong rossi erano nemici, oggi lo scorrere del tempo ci fa dire che in ogni caso lottarono per una idea di libertà della loro Patria, giusta o sbagliata che fosse, asservita al fanatismo ideologico o nazionalista. In particolare Vo Nguyen Giap, che era un avvocato, studiò legge nell'Università della capitale e fu comunque un comunista moderato, si oppose da Ministro della Difesa e Vice primo Ministro, al regime cambogiano di Pol Pot. E pur potendo assumere la leadership del Vietnam dopo la morte di Ho Chi Minh nel 1969 non volle, preferendo rimanere nelle seconde file seppure in scranni di comando. Come sa fare un rivoluzionario vero e non assetato di potere. "Se il nemico attacca noi ci ritiriamo, se il nemico si ritira noi attacchiamo", fu la massima di colui che è divenuto il teorico della guerriglia ben più di Guevara, il Generale Giap, nel XX secolo: e contro le cui strategie hanno avuto molto filo da torcere, seppure la guerriglia è una fase inferiore della guerra possente e tradizionale, le potenze mondiali come la Francia prima, gli Stati Uniti poi. Stati Uniti i quali, da grande democrazia, si possono permettere anche di elogiare il vecchio, centenario nemico quando muore. Dimostrando in ogni caso la superiorità filosofica del concetto di fraternità e tolleranza a fronte del fanatismo e dell'oscurantismo che nei millenni è stato ed è la rovina delle collettività umane.

Questo per inquadrare in una visione cosmica, la dipartita di Vo Nguyen Giap, che presa in sé è la morte di un vecchio secolare. Ma dove sarà ora quel suo libretto di cui prima si narrava? Sepolto fra i tanti e tanti libri che si sono accumulati nel corso degli anni, o dimenticato, oppure passato, come gli anni irrecuperabili della fanciullezza....
F.Gio

(Tra le immagini, una storica: la riconciliazione fra i "nemici: McNamara e Giap si incontrano ad Hanoi nel 1995; il libretto; John Wayne ne "I Berretti Verdi")

mercoledì 21 agosto 2013

L'intervento dei militari in Egitto salva lo stato laico




L'intervento dei militari in Egitto è la salvezza dello stato laico

L'intervento dei militari per ripristinare l'ordine e la sicurezza nell'Egitto, sta scatenando nell'informazione italiota, una ridda di commenti e analisi, dalla radio ai giornali (ormai quasi tutti consultati online) alla tv, la più gran parte inclini al chiacchiericcio in malafede. E diciamo in malafede perché la realtà, semplice e trasparente, è riassumibile nei seguenti punti:

I) nessuno può e deve ingerirsi negli affari interni di una grande nazione, per lo più di storia ultramillenaria, come l'Egitto: se il Consiglio Supremo delle Forze Armate, dopo la rivolta del 2011, ha deciso che la parentesi di un anno dell'ex presidente islamista Morsi, sostenuto dai Fratelli Musulmani, deve essere chiusa, è unicamente per difendere la laicità dello stato egizio, che nasce nel 1952 ad opera di Neguib e Nasser come un modello di governo musulmano incline alla visione occidentale, proprio ad opera dell'Esercito e delle altre Forze Armate, e però con il supporto indispensabile del cosiddetto modo della cultura, ovvero scrittori intellettuali e storici, che videro la nuova aurora del paese dei Faraoni, e non permetteranno che esso si trasformi in un attendamento dei fondamentalisti islamici; ancora viva è l'eco dell'assassinio del presidente Anwar Sadat nel 1981 da parte degli estremisti: quell'uomo di pace e illuminato, pagò con la morte il suo ideale;

II) il cosiddetto "colpo di stato" dei militari di queste settimane, altro non è che una operazione di salvezza nazionale che vede esprimersi al fianco dell'attuale "uomo forte" dell'Egitto, il generale Al Fatah al Sissi, la massima autorità religiosa, ovvero l'Imam della grande moschea cairota di Al Ahzar, nonché il cosiddetto "Papa copto", cioè Teodoro II capo della Chiesa copto caldea d'Egitto; e per i cattolici, persino il Patriarca di Alessandria si è espresso unanimemente a favore dell'intervento moralizzatore dei militari;

III) la popolazione è nella sua maggior parte, a favore dei militari e per la conservazione dello Stato egiziano nella sua integrale laicità. E' troppo pericoloso permettere alla Fratellanza Musulmana -come avvenne dopo le elezioni del dicembre 1991 in Algeria vinte dal Fronte di Salvezza Nazionale, poi sciolto il mese dopo- di governare l'Egitto e renderlo una nazione dove si diffonde la sharìa, ovvero la legge coranica. Neppure durante il periodo del califfato Ommayade si era giunti a tali estremi di fanatismo a cui la Fratelllanza si è spinta in quest'anno di governo, pertanto i militari e il gruppo laico degli uomini di cultura dell'Egitto (qui si sente la mancanza del grande scrittore Naghib Mahfuz, morto nel 2006, che venne in tarda età accoltellato proprio da fanatici islamisti) hanno fatto bene ad intervenire anche con la forza;

IV) a mali estremi, estremi rimedi: la repressione di oggi elimina i drammi del domani, e se il governo dell'Egitto fosse rimasto ancora nelle mani dei fanatici islamisti, i morti sarebbero stati ancora di più. Quindi non fa piacere notarlo, ma si devono ad ogni costo reprimere le manifestazioni terroristiche;

V) fanno un cattivo servizio alla stampa mondiale quei giornalisti (quelli italiani sono per caso comunisteggianti? Ma guarda un po'....!) che non raccontano la verità, ossia che la popolazione egiziana sostiene l'intervento dei militari e non vuole esser assoggettata all'oscurantismo di una dittatura religiosa medievale, come fu l'Afghanistan dei Taliban o peggio, soggiacere ad attentati stile al-Qaida: mentono per i più svariati motivi coloro che parteggiano per i fanatici islamisti, quindi la Giunta militare ha il dovere di "strigliarli";

VI) dulcis in fundo, i nostri italici commentatori da poltrona, sono molto più ignoranti della nostra Storia, e della grande Storia, del Generale al Sissi e dei vertici militari (che hanno studiato a Londra e Washington, dove si approfondisce davvero l'indagine storiografica...) e degli scrittori e intellettuali d'Egitto. Chi infatti ha letto, letto bene, Erodoto, le vicende dei grandi Faraoni o il De bello gallico di Cesare, sa che solo chi ha ottenuto con la forza anche spietata e brutale la vittoria sul campo, può permettersi di fare concessioni (così il generale in un discorso in tv pochi giorni fa) agli avversari, perché essi hanno già le reni spezzate. Solo chi ha la potenza può imporre la pace, ma dopo la vittoria.

Quindi, viva l'Egitto laico e la sua storia e cultura, difesa in nome dell'Unico Dio, dalle forze armate di quel glorioso popolo. Attendiamo che anche in Turchia, così come già avvenuto in Algeria, i militari, se è necessario, svolgano il medesimo compito, sostenuti dalla popolazione. L'Islàm è una grande religione tollerante e giammai estremista, ce lo dice il passato come il presente. L'Italia non può dire nulla al riguardo, perché militarmente la sua storia si spezza il fatale otto di settembre del 1943. E non risulta ci siano più state resurrezioni. Molto meglio i "berretti verdi" del celebre libro degli anni Sessanta.... Così un insegnamento di Meri-ka-ra: "Per gli uomini, Dio ha creato capi in grado di dirigere, sostegni per sorreggere la schiena dei deboli".    Infine suggerisce Amenemope: "il coccodrillo non emette alcun suono: eppure, è temuto da tempo"...
Francesco Giordano